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Piazza Affari paga effetti collaterali Stato padrone: con crisi politica in stand-by dossier Mps-UniCredit. E non solo

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Dossier Mps-UniCredit, rete unica con Open Fiber e Telecom Italia, partita tra Atlantia e CdP sul futuro di Autostrade.

Mps-UniCredit tra i dossier più caldi del governo Conte. Cosa succede con la crisi politica?
A picture shows the logo of Italian bank Monte Dei Paschi di Siena (BMPS) on January 16, 2017 in Milan. (Photo by GIUSEPPE CACACE / AFP) (Photo by GIUSEPPE CACACE/AFP via Getty Images)

Tanti, troppi, sono i dossier di Piazza Affari che rischiano un pesante stand-by a causa della crisi di governo scatenata da Italia Viva di Matteo Renzi.
Si tratta di dossier che vanno per le lunghe già da diverso tempo e che rischiano di rimanere impantanati, di essere ritardati, addirittura di saltare (?!) con lo stallo politico di queste ore.
A rischio, spiega Andrea Greco di La Repubblica nell’articolo dedicato alla questione “Da Ilva a Mps, le partite bloccate dallo stallo politico”, potrebbe essere il progetto della rete unica da avviare per l’appunto con l’integrazione tra Tim e Open Fiber visto che “Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono più volte schierati contro la fusione tra i due gruppi, e contro la creazione di un nuovo monopolio della rete a controllo Tim”.
Ora, la prospettiva di elezioni anticipate appare poco probabile – anche se dell’ipotesi del ritorno alle urne a giugno si è vociferato negli ultimi giorni – ma certo la partita rischia di essere interrotta o comunque sospesa, così come i tempi, sicuramente, saranno più lunghi.
Come si legge in un articolo de L’Avvenire: “In ballo c’è anzitutto la Rete unica in banda ultralarga, con il matrimonio tutt’altro che scontato fra Open Fiber e Tim su cui far leva per la vera e piena digitalizzazione dello Stivale e la riduzione dei divari territoriali, soprattutto nella Pubblica amministrazione”.
D’altronde, con il governo Conte diversi dossier sono stati gestiti e orchestrati dalla regia di Palazzo Chigi, tanto che non sono mancate le critiche contro una presenza reputata troppo ingombrante dello Stato in faccende private, praticamente verso uno Stato padrone, che si è fatto imprenditore in tutti i casi esaminati che coinvolgono le suddette società quotate.
Che dire del dossier Mps-UniCredit, con UniCredit scelta dal Tesoro come la migliore promessa sposa per la banca senese?

Stato padrone o anche Stato Spa: dove è presente a Piazza Affari

Un articolo di dicembre del Fatto Economico de “Il Fatto Quotidiano” aveva messo in evidenza la questione, parlando di uno “Stato spa” in crescita, del valore di “116 miliardi tra luci e ombre”.
“Oggi lo Stato padrone spazia dalle banche (Mps, Mediocredito Centrale, Popolare di Bari) ai trasporti (Fs, Anas), dalle reti elettriche (Terna, Gse) a quelle di telecomunicazioni (Tim, Open Fiber), dal petrolio (Eni, Snam, Saipem) all’elettricità (Enel) e all’energia (Italgas), dall’acciaio (Ilva) alle navi (Fincantieri), dalle linee aeree (Alitalia) al traffico aereo (Enav) e alla difesa (Leonardo), dall’elettronica (Stm) ai media (Rai) e alle Poste, dalla Zecca alla finanza e alle assicurazioni (Amco, Sace, Simest)”.
Stato padrone – che ha assunto le vesti di diversi governi – che di investimenti sbagliati ne ha fatti tra l’altro eccome, “se si considera che ha pagato nel 2017 5,4 miliardi per diventare azionista di maggioranza di Mps, con una quota del 68,25%, e che ora Mps in Borsa vale meno di un miliardo. E che, a riportarlo sempre il Fatto economico, “anche l’investimento di Cdp nel 10% di Tim per bloccare i francesi di Vivendi, costato un miliardo, ora vale appena 600 milioni”.
Di seguito le ultime novità riportate da Equita SIM che riguardano alcune società coinvolte nei dossier più caldi:
Riguardo ad Atlantia – leggi rumor inizio anno -, “l’assemblea ha approvato il progetto di scissione di Autostrade con il 99,7% dei voti dei soci presenti. La scissione sarà efficace solo se sarà approvato il Piano Economico Finanziario da parte del governo e se arriverà un’offerta vincolante per il 55% di ASPI entro marzo. Secondo Il Sole, non si sarebbe ancora conclusa la due diligence e mancherebbero dei dai dati chiesti dai consulenti di CDP ad Atlantia. Il Messeggero inoltre prevede che possa essere trovata una soluzione alternativa con CDP che acquisisce una quota solo del 5-10% di ASPI, ma con una governance che le assicuri potere di monitoraggio su manutenzioni ed investimenti. Secondo Il Messaggero, il CEO di ASPI presenterà il Piano Industriale la prossima settimana. Sul lato delle indagini, sempre secondo il Messsaggero, i pubblici ministeri presenteranno una nuova accusa contro gli ex-manager di ASPI e cioè di aver ‘dolosamente’ deciso di non installare nuovamente i sensori sul ponte di Genova, dopo che erano stati danneggiati durante alcuni lavori nel 2015″.
La SIM milanese scrive che “se CDP entrasse con una quota solo del 5-10%, da una parte significherebbe comunque il raggiungimento di un accordo con il governo sul PEF e quindi una riduzione del rischio per Autostrada ed Atlantia ne manterrebbe il controllo. Dall’altra non si risolverebbe il problema del debito nella holding (4,5 miliardi), andrebbe valutata la struttura degli accordi di governance ed il valore aggiunto che potrà assicurare CDP nella gestione”.
Su Mps, dopo le indiscrezioni sul piano ‘riservato’ pubblicate giorni fa da La Repubblica, si segnala che, su richiesta della Consob, la banca senese ha reso noto a mercato chiuso il Piano strategico di Gruppo 2021-2025, approvato in via preliminare dal CDA lo scorso 17 dicembre 2020. Pochi giorni fa – il Tesoro maggiore azionista ha ufficializzato l’intenzione di vendere la sua quota del 64% a potenziali acquirenti. La situazione in cui versa Mps è tutta incisa nei numeri che l’istituto si è deciso a pubblicare, e che vengono riportati da Equita:
“Il piano – scrive la SIM –  è basato su un riposizionamento del business con una focalizzazione regionale verso le PMI, riduzione dei costi (2670 uscite) e un rafforzamento di bilancio tramite la valorizzazione degli attivi per un totale di circa 400 milioni (da realizzare tramite una riduzione dello stock di BTP e la possibile monetizzazione del rapporto con Anima). Nel dettaglio, il piano prevede: – una perdita netta pari a 562 milioni nell’esercizio 2021 (impattato da 478 milioni di oneri di ristrutturazione), 41 milioni di utili nel 2022 e 292 milioni nel 2023 – NPE ratio lordo al 7,3% al 2023 (dal 4,2% di fine 2020) – CET1 1 FL al 12% al 2023, ipotizzando un rafforzamento patrimoniale da 2 miliardi, con un buffer di 325 punti base rispetto al requisito SREP CET1 ma che si riduce a 125 punti base rispetto al requisito Tier 1 (pari al 10,75%). Il piano sconta ipotesi macro-prudenti (PIL italiano a livelli pre covid nel 2024) ma è basato su ipotesi forti di crescita sia sul fronte commissionale (4% CAGR al 2023) che delle masse gestite (AUM +7% al 2023)”.
“Nell’ipotesi di un’implementazione parziale del piano (circa 300mn in meno di utili) – si legge ancora nella nota di Equita – e di deterioramento del portafoglio crediti (che tuttavia implicherebbe solo 100 milioni di ulteriori rettifiche nel biennio 2021/2022), il buffer di capitale rispetto al requisito Tier 1 scenderebbe a circa 30 punti base. Considerato il piano strategico, un rafforzamento patrimoniale da 2,5 miliardi e la conversione delle DTA di Mps (circa 2,5 miliardi in caso di aggregazione con UniCredit) renderebbero l’operazione neutrale dal punto di vista del capitale per UniCredit, mentre l’eps (attivo per azione) rimarrebbe sostanzialmente invariato nel 2022 e migliorerebbe del 11% circa nel 2023. Riteniamo ragionevole ipotizzare che un’eventuale accelerazione delle interlocuzioni si possa tuttavia verificare soltanto dopo la nomina del nuovo CEO di UniCredit”.