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Coronavirus ed Europa: la proposta di Cottarelli, Galli e Letta per battere ‘crisi più violenta di quella del 2008’

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“La crisi in corso è più violenta di quella del 2008”: inizia così l’articolo “Come raggiungere un accordo nell’Eurogruppo”, che porta la firma di Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Enrico Letta. L’articolo affronta la situazione senza precedenti che l’Italia, l’area euro e il mondo intero stanno vivendo, alle prese con un virus mai conosciuto prima, il nuovo coronavirus: un virus che sta falcidiando vite umane e che sta erodendo profondamente anche i fondamentali economici, a causa delle misure di contenimento lanciate a livello mondiale per contenerne la diffusione e arginare i contagi.
Quarantena, lockdown, #iorestoacasa #StayHome #StayHomeSaveLives: sono i termini tra i più noti del vocabolario COVID-19. L’emergenza sanitaria va di pari passo con l’emergenza economica: riuscire a trovare il modo più efficace per limitare i danni è la priorità di istituzioni, economisti, analisti.

E’ in questo contesto che si ripresentano tutte le lacune dell’Unione europea che, di fronte a questa nuova sfida, ha certo lanciato importanti iniziative – come la sospensione del Patto di stabilità e di crescita – senza però riuscire ad arrivare a una soluzione che metta d’accordo tutti: in primis, i paesi dei falchi del Nord Europa con quelli delle colombe del Sud Europa.
L’Italia chiede più solidarietà, più flessibilità, meno rigore, mentre si prepara ad affrontare quella che per il Centro studi di Confindustria rischia di essere una depressione prolungata, con un crollo del Pil pari a -6%, un rapporto debito-Pil al 147% e un deficit-Pil al 5%, almeno nel 2020. E non si tratta neanche della previsione più nefasta, visto che gli analisti di Goldman Sachs paventano un deficit-Pil al 10% e un debito-Pil al 160% , mentre gli analisti di Commerzbank vedono molto probabile una imminente bocciatura del rating sovrano italiano a junk, e consigliano così, ai loro clienti, di vendere BTP.

E’ in questo contesto che diversi economisti e politici italiani hanno già lanciato un appello all’Europa affinché superi alcuni tabù auto-imposti ed emetta titoli di stato europei comuni per fronteggiare una minaccia alla salute e all’economia che è comune: i Covid bond, per l’appunto, o anche i coronabond.
L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta è in prima linea nel chiedere un intervento tempestivo a Bruxelles e nel commentare anche il rigore recente dell’Olanda che, tra l’altro, è stata costretta pure a scusarsi con i paesi del Sud, Italia e Spagna in primis. Insieme all’ex premier Mario Monti e a economisti del calibro di Tito Boeri e Fabrizio Barca, Letta ha firmato anche l’appello italo-tedesco affinché venga sconfitto un altro virus: quello del rigore. Appello diretto alla cancelliera tedesca Angela Merkel e alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
L’Europa di certo non è rimasta ferma ma, alla richiesta dei coronabond dell’Italia, ha risposto con un maxi fondo anti-disoccupazione da 100 miliardi di euro, una sorta di cassa integrazione europea, da finanziare con i Sure bond, non proprio i covid bond che l’Italia chiedeva e chiede.
E così oggi, sul sito dell’Osservatorio dei conti pubblici diretto dall’ex Fmi ed ex commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli, appare una nuova missiva: quella firmata, per l’appunto, dal trio Cottarelli-Galli-Letta: nel sottolineare la necessità di dare risposte commisurate alla gravità della crisi che, per l’appunto, è più violenta di quella del 2008, il trio degli esperti riconosce le misure lanciate dalla Bce. Una Bce che “sta facendo da subito il massimo, molto più di allora (ovvero che nel 2008)”.
“Basti pensare – si legge nell’articolo – che, per molti paesi, i massicci acquisti di titoli di stato rappresenteranno una fondamentale fonte di finanziamento non solo dei deficit pubblici, ma anche dei titoli di stato già in circolazione che dovranno essere ripagati nel corso di quest’anno”.
Detto ciò, l’intervento della banca centrale deve accompagnarsi a una risposta alla crisi integrata, che deve essere accettata da tutti i paesi Ue e che deve per questo adeguarsi a tre principi:
“Primo, (la risposta) non dovrebbe alterare in modo surrettizio l’architettura dell’Unione Europea. Quella attuale è una emergenza di natura e dimensione senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Una situazione speciale ed estremamente inusuale deve essere affrontata con strumenti ad hoc. Secondo, la risposta non deve portare né alla mutualizzazione del debito pubblico esistente, né alla mutualizzazione di nuovo debito derivante da politiche specifiche decise dai singoli paesi. Ogni paese deve rimanere responsabile per il debito emesso per finanziare le proprie politiche passate e presenti. Conseguentemente, l’emissione di Eurobonds, proposta in passato per mutualizzare il debito pubblico, dovrebbe essere esclusa. Terzo, e conseguentemente, le risorse raccolte emettendo strumenti di raccolta finanziaria come parte di una risposta comune dovrebbero essere spese attraverso politiche concordate in comune: si raccolgono risorse insieme, si decide insieme come spenderle”.
Fatta questa importante premessa, Enrico Letta, Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli illustrano la proposta.
“La nostra proposta comprende:

  • La costituzione di una piccola istituzione ad hoc o, ancor meglio, di un piccolo organismo all’interno di una istituzione già esistente (per esempio la Banca Europea degli Investimenti o il MES) per gestire le politiche concordate congiuntamente per rispondere alla crisi. Per mantenerlo piccolo, questo organismo—denominato Special Health Emergency (SHE) arrangement—dovrebbe avvalersi dei servizi forniti dalle altre istituzioni europee e cooperare strettamente con esse. La SHE dovrebbe emettere una tantum uno strumento di raccolta finanziaria (denominato Special Issue European Security, o SIES) per raccogliere 300-400 miliardi di euro con una scadenza di 30-50 anni. La SIES dovrebbe essere emessa alle stesse condizioni, in termini di garanzie, delle emissioni del MES e potrebbe essere acquistata dalla BCE come parte del suo programma di ‘quantitative easing’. Le risorse del MES potrebbero essere trasferite alla SHE, preferibilmente come iniezione di capitale di rischio, per rafforzarne la potenza di fuoco. Le risorse raccolte in questo modo dovrebbero essere spese sulla base di politiche e progetti decisi in comune da tutti i paesi partecipanti. Tali politiche dovrebbero essere concordate a livello politico, se necessario con diritto di veto per ogni paese partecipante, o sulla base di un’ampia maggioranza qualificata. Iniziative in quest’area potrebbero includere sia programmi di investimenti pubblici, approvati dal SHE in termini specifici, sia spese correnti (per la sanità o per un sostegno temporaneo alle famiglie e imprese colpite dalla crisi). La SHE verifica che le risorse siano spese bene, sulla base di politiche e regole definite in comune.
  • Le risorse per realizzare le politiche concordate non aumenterebbero il debito dei singoli paesi. Le spese verrebbero decise dalla SHE e contabilizzate nel suo bilancio. I governi nazionali e locali dovrebbero operare a livello amministrativo per l’attuazione delle politiche concordate.
  • La SHE avrebbe un proprio capitale, ma il suo asset principale sarebbe costituito dal valore attuale del flusso di contributi che verrà fornito dai paesi coinvolti durante il periodo di rimborso dei titoli emessi. Questi contributi sarebbero fissati ex-ante attraverso un accordo tra i paesi partecipanti e dovrebbero essere proporzionali all’ammontare di risorse che affluirebbero inizialmente a ogni paese, con l’eccezione di quelle relative a progetti di investimento intrapresi congiuntamente dai paesi, per i quali i contributi sarebbero proporzionali al Pil.

“Fondamentale – si legge nel testo- è lo spirito di collaborazione tra i paesi del Nord e i paesi del Sud: “Per la fattibilità della nostra proposta, come di ogni altra proposta in quest’area, è fondamentale una comprensione reciproca tra paesi del nord Europa e del sud Europa. Da un lato si deve capire che la crisi che sta colpendo in modo più duro il sud del continente non ha nulla a che fare con l’eccessiva accumulazione di debito. Dall’altro si deve capire che una risposta comune non può diventare un modo per introdurre surrettiziamente la mutualizzazione del debito, che deve rimanere responsabilità dei singoli stati. Soprattutto non bisogna perdere tempo prezioso come avvenne tra il 2008 e il 2012″