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Unicredit e Mps insieme, ecco impatti su capitale e sinergie secondo Credit Suisse (che consiglia di puntare su Intesa Sanpaolo)

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La febbre da M&A impazza nel settore bancario. Spagna e Italia sono i mercati dopo il consolidamento va avanti a ritmo forsennato con l’Opa di Credit Agricole su Credito Valtellinese che ha ulteriormente acceso i riflettori sulle possibili prossime mosse. I dossier aperti appaiono molti e Unicredit – che da tempo si trincea dietro una posizione di netta chiusura a qualsiasi scenario di M&A – risulta tra i nomi più chiacchierati.
Intanto, a Piazza Affari il titolo Unicredit continua a fare la voce grossa con un altro balzo nell’ordine del 3% circa che lo proietta sopra il muro dei 9 euro, livello che non vedeva da giugno. Dai minimi del 29 ottobre il titolo è balzato in avanti di ben il 44%. 

Inglobare Siena avrebbe un notevole impatto sul capitale il 1° anno 

Le nuove indiscrezioni circa l’aumento del pressing del Tesoro per convincere Unicredit a convolare a nozze con Mps spingono gli analisti a valutare le implicazioni finanziarie di un potenziale accordo per la banca guidata da Jean Pierre Mustier.
Credit Suisse valuta che una fusione con MPS comporterebbe per Unicredit un RoI del 23% e un incremento del 14% di EPS per il terzo anno; avrebbe anche un notevole impatto sul capitale dell'”anno 1″, stimato a circa 80 bps di capitale, il che ridurrebbe la capacità di Unicredit di effettuare riacquisti di azioni a breve termine e introdurrebbe rischi di esecuzione rispetto ad una base standalone. Nello scenario di base, Credit Suisse ipotizza sinergie di costo annue pari al 40% della base di costo di MPS, che saranno gradualmente introdotte in un periodo di tre anni, 1,5 miliardi di euro di costi di integrazione al netto delle imposte e una potenziale iniezione di 2,4-2,5 miliardi di euro in MPS da parte del governo italiano.
Catalizzatori e rischi. La banca d’affari svizzera, che ha rating neutral con tp a 9,5 euro su Unicredit, rimarca come una più rapida ripresa dell’economia italiana potrebbe portare a un potenziale aumento del costo del rischio di Unicredit. Inoltre, lo stimolo della BCE di dicembre potrebbe tradursi in un potenziale upside per la guidance 2021 sul net interest income.

Intesa Sanpaolo è la banca preferita di Credit Suisse

Tra i peer del Sud Europa la casa d’affari elvetica  preferisce le banche con il vantaggio del first-mover nelle operazioni di M&A, ossia Intesa Sanpaolo (rating outperform con target price a  2,5 euro) e CaixaBank (TP 2,6 euro, outperform). In Italia, Intesa è pronta a trarre ulteriori significative sinergie di costo dall’acquisizione di UBI Banca, pur mantenendo un buffer MDA best in class, che le consenta sia di pagare un dividendo interessante sia di effettuare acquisizioni bolt-on, come dimostra l’ultimo acquisto del ramo vita di Aviva in Italia, che a detta di Credit Suisse può contribuire per un ulteriore 1,5% alle stime di consenso per l’intero 2021.

Tesoro prova a convincere Unicredit

L’intento del Tesoro è quello di accelerare i tempi per trovare le condizioni per realizzare una business combination fra le due banche. Il MEF sarebbe pronto a garantire la condizione di neutralità sul capitale di Unicredit dall’acquisizione attraverso tre mosse: un aumento di capitale da 2,5 mld in Mps e poi l’emanazione di un decreto che permetta la conversione da asset fiscali in crediti fiscali, quindi computabili nel CET, di circa 3,7 mld di DTA attualmente fuori bilancio di Mps. Infine, il MEF starebbe studiando lo spin-off di 10 mld di euro di rischi legali da Banca MPS.
Condizioni che potrebbero far cedere l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, che da tempo ribadisce la posizione di chiusura della banca a qualsiasi scenario di M&A.
Il Tesoro, azionista di controllo della banca senese con il 68% del capitale, ha fretta per concludere l’uscita dalla banca concordata con l’UE entro la fine del 2021. Oltre a dover convincere Unicredit, il ministero guidato da Roberto Gualtieri  deve anche fare i conti con le possibili frizioni a livello politico. Il M5S è in pressing su via XX Settembre perché teme che l’operazione si traduca in un regalo a UniCredit a spese dei contribuenti. Va ricordato che lo Stato nel 2017 ha già versato 5,4 miliardi in Mps per il salvataggio con ricapitalizzazione precauzionale.

Neutralità è condizione essenziale

Condizione essenziale perché l’operazione vada in porto è che l’operazione risulti neutrale sul capitale della banca di piazza Gae Aulenti. Stando alle condizioni indicate da Bloomberg, Equita SIM ritiene che il deal sarebbe sostanzialmente neutrale/leggermente accreativo sotto il profilo del capitale per Unicredit (CET1 2021 stand-alone da 12% a 12,7%), nonché neutrale dal punto di vista del profilo di rischio in quanto verrebbero sterilizzate le componenti company-specific di MPS (cause legai e minacce di contenzioso). In termini assoluti quindi l’operazione potrebbe presentarsi vantaggiosa per UCG “sebbene diluitiva sull’Eps 2021-23 (circa 10-15%)”. In termini relativi, invece, la sim milanese continua a ritenere che Banco BPM rappresenti un`opzione più valida dal punto di vista industriale perché rafforzerebbe maggiormente la presenza di Unicredit nel nord Italia (quota di mercato 20% vs 14% di UCG+MPS) e in Lombardia (20% vs 11%), oltre che presentare in ogni caso un minor execution risk.
Oltre ai vincoli a livello europeo nell`ambito delle regole sulla concorrenza, un’operazione che preveda l’integrale sterilizzazione dei rischi legali da MPS può presentare ostacoli anche a livello domestico relativamente alla possibilità di trasferire rischi determinatisi nello svolgimento di un`attività privata sul bilancio pubblico. Da ultimo, Equita sottolinea che un aumento di capitale da 2,5 mld senza sterilizzazione integrale dei relativi diritti di voto, farebbe diventare il Tesoro primo azionista di Unicredit post businesss combination con una quota del 14%.