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Mps e dossier M&A: non solo dote fiscale, governo Draghi pronto a ricoprire di soldi UniCredit?

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Oltre ai crediti fiscali accordati con la legge di bilancio varata dal precedente governo Conte e alla partecipazione all’aumento di capitale di Mps, il governo Draghi potrebbe trovarsi costretto a elargire altri regali a UniCredit, per convincerla a indossare le vesti di cavaliere bianco di Mps. E’ quanto emerge da un’analisi di Bloomberg Intelligence, che cita l’ipotesi che il governo Draghi si accolli anche gli oneri di integrazione di un deal UniCredit-Mps, fornendo poi magari  uno scudo a fronte dell’altro grande problema del Monte di Paschi, quello dei rischi legali.
In poche parole, lo scenario che gli analisti presentano, è quello di più soldi dello Stato -ergo dei contribuenti – a UniCredit, oltre alla maxi dote fiscale.

Analisi sul destino di Mps: governo Draghi elargirà regalo più ricco a UniCredit per convincerla ad accollarsi l'eterna patata bollente?Nell’articolo “Italian Bank M&A Set to Be Pursued in 2021”, gli analisti dell’agenzia di stampa ricordano come “Mps, Bper e Banco BPM siano al centro delle speculazioni M&A in Italia, dopo l’accordo tra Intesa SanPaolo e Ubi Banca e il successo dell’Opa di Credit Agricole su CreVal”.
L’articolo riprende anche la possibilità che lo stato italiano decida di liberarsi della quota di maggioranza che tuttora detiene nel Monte dei Paschi attraverso un’operazione di M&A, dando in sposa la banca a UniCredit, considerata alla stregua di “partner preferito per la sua solida stabilità finanziaria”, con tanto di incentivi perché il matrimonio abbia successo.
Il riferimento è alla dote fiscale, che mesi fa veniva individuata in un ammontare di 3 miliardi di euro. Si tratta praticamente di un maxi regalo di Stato che prevede la trasformazione delle dta (deferred tax asset, attività per imposte anticipate) in crediti fiscali a favore di UniCredit.
Di questo maxi regalo ha parlato a marzo lo stesso cda della banca senese, che ha stimato in 2,2 miliardi di euro l’incentivo netto che un ipotetico acquirenti caratterizzato da “attivi maggiori” potrebbe guadagnare con un’acquisizione di Mps.  Negli ultimi mesi era stata ventilata anche l’ipotesi di un’ulteriore agevolazione pubblica a favore di UCG: la possibilità di una maxi pulizia del suo bilancio , attraverso l’acquisto da parte dello stato della quasi totalità dei suoi NPE, dunque dei suoi asset non performanti.
Nelle ultime ore gli analisti di Bloomberg Intelligence sono tornati sul dossier, avvertendo come  – nonostante tutti questi incentivi c- un matrimonio tra UniCredit e Mps – o anche di una fusione a tre Mps-UniCredit-Banco BPM incontrerebbe ancora non pochi scogli.
Uno di questi è sicuramente l’azionista di UniCredit Bluebell, che più volte si è apposto a un deal tra Piazza Gae Aulenti e il Monte di Stato. Basta ricordare la lettera inviata ai vertici di UniCredit e riportata da Bloomberg News, con cui il fondo attivista ha definito Mps “un asset non investibile”.
Il fondo, creato da Giuseppe Bivona, è stato molto chiaro nel precisare nella missiva che “si opporrà con forza a ogni ipotesi di acquisizione”. Si ricorda che, agli inizi di marzo, Bluebell ha annunciato di aver investito in UniCredit “sulla base della sua valutazione attraente, del bilancio solido e della forte posizione competitiva sui mercati internazionali”.

Mps-UniCredit: contro M&A Bluebell, Del Vecchio e forse anche Orcel

Nel commentare l’attivismo di Bluebell – che è azionista sia di Mps che di UniCredit – gli analisti di Bloomberg Intelligence hanno ammesso che la dimensione del fondo è tale che, da soli, Bivona & Co non riuscirebbero probabilmente a ostacolare un deal tra Mps e UniCredit.
Detto questo, il fondo non è certo l’unico azionista di UniCredit a osteggiare il matrimonio e potrebbe fare squadra, per esempio, con il patron di Luxottica Leonardo del Vecchio: anche lui, azionista di UniCredit, sarebbe infatti contrario all’acquisizione di Mps.
La fronda anti senese avrebbe poi forse l’appoggio dello stesso neo AD di UniCredit Andrea Orcel che, prima della sua consacrazione a ceo di UniCredit lo scorso 15 aprile, avrebbe riferito al Mef stesso di essere più interessato a Banco BPM che a Mps, stando ad alcuni rumor riportati da Reuters.
E’ dunque possibile, secondo gli analisti di Bloomberg, che lo Stato si trovi costretto a riempire UniCredit di ulteriori regali, pur di convincerla ad accollarsi la storica papata bollente Mps.
Nell’articolo, gli analisti di Bloomberg Intellicence hanno ricordato come il risiko bancario italiano comprenda anche altre ipotesi, come quelle che vengono reiterate ormai da tempo tra Banco BPM e Bper.
Basta pensare alle recenti dichiarazioni di Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco BPM che, anche in relazione al Pnrr, ha sottolineato come l’Italia abbia bisogno di grandi banche, parlando non solo dell’opzione Bper ma anche di una eventuale accordo con UniCredit.
Anche in questo caso, così come in qualsiasi altro dossier del risiko bancario, gli analisti di Bloomberg Intelligence hanno affrontato il tema delle agevolazioni fiscali che, non solo UniCredit ma anche altre banche acquirenti potrebbero percepire.
“Calcoliamo che i crediti fiscali a favore delle società che partecipano a una fusione potrebbero avere un valore aggregato di 3,5 miliardi di euro, in uno scenario in cui si concretizzassero tutti i deal tra UniCredit e Mps, Banco BPM e Bper e Credit Agricole-Creval. La legge di bilancio – viene spiegato – consente infatti che alcuni tipi di deferred tax assets (DTAs) vengano convertiti in crediti fiscali, stabilendo che vengano prese in considerazione le DTA di entrambe le controparti, a patto che la somma da convertire non superi il 2% degli asset della banca più piccola. Inoltre, l’onere di commissione di conversione (deducibile) delle DTA da convertire è pari al 25%”.
Ora, “prendendo in considerazione le commissioni di conversione – calcolano gli analisti – un deal tra UniCredit e Mps potrebbe generare più di 2 miliardi di euro di crediti fiscali, uno tra Banco BPM e Bper un valore inferiore a 1 miliardo di euro e il matrimonio tra Credit Agricole-CreVal quasi 300 milioni di euro. Questi numeri – conclude l’analisi – non includono il beneficio fiscale della commissione di conversione”.