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Carige, Carigexit una mina per settore bancario: 9 miliardi di costi per l’Fitd con liquidazione coatta

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Il worst case scenario per la banca genovese fa scattare sull’attenti tutti gli esperti del settore. La domanda è: quale sarebbe l’effetto contagio sull’intero sistema bancario made in Italy?

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E se invece, per Carige, si concretizzare lo scenario peggiore, una sorta di Carigexit, per parafrasare la Brexit, e si arrivasse alla liquidazione coatta amministrativa? In attesa del momento della verità per l’istituto genovese, in vista dell’assemblea degli azionisti del prossimo 20 settembre, si inizia a fare il conto di ciò che accadrebbe nel caso in cui si concretizzasse il worst case scenario, che è stato inciso nero su bianco dagli stessi commissari straordinari.

Tre gli scenari presentati dai commissari, chiamati a gestire Carige, dopo la decisione della Bce di assumerne il controllo. Nel testo, si legge chiaramente che, “in caso di mancata approvazione dell’Aumento di Capitale da parte dell’Assemblea, e, quindi, in assenza del Rafforzamento Patrimoniale, la Banca si troverà in una situazione di crisi, con conseguente sottoposizione della stessa e del gruppo ad essa facente capo ad azioni straordinarie e/o a misure da parte delle Autorità competenti, che potrebbero determinare la liquidazione coatta amministrativa della Banca”.

Certo, ci sono anche altri scenari possibili meno drammatici, ma la prospettiva di una liquidazione coatta amministrativa fa scattare sull’attenti tutti gli esperti del settore. La domanda è: quale sarebbe l’effetto contagio di una Carigexit sull’intero sistema bancario made in Italy?

Oggi La Stampa riporta che, tra le conseguenze, ci sarebbe la pesante zavorra che il Fondo interbancario per la tutela dei depositi dovrebbe accollarsi: un costo calcolato in 9 miliardi, da sostenere per proteggere i depositi sotto i 100 mila euro.

Liquidazione coatta Carige: chi verrebbe tutelato?

Viene ripetuto come, in caso di liquidazione coatta, a essere tutelati sarebbero i depositi in conto corrente, i depositi vincolati, i certificati di deposito, i libretti di risparmio e gli assegni circolari.

“Sarebbe un costo enorme e pericoloso a carico del sistema bancario – ha fatto notare una fonte vicina al dossier interpellata da La Stampa -. Credo che nessuno voglia determinarlo».

Ma l’ultima parola spetta ai soci, e la famiglia Malacalza – azionista di maggioranza con il 27,5% del capitale – continua a trincerarsi in una freddezza quasi ostinata.

Gabriele Volpi, secondo azionista con una partecipazione del 9%, stando a quanto continua il quotidiano torinese, “parteciperà (forse non di persona) all’assemblea e voterà a favore del piano”. E “favorevoli al piano sono anche Raffaele Mincione (7%), Aldo Spinelli (sotto l’1%) e le associazioni dei piccoli azionisti e degli ex dipendenti pensionati di Carige”.

Mancano pochi giorni per capire cosa accadrà a Carige, la banca che più di tutte tra quelle italiane è stata protagonista di questo 2019: l’assemblea dovrà decidere se approvare o bocciare il piano di salvataggio orchestrato dall’Fitd, Fondo Interbancario di tutela dei depositi: l’unico piano di salvataggio possibile, ormai, dopo che la soluzione ricapitalizzazione precauzionale à la Mps si è allontanata sempre di più (anche se tale opzione è inclusa tra quelle paventate dai commissari straordinari).

Per non parlare delle ambizioni dell’ex ministro per lo Sviluppo economico, ora ministro degli Esteri Luigi Di Maio che, con dichiarazioni in stile pompa magna, aveva auspicato addirittura una Banca di Stato .

“Quel che posso dire è che ci crediamo, è l’unico vero intervento che si può fare, l’unica strada percorribile per il M5S. Il popolo sovrano si riappropria delle banche“, aveva detto, in un’intervista rilasciata ad AdnKronos.

Certo, progressi per mettere in sicurezza l’istituto ligure ne sono stati fatti: il Fondo interbancario si è accollato l’onere di diventare regista di una operazione di rafforzamento patrimoniale per 900 milioni di euro, quasi un miliardo, che implica un aumento di capitale da 700 milioni e un finanziamento in bond per i 200 milioni rimanenti.

Diverse le trattative con diversi soggetti volte ad assicurarsi questa somma. Alla fine il piano di salvataggio in extremis basato sull’accordo tra il Fondo interbancario e Cassa Centrale Banca è arrivato, con tanto di rumor e indiscrezioni anche sulla possibilità che il polo trentino delle banche cooperative possa nel corso degli anni salire fino al 30%, scavalcando la famiglia Malacalza.

Sempre pochi mesi fa, l’agenzia di stampa AdnKronos ricordava come, per mantenere la loro quota post aumento di capitale, i Malacalza dovessero investire circa 180-190 milioni.

“Ma nessuno pensa che dopo i circa 420 milioni sborsati – e persi – in questi anni da azionisti rilevanti della banca ligure, Vittorio e figli possano essere ancora disponibili a mettere in banca cifre di questa taglia”, veniva fatto osservare.

Non per niente, con una incognita così grande, i commissari Fabio Innocenzi, Pietro Modiano e Raffaele Lener e il Fondo Interbancario hanno lanciato un appello ai piccoli soci, offrendo azioni gratuite a chi aderirà. E’ infatti prevista l’assegnazione di azioni pari a 10 milioni di euro ai titolari di quote attuali fino allo 0,1% del capitale.