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Mps sfrattata dai giochi del risiko bancario? Il piano del M5S (e anche parte PD) che punta sul tesoretto da 3,7 miliardi

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Insieme a quella parte del Pd e di Italia Viva che teme anch’essa una valanga di esuberi con un matrimonio Mps-UniCredit, il M5S continua a portare avanti il piano B per Mps.

View of the branches of the bank “Monte Dei Paschi di Siena” in Rome, Italy, Wednesday, January 16, 2019. After the surprise news on the requests of the ECB to Banca Mps – the Sienese institute will have to carry on the coverage of its Npl from now to 2026, not only on the deteriorated credits that will be formed, but also on the existing stock in 2018 – the title MPS has accused one of the worst performances on the liston January 16, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images)

Obiettivo: fare in modo che la banca senese rimanga Monte di Stato, così come è dal 2017, ovvero dai tempi in cui venne lanciata dallo Stato l’operazione di ricapitalizzazione precauzionale.
L’intenzione dei 5 Stelle – stando a quanto riporta il quotidiano La Stampa – è di utilizzare lo strumento delle “attività fiscali differite (Dta) a fronte di un aumento di capitale e non solo – come previsto dall’articolo 39 della manovra – in caso di una fusione”.
Il tesoretto di Mps avrebbe un valore di 3,7 miliardi di euro (riporta La Stampa) che, magari, invece di essere sfruttato come regalo di Stato da offrire a un potenziale offerente per la banaca senese, potrebbe servire nei piani del M5S a finanziare la ricapitalizzazione di cui l’istituto ha disperatamente bisogno, per mettere a posto, in primis, i suoi conti.
La prospettiva di un risiko bancario che coinvolga Mps si allontana sempre di più, come indica lo stesso trend del titolo: l’azione perde quasi l’1%, a fronte dei rialzi dei titoli di altre banche italiane, che beneficiano dei rumor relativi a un’operazione di M&A tra UniCredit e Bper.
La Stampa indica in particolare l’emendamento che “vede come primo firmatario Giovanni Currò sulla conversione delle Dta in crediti d’imposta a fronte di un aumento di capitale. Non c’è invece l’altro emendamento – primo firmatario Zanichelli, elaborato dall’ala più «dura» del Movimento – che avrebbe stoppato a 500 milioni i benefici della trasformazione delle Dta. Emendamento pensato dichiaratamente per boicottare la fusione tra Mps e Unicredit“.
Sono giorni in realtà, almeno da quando l’AD di UniCredit Jean-Pierre Mustier ha annunciato le proprie dimissioni – secondo diverse fonti proprio per le pressioni esercitate dal Tesoro che sponsorizzerebbe da tempo un matrimonio Mps-UniCredit -, che si è tornati a parlare di Mps in versione stand-alone, con l’assist del M5S.
Con la ricapitalizzazione, qualcuno spera, la banca potrebbe camminare con le proprie gambe. E quale migliore ricapitalizzazione fatta a norma di legge, ovvero attingendo al tesoretto frutto della conversione delle Dta in crediti di imposta?
In questo modo si potrebbero evitare quei 6.000 licenziamenti che anche diversi esponenti del Pd e di Italia Viva temono di innescare, in caso di via libera alle nozze con UniCredit.

Mps, priorità No macelleria sociale. Idem FABI, pronta a bloccare tutto

Non per niente il Messaggero aveva messo in evidenza giorni fa che, “dalle preliminari elaborazioni in corso da parte di Guido Bastianini (ceo di Mps) con l’ausilio di Mediobanca, emerge che gli esuberi potrebbero essere 3000 mentre le filiali da chiudere circa 40 sulle residue 1.250”. Un bagno di sangue di minore intensità e dunque non proprio in stile macelleria sociale rispetto a quello che una eventuale fusione con UniCredit richiederebbe, visto che in questo caso “le eccedenze sarebbero raddoppiate (6.159 unità)”, mentre non ci sarebbe “certezza sulle filiali, in quanto bisognerebbe valutare le sovrapposizioni nell’Italia centrale e Sicilia (circa 700)”.
Si tratta insomma di scegliere il male minore, per evitare di scontare una eventuale pena Mps in sede elettorale.
LEGGI ANCHE Unicredit e Mps insieme, ecco impatti su capitale e sinergie secondo Credit Suisse (che consiglia di puntare su Intesa Sanpaolo).
Così commenta quanto riportato da La Stampa Luigi Pedone di Equita SIM:
“Secondo la Stampa, sarebbe stato definitivamente eliminato l’emendamento proposto dal Movimento 5 Stelle relativo nella legge di
Bilancio che prevederebbe un limite pari a 500mn per la conversione delle DTA fuori bilancio in crediti fiscali in caso di aggregazioni. Tra gli emendamenti, ci sarebbe invece una proposta alternativa che prevederebbe la conversione delle DTA fuori bilancio in crediti fiscali
anche in caso di aumento di capitale: la misura permetterebbe quindi un rafforzamento patrimoniale di BMPS indipendente da una business combination, uno scenario, secondo le ultime indiscrezioni, appoggiato da una parte dei partiti di maggioranza”.
Il piano dei 5 Stelle, tuttavia, si scontrerebbe di ostacoli di tipo politico e normativo, secondo la SIM milanese:
“Riteniamo che tale norma potrebbe incontrare ostacoli sia dal punto di vista politico che in ambito europeo. Tuttavia l’indiscrezione, conferma le incertezze, anche dal punto di vista politico, sulle prospettive strategiche della banca. La nostra view è che lo scenario più probabile resti quello di una ricapitalizzazione da parte del MEF (2,5 miliardi) finalizzata a sterilizzare i rischi legali e realizzabile senza burden sharing nell’ambito del temporary framework sugli aiuti di Stato, in vigore fino a settembre 2021. Il
rafforzamento patrimoniale e la possibilità di conversione delle DTA in crediti fiscali in caso di aggregazione (fino a 2,5 miliardi per BMPS) rappresentano una condizione chiave per facilitare una business combination”.
Un altolà a qualsiasi operazione che possa tradursi in nuovi licenziamenti è arrivato anche da Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, il sindacato dei bancari, che si era messo in evidenza giorni fa anche con la proposta di una fusione a tre con Carige e Popolare di Bari.
Così sileoni alla trasmissione Omnibus su La 7: “I 6000 licenziamenti di Montepaschi? Se li sognano e li contrasteremo. Abbiamo uno strumento, che è il fondo di solidarietà, con quale abbiamo sempre gestito in questi anni tutte le banche, gli esodi, con pensionamenti e prepensionamenti sempre su base volontaria. Se in Mps toccano una persona, blocchiamo tutto il settore bancario, assieme alle altre organizzazionali sindacali”.
Nelle ultime ore, si è fatto risentire anche il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, che intende collaborare con il governo per una soluzione alternativa che veda il Tesoro mantenere il controllo.
Giani ha detto, praticamente, che il matrimonio Unicredit-MPS non s’ha da fare, visti i 6.000 esuberi che le nozze comporterebbero. Sottolineando che una fusione con Piazza Gae Aulenti si tradurrebbe anche nell'”assoluta perdita di identità di una banca che da secoli trova in Toscana una sede privilegiata”.