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BTP, ora tocca a Moody’s: con rating junk salva-Italia Bce non potrà impedire cacciata dai fondi

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Basterà l’ennesimo salvagente lanciato dalla Bce all’Italia, per evitare la fuga degli investitori dai BTP? In attesa del verdetto delle agenzie di rating DBRS e soprattutto di Moody’s – in arrivo domani, venerdì 8 maggio – il nervosismo nei confronti della carta italiana è alto. Alto al punto che Unicredit, secondo quanto segnala l’agenzia Reuters, ha sottolineato che nei prossimi mesi il timore di downgrade del rating sovrano italiano sotto il livello investment grade rischia di spingere gli investitori privati stranieri a vendere i governativi italiani, con una potenziale riduzione dell’esposizione da parte di asset manager e hedge fund di circa 80 miliardi di euro. Oggi lo spread BTP-Bund è stabile, attorno a 248 punti base, dopo essere salito oltre quota 250 nella sessione di ieri e aver testato nella sessione odierna un massimo intraday a 252 punti base. Il tasso sui BTP decennali oscilla attorno all’1,94%, rispetto al massimo intraday di ieri testato all’1,99%.
Certo: l’Italia è stata graziata da Standard & Poor’s; ma pochi giorni dopo, tra l’altro a sorpresa, è arrivata la scure di Fitch Ratings che ha fatto precipitare il giudizio sui BTP a un livello superiore a quello “junk”, spazzatura, di appena un gradino.

Ora tocca a Moody’s che valuta i titoli di stato italiani già a un livello distante di un solo gradino da quello junk.

MILAN, ITALY – MAY 06: General view of flash mob of restaurateurs in front of the Arco della Pace during the COVID-19 pandemic on May 06, 2020 in Milan, Italy. Italy was the first country to impose a nationwide lockdown to stem the transmission of the Coronavirus (Covid-19), and its restaurants, theaters and many other businesses remain closed. (Photo by Lorenzo Palizzolo/Getty Images)

Riassumendo le valutazioni, Fitch Ratings e Moody’s valutano il debito italiano rispettivamente a BBB- e Baa3, mentre la più generosa è S&P, che ha un rating BBB, due gradini al di sopra del girone dei paria del debito, appunto del livello spazzatura.
La Bce si è già premunita contro la possibilità che l’Italia finisca con il perdere, in generale, il rating investment-grade.
Qualche giorno fa è arrivato l’annuncio – un annuncio che è apparso come un salva-Italia – della banca centrale, che ha reso noto che, nell’ambito del PEPP, ovvero del QE pandemico anti-COVID-19 lanciato a marzo, accetterà in garanzia anche titoli junk. Così aveva commentato la mossa Alberto Gallo, portfolio manager presso l’hedge fund Algebris Investments, contattato dal Financial Times:
“La Bce sta agendo per limitare l’azione prociclica delle agenzie di rating, e per proteggere i debiti sovrani come quello dell’Italia dai downgrade. Le aziende e le piccole e medie imprese che emettono bond high-yield – ha fatto inoltre notare Gallo – rappresentano una grande parte dell’economia. E’ importante che l’aiuto non vada solo alle grandi società”.
Detto questo, i mercati stanno chiedendo anche di più ovvero che, oltre ad accettare i titoli junk in garanzia, la Bce li compri anche, come ha deciso di fare, d’altronde, la Federal Reserve. E’ stata la stessa Christine Lagarde tuttavia, nell’ultima riunione della Bce, a rispondere che dell’opzione il Consiglio europeo non ne ha neanche parlato.
In ogni caso la Bce c’è, anche se ora a metterle il bastone tra le ruote è Karlsruhe, ovvero la Corte costituzionale tedesca, con il suo verdetto anti PSPP (ma non anti PEPP, dunque non anti QE-pandemico, anche se non mancano gli analisti che temono un attacco anche contro questo piano ad hoc, pensato come bazooka anti-coronavirus).
E per l’Italia la Bce c’è sempre stata e c’è ancora molto, anche nell’era post Mario Draghi, se si considerano gli ultimi dati, da cui emerge che il 40% degli acquisti di aprile effettuati nell’ambito del piano PSPP è andato a favore della carta italiana.
La domanda è però fino a quale punto le misure salva-Italia della Bce siano capaci di proteggere i BTP dai sell off dei fondi in caso di downgrade del rating a ‘junk’.
Un articolo di Reuters si interroga su quanto potente potrebbero essere i disinvestimenti dai BTP se, nonostante l’assist della Bce, il debito italiano perdesse la valutazione “investment-grade”. In alcuni casi la fuga avverrebbe anche in modo automatico.
Ci sono per esempio i fondi pensione o i fondi assicurativi, che acquistano solo bond che hanno rating buy. E ci sono anche i fondi passivi, come gli ETF, che replicano i vari indici, e che sono costretti a vendere quando un credito perde l’investment-grade ovvero non arriva neanche alla sufficienza nella scala dei voti delle agenzie di rating.
I fondi sono costretti a vendere perchè gli indici che replicano, una volta avvenuta la bocciatura, cacceranno i debiti sovrani o corporate in questione. E su questo la Bce può fare ben poco.
Alcuni indici, come il Markit’s iBoxx euro benchmark e il Bloomberg/Barclays euro aggregate, si affidano inoltre ai rating emessi proprio dalle Tre Sorelle del Rating, ovvero da Moody’s, S&P e Fitch. Un taglio del rating a junk da parte di una di queste agenzie ha un grande significato, come spiega Ross Hutchison, gestore di un fondo sui tassi presso Aberdeen Standard Investments.
“Sebbene la decisione della Bce di abbassare la richiesta del rating per la Grecia nel caso del PEPP mitighi il danno di un downgrade, i flussi in uscita degli investitori privati domineranno probabilmente nel breve termine”.
Ora, i bond italiani incidono per il 23% sull’indice benchmark iBoxx euro, valutato oltre i 5,5 trilioni di euro. La quota dell’Italia nell’indice corrisponde a 1,38 trilioni di euro ed è la seconda più alta dopo quella francese. Se bocciato a junk, il debito italiano verrebbe espulso da quel benchmark, per entrare a far parte dell’iBoxx EUR Sovereigns High Yield index, che ha un valore decisamente minore, pari a 57 miliardi di euro, e che ‘ospita’ al momento bond greci e ciprioti.
L’Italia incide inoltre per il 15% sul FTSE Euro Broad Investment-Grade Bond Index, che richiede che il requisito minimo per l’accesso sia un rating di S&P a BBB- o di Baa3 di Moody’s.
Secondo Mauro Vittorangeli, direttore responsabile degli investimenti nel mercato del reddito fisso presso Allianz Global Investors, la cacciata dell’Italia dagli indici rappresenterebbe “un grande mover”, diversamente da quanto accadde in passato quando a essere cacciati dagli indici furono Grecia e Portogallo.