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Inquinamento mining preoccupa, Tesla non accetterà più pagamenti in Bitcoin: l’annuncio via Twitter di Musk affonda il cripto-universo, occhio al dogecoin

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Tesla non accetterà più pagamenti in Bitcoin per gli acquisti delle sue auto elettriche. L’annuncio del ceo Elon Musk arriva, come sempre, con un post su Twitter: e basta quel tweet per affondare i prezzi della criptovaluta numero uno al mondo, insieme a quelli dell’intero cripto-universo.
Il Bitcoin arriva a crollare fino a -17%, per poi ridurre le perdite; e a scendere è anche un’altra moneta digitale su cui Musk ha twittato spesso nell’ultimo periodo: il dogecoin, schizzato di oltre +13.000% dall’inizio dell’anno. Cripto-universo ormai ostaggio delle giravolte di Musk, che con i suoi post su Twitter già in passato ha affondato o portato alle stelle i prezzi del Bitcoin e, di recente, anche e soprattutto quelli del dogecoin.Tanto che sulla piattaforma di Twitter é ormai boom di hashtag che, concettualmente, riassumono la dipendenza del mondo digitale dalle parole dell’ex enfant prodige dell’industria EV (veicoli elettrici):

#DogecoinToTheMoon #Dogefather, oltre ai soliti #Bitcoin #Tesla che fanno tendenza con cadenza quasi quotidiana.

Il tweet stop ai pagamenti in Bitcoin di Musk

La stangata sul Bitcoin, sul dogecoin e su tutte le altre valute digitali arriva con un post in cui, improvvisamente, quasi colto da una sorta di epifania, Musk rivela di essere preoccupato per l’impatto negativo che il mining dei Bitcoin avrebbe sull’ambiente.
“Tesla ha sospeso l’acquisto di veicoli che avviene attraverso l’utilizzo dei Bitcoin. Siamo preoccupati per l’utilizzo crescente dei combustibili fossili nel mining e nelle transazioni (della criptovaluta), in particolar modo del carbone, che provoca la peggiore emissione rispetto a qualsiasi altro combustibile. La criptovaluta è una buona idea sotto diversi punti di vista e riteniamo che abbia un futuro promettente, ma questo non può avvenire a un grande costo per l’ambiente. Tesla non venderà alcun Bitcoin e intende utilizzarlo nel momento in cui ci sarà una transizione del mining a una forma più sostenibile di energia. Stiamo guardando anche ad altre criptovalute che utilizzano una percentuale inferiore all’1% dell’energia del Bitcoin”.
Il tweet appare/è un clamoroso dietrofront di Musk nei confronti del Bitcoin, al cui rally il ceo di Tesla ha contribuito in modo significativo: è stata proprio Tesla a rinfocolare la fase rialzista (decisamente assente da un po’ di settimane, visto il dietrofront dal record testato con lo sbarco di Coinbase sul Nasdaq) della moneta digitale numero uno al mondo, esattamente all’inizio di febbraio, quando, da un file depositato presso la Sec, è emersa la decisione del colosso  di aggiornare la sua politica di investimento, acquistando Bitcoin per un valore di $1,5 miliardi. La società ha affermato di aver acquistato il bitcoin per “una maggiore flessibilità per diversificare ulteriormente e massimizzare i rendimenti sui contanti“.
Immediato l’effetto sui prezzi della criptovaluta,  che hanno beneficiato subito anche della decisione di Tesla di accettare la moneta cripto per i pagamenti dei suoi prodotti.
Qualcuno aveva interpretato la mossa come l’inizio di una nuova era, immaginando (fantasticando?) sulla decisione eventuale di Apple e di altri grandi nomi della corporate America di seguire l’esempio di Tesla.
In quei giorni, mentre il Bitcoin inanellava nuovi record beneficiando anche di altri assist provenienti dal mondo dell’alta finanza, JP Morgan lanciava però un avvertimento sull’euforia che si era riversata sul mercato, ricordando il peccato originale della criptovaluta.
Incrollabile invece la fede di Ark Invest, il colosso fondato da Catherine Wood, sia in Tesla che nel Bitcoin.
Il gruppo sfornava in quei giorni un outlook da sogno, con Cathie Wood che parlava dell’idea del Bitcoin come di qualcosa di molto più grande addirittura di Apple e di Amazon. C’è da dire che Ark Invest aveva visto trionfare ben cinque suoi fondi ETF nella classifica degli ETF top del 2020, puntando soprattutto su Tesla (che ora si sta rivelando invece, per gli stessi ETF, una vera palla al piede).
Verso la fine di febbraio, il titolo Tesla tuttavia affondava scontando i crescenti dubbi sulla mossa di Musk sul Bitcoin, e proprio per il motivo citato dal ceo stesso nel tweet di ieri. I riflettori si accendevano sull’aspetto contraddittorio della scelta di Tesla di puntare su una criptovaluta che si stima comporti consumi energetici in un anno pari a quelli di un paese intero quale l’Argentina.
Lo stesso segretario al Tesoro Usa Janet Yellen aveva accennato alla quantità di energia consumata nell’elaborazione delle transazioni BTC, definendola “sconcertante“.

Bitcoin: il mining è davvero inquinante?

Ma a tal proposito, fino a che punto è vera l’accusa secondo cui il Bitcoin sarebbe inquinante?
Come si sa il Bitcoin è moneta virtuale, quindi niente carta, plastica o metallo. Il problema legato alle emissioni di CO2 deriva dall’attività di mining. L’Università di Cambridge ha calcolato che il Bitcoin consuma circa 121,36 terawattora all’anno. I mega computer utilizzati dai miners consumano di fatto quantità enormi di energia elettrica, tanto che il consumo annuale di elettricità di Bitcoin lo pone al limite dell’equivalente di uno dei primi 30 paesi al mondo.
In un anno la criptovaluta utilizza circa la stessa elettricità dell’intera popolazione del Pakistan (circa 217 milioni di persone) e nel mondo sviluppato più di quella olandese (circa 17,5 milioni di persone).
“Con l’aumentare del prezzo, aumenterà anche l’incentivo a utilizzare sempre più computer ad alta potenza per estrarre di più, aumentando così l’impronta energetica – aveva sottolineato  Jim Reid, analista di Deutsche Bank, aggiungendo che “in un mondo in cui l’ESG sta guadagnando rapidamente spazio inevitabilmente ci sarà un dibattito più ampio in arrivo sulla sua impronta di carbonio”.
Da paladino green e della finanza sostenibile, Musk veniva di colpo considerato come complice dell’inquinamento dell’ambiente.
Sul valore inquinante del Bitcoin non tutti sono però d’accordo.
La società di ricerca e di prodotti di investimento in criptovalute Coinshares – attiva dunque nel mercato delle monete digitali, e forse per questo non del tutto obiettiva – scrisse in un rapporto biennale pubblicato nel 2019 di ritenere che il 74,1% del mining del Bitcoin fosse alimentato dalle energie rinnovabili: ed è su questo report così come su altri che i bullish sul Bitcoin stanno al momento puntando, criticando lo stop di Tesla ai pagamenti in Bitcoin.
Ma, intervistato da Reuters Edward Moya, analista senior dei mercati presso la società di trading sul forex OANDA non si stupisce del tonfo delle criptovalute:
“La questione dell’impatto ambientale del mining era uno dei principali rischi per l’intero mercato cripto”.

Non solo Bitcoin, Musk fa la fortuna (e sfortuna) del dogecoin

Proprio il giorno prima del tweet su Tesla, Musk si era messo in evidenza sempre su Twitter pubblicando un sondaggio in cui chiedeva ai suoi followers se fossero d’accordo o meno sulla possibilità che Tesla accettasse il dogecoin come mezzo di pagamento.
Qualche giorno prima ancora, dopo il tweet del 1° aprile in cui aveva proclamato l’intenzione di portare letteralmente Dodge sulla luna, Musk annunciava la missione ‘DOGE-1 Mission to the Moon’ nel primo trimestre del 2022 da parte della sua Space X.
La contraddizione di Musk risultava tuttavia palese, visto che nella recente trasmissione dell’SNL (Saturday Night Live) che lo vedeva conduttore per la prima volta, il ceo di Tesla finiva per fare una dichiarazione che affossava la cripto meme.
A inizio anno, il dodgecoin era volato dopo che Elon Musk aveva postato su Twitter l’immagine sulla copertina di un magazine parodia di Vogue, ‘Dogue’.
Come se non fosse bastato Musk twittava anche una foto ispirata al Re Leone di se stesso, che sorreggeva Simmons che teneva in mano Snoop Dogg che a sua volta aveva in mano uno Shiba Inu.
L’ exploit del dogecoin, c’è da dire, è tanto più curioso se si considera che l’asset è nato inizialmente come una parodia di Doge, termine slang che storpia la parola ‘dog’, cane in inglese, e che in poco tempo è diventato virale.
La parola ‘doge’ è stata inizialmente associata al cane da caccia giapponese Shiba Inu (soprannominato ‘Shibe’) .
La prima volta che si sentì parlare di doge fu nel 2005, quando andò in onda un episodio del cartone animato “Biz Car Fri 1”, in cui Homestar si riferiva a Strong Bad utilizzando la parola “d-o-g-e”, cercando di distrarlo dal suo lavoro.
La popolarità del vocabolo esplose negli anni successivi. Il 23 febbraio del 2010, l’insegnante di asilo giapponese Atsuko Sato pubblicò diverse foto del suo cane Kabosu di razza Shiba Inu, sul proprio blog.
Il termine comparve poi nel sito “Know Your Meme”, noto per i suoi video virali, nel 2013, e divenne uficialmente un Internet meme, praticamente un tormentone che venne condiviso in tutto il mondo attraverso i vari social network.
Leggi il resto della storia del dogecoin QUI.