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Mps sposa troppo brutta, aumento di capitale venga fatto prima di M&A. Intanto spunta idea spezzatino con UniCredit, Mcc-Banco BPM-Bper-Poste

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Un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro che venga fatto prima, e non dopo una eventuale operazione di M&A. E’ l’ipotesi che viene segnalata da Bloomberg Intelligence, che scrive in un articolo che l’aumento di capitale potrebbe dover rendersi condizione sine qua non per dare Mps in sposa a qualcuno.
Mps: spunta ipotesi spezzatino di sistema con partecipazione di UniCredit, Mediocredito Centrale, Banco BPM, Bper e PosteIn questo modo il Monte di Stato vedrebbe aumentare la propria appetibilità come preda rispetto a ora visto che, alle prese con un fully loaded CET1 ratio di appena il 10,4%, la banca è decisamente poco desiderabile.

Si parla dunque anche di questa possibilità per la patata bollente passata dal governo Conte a quello di Mario Draghi, mentre fioccano altri rumor sull’opzione spezzatino.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore nell’articolo “Mps, spunta il piano sistema. Banca divisa tra più acquirenti”, tra “i numerosi advisor coinvolti nel risiko starebbe prendendo piede l’ipotesi di valutare una sorta di ‘spezzatino’ della banca senese. Con più interlocutori al tavolo, che verrebbero così chiamati a gestire per la propria parte di asset dell’istituto: si guarda in particolare a UniCredit e Mcc ma lo schema di gioco si allargherebbe potenzialmente anche Banco Bpm e Bper fino ad arrivare a Poste“.
E, come già dimostrato già in un’occasione, il mercato continua a trovarsi d’accordo con l’ipotesi di Mps fatta a pezzi: alle 9.50 ora italiana, il titolo del Monte balza infatti di oltre +4%.

Ipotesi break up per la banca che nessuno vuole

L’ipotesi break-up si fa così sempre più probabile per la banca che nessuno vuole, e sul cui controllo sicuramente UniCredit di Andrea Orcel non scalpita, nonostante la dote fiscale. Dote fiscale che, tra l’altro, almeno in base a quello che è emerso dal decreto Sostegni bis, non si è fatta neanche più ricca, contrariamente a chi ci aveva sperato.
Certo, il dado non è stato ancora del tutto tratto, e Roma sarà costretta a trattare per molto ancora con Bruxelles per dare forma a un piano per salvare Mps, allo stesso tempo privatizzandola con la cessione della quota di maggioranza del 64% che il Tesoro detiene.
Ormai palla al piede dello Stato, Mps sembra da tempo essere considerata più un onere che un asset tanto che nessuno la vuole; già a gennaio si scriveva dell’imbarazzo di Stato, visto che si era appreso come, nella data room lanciata dal Mef nel momento in cui aveva ufficializzato la vendita della sua quota in Mps, non ci fosse stato alcun accesso, tanto meno da parte di UniCredit. Al punto che – il governo era ancora quello di Giuseppe Conte – per il futuro della banca senese si iniziava a paventare una vendita a banche straniere, magari francesi, e fondi di private equity. Agli inizi di febbraio, solo il fondo Apollo aveva chiesto l’accesso per entrare nella data room.
Le indiscrezioni riportate nelle ultime settimane hanno parlato di una Mps fatta a pezzi tra due contendenti: UniCredit per l’appunto, potenzialmente interessata agli asset di Mps dislocati in Toscana, centro Italia e Nord est , e Mediocredito centrale, che controlla tra l’altro anche la Popolare di Bari, per gli sportelli del Sud. Ora l’idea degli advisor è di distribuire Mps a più soggetti.
L’intervento ‘allargato’ su Mps – spiega l’articolo de Il Sole 24 Ore -potrebbe trovare anche un consenso di massima da parte del Tesoro, che da parte sua ha come obiettivo la dismissione della quota e la piena risoluzione dell’affaire Mps. Di certo difficile che Roma possa autorizzare un progetto che non dia sufficienti garanzie sul piano industriale e sociale. Dal punto di vista dei potenziali ‘benefici fiscali’ legati alla trasformazione delle cosiddetta Dta (Deferred tax asset) in crediti di imposta in caso di fusioni bancarie non dovrebbero esserci ostacoli particolari, ma il condizionale è d’obbligo, all’estensione della norma: i benefici potrebbero in teoria essere spartiti proporzionalmente agli asset assorbiti dalle singole entità bancarie coinvolte nel progetto. La questione, d’altra parte, va risolta e in tempi relativamente rapidi stante il richiamo della Ue al Tesoro, che ne detiene il 64%, di rispettare le scadenze concordate che dovrebbero portare alla cessione del controllo di Mps entro il 2021″.

Da Bloomberg: aumento capitale venga fatto prima di pensare alle nozze

Così l’analista Luigi Pedone di Equita SIM riassume e commenta le indiscrezioni riportate dal quotidiano di Confindustria:
“Il Sole 24 Ore di oggi ritorna sull’ipotesi ‘spezzatino’ per Mps. Oltre a UniCredit, l’operazione potrebbe infatti coinvolgere altri soggetti quali Mediocredito centrale, Banco BPM, Bper e Poste. In particolare, Mediocredito centrale, come da indiscrezioni emerse nelle scorse settimane, potrebbe rilevare le filiali di Mps nel Sud-Italia, mentre gli altri operatori spartirsi quelle nel centro-nord. Riteniamo che questo scenario sia consistente con la volontà di creare una cornice finalizzata a risolvere il tema Mps che veda UniCredit come cardine dell’operazione. Sarebbe poi da valutare – scrive Pedone – l’entità dei vincoli antitrust per capire gli spazi di intervento degli altri operatori (Sicilia, Toscana, Veneto sono le regioni in cui potenzialmente un deal UniCredit-Mps potrebbe far sorgere rilievi regolatori), specialmente nel caso in cui UniCredit decidesse di muoversi anche sul fronte Banco BPM. Un’operazione di sistema così strutturata garantirebbe a UniCredit di agire con maggiore flessibilità nel processo di consolidamento di settore e al MEF di ottemperare agli impegni con la UE riguardo la cessione del controllo di Mps”.
In tutto questo, c’è anche l’idea di Bloomberg Intelligence: un aumento di capitale PRIMA di una eventuale operazione di M&A, per rendere più bella la preda Mps, e non dopo, come era emerso dal cda successivamente all’approvazione del capital plan, come strada da perseguire in caso di mancata individuazione del compratore.
“Se poi la strada dell’M&A non fosse percorribile, a quel punto bisognerebbe procedere con l’operazione di rafforzamento patrimoniale-maxi aumento di capitale, fino a 2,5 miliardi di euro”, dichiarava il cda.
Un aumento di capitale fatto prima, scrivono gli analisti di Bloomberg Intelligence, potrebbe aggiungere infatti 500 punti base al CET1 ratio. E forse sarebbe opportuno che fosse questa la priorità, suggeriscono: rafforzare il Monte dei Paschi, per generare nelle altre banche almeno un po’ più di interesse.