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Boom inflazione Usa, balzo dato core a record da anni ’80. Tassi BTP sfondano l’1% e superano rendimenti Grecia

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Boom inflazione Usa, ben oltre le attese, che già spaventavano: nel mese di aprile l’indice dei prezzi al consumo degli Stati Uniti è schizzato del 4,2% su base annua, ben oltre il +3,6% atteso dagli analisti, rispetto al +2,6% di marzo e al ritmo più alto dal 2008.
Su base mensile, il dato è balzato dello 0,8%, rispetto al +0,2% atteso e al +0,6% di marzo, riportando il rialzo mensile più forte dal 2009.

Su base annua, escluse le componenti più volatili rappresentate dai prezzi dei beni energetici e alimentari, il dato core è salito del 3%, oltre il +2,3% atteso e rispetto al +1,6% precedente.
Su base mensile, il trend è stato di un aumento dello 0,9%, ben oltre il +0,3% atteso, al ritmo più forte dall’aprile del 1982.
Dal dato complessivo emerge che i prezzi dei beni energetici sono volati del 25% su base annua, con quelli della benzina schizzati del 49,6%; i prezzi delle auto e dei camion usati, che vengono visti come indicatore chiave dell’inflazione, sono balzati del 21%, e di ben il 10% su base mensile.
Immediata la reazione del mercato globale dei titoli di stato: intanto i tassi sui Treasuries Usa a 10 anni sono balzati all’1,66%; i tassi sui Bund tedeschi a 30 anni sono saliti allo 0,43%, record dal giugno del 2019, mentre i tassi sui BTP decennali sono volati fino all’1,01%, al top da settembre.

Saxo: ma investitori scaricheranno più BTP che Treasuries

Sarà bagno di sangue sui mercati dei bond?
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Althea Spinozzi, strategist del reddito fisso di Saxo Bank fa notare che i rendimenti dei titoli di stato Usa a 10 anni avanzano di 5 punti base e che quelli dei titoli greci segnano un rialzo di 8,8 punti base:
“un segnale che ci ricorda che, con i tassi che salgono negli Usa, gli investitori scaricheranno i titoli della periferia, per acquistare i Treasuries Usa, che rimangono comunque un asset rifugio”.
Spinozzi mette in evidenza anche che i tassi dei BTP a 10 anni dopo il dato Usa hanno superato quelli della Grecia.
C’è da dire che il boom dell’inflazione, negli States, si spiega con il cosiddetto “base effects”, ovvero con il fatto che, nell’aprile del 2020, con la pandemia Covid-19 negli Usa e le relative misure di lockdown varate dagli stati americani, l’inflazione era decisamente bassa. A tal proposito, si ritiene che il trend delle pressioni inflazionistiche rimarrà distorto su base annua per diversi mesi ancora, a causa dell’impatto della pandemia.
Proprio per questo motivo, per ora la Federal Reserve di Jerome Powell non sembra preoccupata per l’inflazione.
Ma i mercati sembrano vederla in modo diverso, così come anche alcuni economisti e investitori, incluso lo stesso Warren Buffett, fondatore e ceo di Berkshire Hathaway, che, in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti, si è così espresso:
“Stiamo assistendo a una inflazione significativa. Noi stiamo alzando i prezzi. (I fornitori) ci stanno alzando i prezzi, e noi lo stiamo accettando”. Ancora Buffett: “La gente ha solidi nelle proprie tasche, e paga prezzi più alti…c’è quasi una febbre negli acquisti”, ha continuato l’oracolo di Omaha, facendo notare che la crescita dell’economia americana è “rovente”.
A dargli ragione è stato lo stesso responsabile consulente di Allianz Mohamed el-Erian, che ha contestualmente criticato la Fed.
Ancora prima di Buffett un campanello di allarme era stato suonato dall’agenzia di rating Moody’s, preannunciando un tapering del QE e un rialzo dei tassi prima del previsto
“Crediamo di fatto che Powell inizierà a preparare i mercati finanziari alla prospettiva di un tapering del piano di Quantitative easing (acquisti di bond) una volta che sarà chiaro che gli Stati Uniti avranno raggiunto l’immunità di gregge (nei confronti del Covid), scenario che noi anticipiamo avverarsi entro il meeting del Fomc (il braccio di politica monetaria della Fed) della riunione di luglio (2021). Il vero tapering del QE inizierà con la riunione della commissione prevista per il gennaio del 2022″.
Da segnalare che dall’ultimo dot plot è emerso che gli esponenti del Fomc ritengono che la prima stretta monetaria avverrà dopo il 2023.
Così ha commentato il dato, stando a quanto riportato dal Guardian, Seema Shah, chief strategist di Principal Global Investors:
“Un’altra grande delusione per un dato Usa, ma questa volta al rialzo. L’inflazione CPI Usa si è confermata significativamente più alta delle attese, fattore che alimenterà il timore che la Fed abbia frainteso il trend dei prezzi. Cosa abbiamo imparato oggi rispetto a quanto non sapevamo già? I mercati stavano già scontando un aumento dell’inflazione, il grande interrogativo è per quanto tempo l’inflazione permarrà a questi livelli. La risposta non è arrivata oggi, e non arriverà per molti mesi ancora. Ma in questo arco temporale (prossimi mesi) gli asset rischiosi continueranno a tentennare a causa dei timori sull’inflazione e sarebbe saggio che gli investitori inserissero nei loro portafogli strumenti per proteggersi dall’inflazione“.
Ovviamente Wall Street paga lo scotto, soprattutto il Nasdaq: in questo mese di maggio i titoli hi-tech continuano a sottoperformare, e si teme che la rotazione dalle azioni growth alle azioni value, interrotta nel mese di aprile, possa tornare a rafforzarsi, come d’altronde sta già avvenendo:
uno scenario che ovviamente non promette bene per i titoli delle Big Tech e dei FAANG, Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google (che fa capo alla holding Alphabet). E di fatto il Nasdaq scende subito dell’1% in avvio di seduta.
Focus anche sull’indice della paura VIX, ovvero sul CBOE Volatility Index che, nella sessione di ieri, è balzato a 23,73 punti, al record degli ultimi due mesi, e che anche oggi è in rialzo.
Già ieri era stata una giornata da dimenticare per la borsa americana, che aveva scontato di nuovo i violenti sell off sui titoli hi-tech, più vulnerabili alla prospettiva di un rialzo dell’inflazione e di surriscaldamento dell’economia, in quanto anche relativamente meno convenienti rispetto ad altre azioni.
Dopo essere scivolato del 2% nei minimi intraday il Nasdaq era riuscito tuttavia ad azzerare le perdite, in flessione di appena lo 0,1% nel finale. Con un capitombolo di quasi 500 punti, il Dow Jones aveva sofferto invece il tonfo peggiore dal mese di febbraio.
Il settore tecnologico si conferma il più assediato dalle vendite, con il Technology Select Sector SPDR che ha perso più dell’1% dall’inizio di questa settimana, bruciando il 3% dall’inizio del mese.