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Piano Ue Sure bond un contentino? Italia vuole ancora Covid bond, ma la risposta è sempre Mes

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L’Italia chiede Covid bond, Bruxelles risponde Sure bond. L’Ue ha lanciato ieri ufficialmente il suo bazooka anti-crisi: un piano anti-disoccupazione, una sorta di cassa di integrazione europea, con tanto di Sure bond, per l’appunto. Il progetto prevede, di fatto, l’emissione di obbligazioni comuni, fattore che il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni ha salutato come “un passo forse storico”.
Per l’ex premier, il fondo Sure “è la prima risposta comune dei Paesi europei” allo shock economico a cui tutto il mondo è predestinato, di nuovo, questa volta per colpa degli effetti nefasti del COVID-19.

“E’ il primo passaggio simbolico, forse storico, verso la messa in comune dell’impegno attuale e futuro” dei diversi Paesi Ue – ha puntualizzato il commissario – Qui stiamo parlando di mettere insieme le forze economiche tra Paesi che hanno livelli di debito e di accesso ai mercati diversi per una situazione di emergenza e questi Sure bond sono il primo esempio”.
Ma come funzioneranno questi bond? Gentiloni ha spiegato che i “bond saranno emessi sul mercato dalla stessa Commissione, che ha una tripla A, a tasso bassissimo, e presta queste risorse con scadenze di lungo termine ai vari Paesi”.

Bruxelles apre a opzione Covid bond ma alla fine sforna un contentino

Quali sono le aperture effettive di Bruxelles all’opzione coronabond-covid bond, più in generale, eurobond? Lasciando perdere le chiacchiere e le scuse della stessa presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Italia (per il comportamento, in particolare, dell’ amica Olanda), c’è da dire che l’apertura c’è, accompagnata però sempre da “ma” e “se”.
Indicativa a tal proposito è la lettera che è stata pubblicata oggi sul Sole 24 Ore che porta la firma di Klaus Regling, ovvero del numero uno del MES. Proprio di quel MES che continua, così come la questione dei covid bond, a dividere i paesi del Nord Europa da quelli del Sud Europa.
Regling frena di nuovo sui coronabond, parlando della necessità di fare in fretta e di non sprecare tempo.
Tra l’altro, strumenti per finanziare le spese che dovranno essere sostenute dai paesi dell’area euro per rimettere in piedi l’economia, a suo avviso esistono già:
“Nel breve periodo, almeno per il 2020, la solidarietà europea dovrebbe prendere forma attraverso un pronto ricorso alle istituzioni esistenti – la Commissione europea, la Banca europea per gli investimenti (Bei) e il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) – e i loro strumenti già in essere”.
Insomma, oltre a far riferimento al piano Sure lanciato ieri ufficialmente dalla Commissione, ovvero a un piano per la creazione e il finanziamento di una cassa di integrazione europea, Regling ricorda che esistono la Bei e, per l’appunto, il Mes.
“La Bei ha proposto un Fondo di garanzia paneuropeo che comprenderebbe 25 miliardi di euro di garanzie da parte degli Stati membri, che potrebbero essere usati come leva per mobilitare 200 miliardi di euro di finanziamenti aggiuntivi per piccole e medie imprese, imprese a media capitalizzazione e grandi aziende nell’economia reale. Il Mes, con la sua potenza di fuoco finanziaria inutilizzata di 410 miliardi di euro, potrebbe offrire linee di credito a basso tasso di interesse”.
Queste soluzioni avrebbero il vantaggio di essere adottate in modo celere.
Tra l’altro Regling risponde che sia la Bei, per tutti gli stati membri dell’Unione europea, che il Mes, per i 19 paesi dell’area euro, emettono già obbligazioni comuni. In misura minore, li emette anche la Commissione europea.
“Queste tre istituzioni emettono titoli di debito mutualizzati, cioè debito europeo, già da molti anni. Oggi hanno circa 800 miliardi di euro di debito europeo in essere. Tutte e tre garantiscono finanziamenti a tassi di interesse ben al di sotto dei costi di finanziamento della maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea e hanno dimostrato di essere efficienti ed efficaci, anche in circostanze avverse. E potrebbero esserlo ancora di più in questo momento”.

Perchè i Sure bond e non i Covid bond?

Ma perchè sì ai Sure bond e no ai Covid bond o comunque agli eurobond? Un articolo di Bloomberg firmato da Ferdinando Giugliano spiega quali ostacoli l’emissione dei coronabond comporterebbe.
Tre sono i fattori che rendono difficile la loro emissione:
“In primo luogo, non è chiaro quale istituzione dovrebbe emetterle e come l’emissione dovrebbe essere pagata. Idealmente, l’Eurozona necessita di un Tesoro con un budget federale, ma ciò sarebbe difficile, ora, da creare, e richiederebbe tra l’altro che i governi rinunciassero ad alcune loro entrate fiscali in un momento di grande stress finanziario. In secondo luogo, i trattati Ue comprendono una clausola che impedisce ai paesi di salvarsi l’un l’altro con operazioni di bailout. Gli eurobond, i coronabond o Covid bond così come si chiamerebbero, renderebbero necessario un cambiamento ai trattati che, a sua volta, richiederebbe voti parlamentari e referendum.
Insomma, “il processo sicuramente non sarebbe veloce, in un contesto di emergenza come quello attuale, in cui il mondo intero è alle prese con una pandemia. Terza difficoltà a lanciare gli eurobond è che l’ipotetico Tesoro federale “pretenderebbe controlli sulle spese degli stati membri”, per evitare che si spenda troppo.
Un iter a dir poco tortuoso in una situazione, avverte Regling, in cui “la gravità della situazione medica e l’estensione dei danni economici e sociali previsti richiedono un’urgente prova di solidarietà all’interno dell’Europa”.
Sulla necessità di agire con urgenza preme anche il numero due della Commissione europea, Valdis Dombrovskis che, intervistato da La Repubblica, presenta il piano Sure lanciato ieri:
“Serve una risposta rapida e senza precedenti. Nelle ultime settimane abbiamo sospeso il Patto di stabilità e il divieto di aiuti di Stato alle imprese. Inoltre ci sono state le decisioni della Bce. Oggi portiamo un nuovo pacchetto: l’obiettivo è di preservare quanto più possibile imprese e occupazione. Più aziende salviamo, più posti di lavoro manteniamo, più veloce sarà la ripresa economica. Ecco perché abbiamo proposto “Sure”, uno strumento che avrà fino a 100 miliardi da prestare ai governi nazionali a condizioni vantaggiose per sostenere gli ammortizzatori sociali. Inoltre abbiamo accordato massima flessibilità su come usare i fondi europei: potranno essere impiegati senza co-finanziamento nazionale e trasferiti tra le regioni di un Paese”.
Sul funzionamento di Sure, alla domanda su “come raccoglierete i 100 miliardi di “Sure”, Dombrovisks ha risposto che “chiediamo ai governi di fornirci garanzie per 25 miliardi: a quel punto la Commissione andrà sui mercati per raccogliere soldi che presteremo a condizioni favorevoli ai paesi che li richiederanno. “Sure” è interessante per i Paesi che hanno alti costi di finanziamento sui mercati».
Ok fin qui. Ma se poi quei 2.770 miliardi mobilitati contro la crisi, tra le “iniziative Ue e quelle dei singoli governi”, non dovessero bastare? Il falco Ue ha la risposta pronta: “Abbiamo mobilitato il 3% del Pil di denaro fresco e il 16% in garanzie”.
Sugli eurobond-coronabond o covid bond? “Sappiamo che stanno preparando delle proposte e sul tavolo c’è già quella francese. La Commissione lo ha detto chiaramente: siamo aperti a ogni opzione, abbiamo bisogno di una risposta ambiziosa, coordinata ed efficace contro la crisi. Siamo pronti a facilitare questo lavoro”.

Italia chiede Covid bond, Dombrovskis dice Mes

L’apertura europea ai Covid bond c’è ma, così come Regling, anche Dombrovskis propone la soluzione Mes.
È logico usare il Mes come prossima linea di difesa perché è già capitalizzato e ha già capacità di prestito. Dobbiamo trovare un compromesso pragmatico, una soluzione su misura per questa crisi che ci permetta di attivarlo. Una qualche forma di condizionalità è legalmente necessaria, ma non stiamo parlando di una classica condizionalità macroeconomica”.
Le cosiddette condizionalità di cui parla Dombrovskis sono le stesse che innervosiscono e spaventano gli italiani, visto che l’erogazione di aiuti dal Mes avverrebbe – per lo meno in base alla legislazione vigente -con l’apposizione di condizioni anche stringenti.
Lo stesso commissario agli Affari economici Ue, l’ex premier Paolo Gentiloni, ha mostrato scetticismo verso la possibilità di ricorrere al MES. Quel fondo, ha spiegato commentando che il bond non è una parolaccia, “era stato creato in un’altra crisi, una crisi finanziaria in cui c’erano Stati da salvare sul piano finanziario, come la Grecia, il Portogallo e altri, con delle condizionalità pesantissime e con dei programmi di rientro molto pesanti”.
Di conseguenza, a suo avviso “questo strumento così concepito, con queste condizionalità, non è adatto alla crisi attuale. Il che non vuol dire e ha ragione il presidente (del Consiglio) Conte, che con diverse regole non si possa usare anche questo”. (Conte ha infatti aperto a un MES a patto però che “l’utilizzo dei fondi strutturali europei non ancora spesi” avvenga “con la più ampia flessibilità”. Ovvero: “senza più i vincoli di cofinanziamento nazionale o di particolari destinazioni funzionali o territoriali”.

Dibattito Covid bond, parla l’anti Mes per eccellenza

E contro il Mes parla oggi anche il leader della Lega Matteo Salvini, in collegamento con Telelombardia:
“Per quello che promette l’Europa gli italiani hanno capito che prima lo vedo poi ci credo, perchè per il momento l’Unione Europea ha dimostrato tutto il suo vuoto la sua lontananza, i suoi egoismi. L’Europa sta dimostrando tutta la sua assenza”. E’ l’appunto dell’ex vicepremier ed ex ministro dell’Interno, che commenta così l’iniziativa Sure della Commissione europea. In ogni caso “ancora ieri qualcuno, i tedeschi e i francesi, hanno usato la parola Mes, che fa rima con fregatura, furto, rapina. Perchè il Mes è un trattato che sostanzialmente prevede che ti presto uno, me lo restituirai con gli interessi e non potrà essere che una patrimoniale su risparmi e casa o un aumento dell’età pensionabile. Possono metterci gli aggettivi che vogliono, leggero, light, simpatico, carino… Ma è una truffa”.
Dal canto suo, nella risposta alle scuse all’Italia che sono arrivate ieri con la lettera di Ursula von der Leyen, il premier Giuseppe Conte non manca di rimarcare il bisogno di andare al di là degli egoismi nazionali e, anche lui, si oppone al Mes:
Si continua a insistere nel ricorso a strumenti come il Mes che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi da perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati. È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio”.
Conte va avanti: “Il 2020 sarà uno spartiacque nella storia della Ue Ciascun attore istituzionale sarà chiamato a rispondere, anche ai posteri, delle proprie posizioni e del proprio operato. Solo se avremo coraggio, se guarderemo davvero il futuro con gli occhi della solidarietà e non col filtro degli egoismi, potremo ricordare il 2020 non come l’anno del fallimento del sogno europeo ma della sua rinascita”.
Idem il ministro dell’economia Roberto Gualtieri che pur definisce “passo importante” il lancio del piano Sure anti-disoccupazione. Tra l’altro, afferma in un intervento al Tg1, anche “dalla Bce sono state messe in campo “risorse importanti”. Ma “pensiamo che lo sforzo comune europeo debba essere ancora maggiore. Insieme ad altri Paesi, e a una fetta crescente dell’opinione pubblica europea, stiamo chiedendo una risposta straordinaria che porti all’emissione di titoli comuni per affrontare l’emergenza”. Dunque, l’Italia rimane ferma sulla proposta di emettere i Covid bond. Peccato che la risposta sia sempre la stessa: meglio il Mes.