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Carige: tra 48 ore Time Over ma ancora incognite piano. Fondo rischia esborso shock. Alla fine sarà salvataggio o bail-in?

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Il senso di urgenza è alto visto che, in assenza di un piano per salvarla, Carige rischia di diventare il primo caso italiano di bail-in. I tempi sono strettissimi, per usare un eufemismo: a meno che non ci sarà un rinvio, la banca ha 48 ore per essere salvata.

Dopodomani, giovedì 25 luglio, scade infatti il termine della Bce per la presentazione di un piano. E, allo stato attuale delle cose, non si sa ancora con precisione chi finanzierà quel rafforzamento patrimoniale calcolato in 900 milioni di euro (700 milioni in equity, 200 milioni in bond subordinati) di cui l’istituto ha bisogno. Si sa che i 200 milioni in bond dovrebbero prendere la forma di bond Tier 2 ed essere spartiti tra Credito Sportivo, Mediocredito e il mercato.

Nelle prossime ore, forse, si farà finalmente chiarezza su quali saranno i soggetti che parteciperanno (se parteciperanno) al salvataggio dell’istituto ligure. Oppure, come scrive Il Messaggero, è anche possibile un rinvio del dossier. A chiederlo potrebbe essere l’Fitd: si parla di una richiesta, alla Bce, di una proroga di 7-10 giorni, rispetto alla scadenza di giovedì 25 luglio, per sistemare tutti i tasselli del piano da presentare.

Per avere un quadro più chiaro del dossier Carige, si può far riferimento a un articolo pubblicato all’inizio del 2019 da lavoce.info, a firma Angelo Baglioni, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative e, anche, membro del Banking Stakeholder Group della European Banking Authority.

L’articolo descriveva Carige con la realtà cruda dei fatti: una banca che aveva ‘bruciato’ diversi aumenti di capitale: ‘fra il 2014 e il 2017 Carige ha già avuto ricapitalizzazioni per 2,7 miliardi, mentre oggi la sua capitalizzazione in borsa non supera i 100 milioni”.

Già da allora, iniziava ad aleggiare lo spettro del bail-in. Così scriveva ancora Baglioni, in merito al rischio che la banca correva:

“Per ora no, ma in futuro ciò potrebbe avvenire. Secondo la direttiva europea Bank Recovery and Resolution Directive (Brrd), il commissariamento fa parte di quelle misure di intervento tempestivo (‘early intervention’) volte a evitare la procedura di risoluzione, che a sua volta può comportare il bail-in di alcuni strumenti finanziari emessi dalla banca, secondo il noto ordine: azioni, obbligazioni subordinate, obbligazioni ordinarie, depositi (oltre i 100 mila euro). Il punto è che, se i commissari non dovessero riuscire nel loro intento, la Bce sarebbe prima o poi costretta a dichiarare la banca ‘failing or likely to fail’ (‘in dissesto o a rischio dissesto’), passando la palla al Single Resolution Board (Srb)”.

Oggi si terrà a Roma la riunione del comitato di gestione del Fitd (Fondo interbancario di tutela dei depositi) per valutare eventuali interventi da parte del Fondo obbligatorio a sostegno di Carige.

In calendario anche le riunioni dell’assemblea e del consiglio di gestione dello Schema volontario, per dare il via libera alla conversione del bond subordinato da 320 milioni, e finanziare dunque parte dell’equity necessaria, pari a 700 milioni.

Questa conversione (che dovrebbe essere alla pari), potrebbe essere condizionata  però alla richiesta di un piano che preveda la partecipazione di altri soggetti, pubblici o privati. Soggetti i cui vari nomi circolano da settimane, ma che non hanno ancora reso noto quale sarebbe il loro impegno finanziario.

Domani ci sarà il cda Cassa Centrale Banca, il polo trentino delle banche di credito cooperativo, ergo il primo gruppo cooperativo nato dalla riforma delle Banche di credito cooperativo, (ufficialmente il 1° gennaio del 2019), per valutare l’intervento nella partita. Intervento che potrebbe vedere il gruppo cooperativo iniettare inizialmente 70-90 milioni per aggiudicarsi una quota del capitale del 10%, per poi salire anche fino al 15%, secondo quanto hanno riportato alcune fonti negli ultimi giorni.

L’unica cosa certa, al momento, è la partecipazione dell’Fitd, che potrebbe sostanziarsi, oltre che con la conversione dei bond da 320 milioni sottoscritti dallo Schema volontario, anche con la partecipazione del suo Fondo obbligatorio. A tal proposito il Sole 24 Ore ha riportato oggi che,  “in mancanza di altri possibili investitori”, il Fondo starebbe pensando alla “possibilità di dover mettere sul piatto un ulteriore esborso shock da oltre 300 milioni”.

Per certi versi il procedimento di salvataggio, allo stato attuale delle cose, appare così nebuloso, che, secondo il Sole, le varie autorità responsabili del sistema bancario avrebbero già pronto un piano B. Un piano che prevede per l’appunto il ricorso all’arma estrema del bail-in:

Si parla di “paracadute (o piano B) che pare passare dalla procedura di risoluzione, dato che il Governo italiano non sembra avere intenzione di mettere mano al portafoglio per portare avanti la ricapitalizzazione precauzionale (pur annunciata con un decreto a gennaio) o una liquidazione volontaria sull’esempio del caso Intesa-popolari venete. La risoluzione è l’arma estrema, finora mai usata in Italia secondo la direttiva del bail in, che porta alla separazione in due di una banca dividendo la bad bank dalla good bank”.

In tutto questo, non risultano ancora pervenute le intenzioni della famiglia Malacalza, principale azionista di Carige, con una quota del capitale pari al 27,55%, che lo scorso dicembre disse no all’aumento di capitale. Senza il suo via libera, l’intero architrave su cui poggia l’operazione, ovvero il rafforzamento patrimoniale, è destinato a crollare. E, con esso, la banca.