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Contratto WTI giugno scade tra qualche ora. Stavolta no panico e prezzi negativi, fondamentali petrolio più solidi

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Il contratto WTI con consegna a giugno scade domani, martedì 19 maggio, ma stavolta non c’è alcun bagno di sangue sui mercati petroliferi. Tutt’altro, la situazione appare diametralmente opposta a quella della fine di aprile, quando l’imminente scadenza del contratto WTI con consegna a maggio scatenò un tonfo delle quotazioni del crude che rimarrà nella storia. In quei giorni, le quotazioni del contratto WTI con consegna a maggio segnarono di fatto un tonfo superiore a -300%, scendendo fin sotto lo zero, a -$37,63 al barile. Un vero e proprio massacro che contagiò anche gli altri contratti, incluso quello attuale quando divenne attivo una volta scaduto quello precedente.

Oil-storage tanks are seen from above in Carson, California, April 25, 2020 after the price for crude plunged into negative territory for the first time in history on April 20. – Although oil prices have stabilized somewhat since the unprecedented dive, the world remains in the throes of a glut of crude oil caused by a precipitous fall in demand due to the global coronavirus pandemic coupled with a lack of storage capacity for crude already in transit or still being produced. (Photo by Robyn Beck / AFP) (Photo by ROBYN BECK/AFP via Getty Images)

Qualche settimana dopo, la situazione è visibilmente migliorata e oggi, alla vigilia della sua data di scadenza, il contratto WTI è salito fin oltre +4% oltre la soglia di $30 al barile, dopo aver testato il record dallo scorso 16 marzo. Effetto domino anche sul Brent, che ha superato quota $33, testando il valore massimo dallo scorso 13 aprile. Non ci sono dunque al momento segnali che indichino il rischio che possa ripetersi il crollo della fine di aprile.
La stessa Agenzia Internazionale dell’Energia, tra l’altro, si è mostrata cautamente più ottimista sul miglioramento dei fondamentali nel suo ultimo report mensile, contribuendo a puntellare la marcia rialzista dei prezzi. L’AIE ha chiaramente scritto nella sua analisi che “la domanda globale di petrolio sta in qualche modo migliorando”, tanto che l’AIE ha rivisto al rialzo le stime sulla domanda di 700.000 barili al giorno rispetto all’outlook dell’ultimo report.

Detto questo, sebbene in misura inferiore rispetto a quanto paventato, il crollo della domanda ci sarà, e sarà pari a 8,6 milioni di barili al giorno, a quota 91,2 milioni di barili al giorno (-9%).
Inoltre, a causa dei tagli record alla produzione concordati dai paesi Opec e non Opec, la produzione globale di petrolio si avvia a riportare questo mese “un calo storico”, precipitando al minimo in nove anni.
Detto questo, il trend odierno dei prezzi del petrolio e, in particolare, del diretto interessato, ovvero del contratto WTI con scadenza a giugno, non sembra dare ragione alla cautela che qualche giorno fa aveva indotto la Commodity Futures Trading Commission, la commissione Usa di trading sui futures sulle commodity, a lanciare un avvertimento alle piattaforme dei mercati, ai brokers attivi nel mercato dei futures e alle stanze di compensazione, invitando tutti a “prepararsi alla possibilità che alcuni contratti (sul petrolio) continuino a far fronte a una volatilità di mercato estrema, a un contesto di bassa liquidità e forse a prezzi negativi”.
“Stiamo diramando questa nota – così era emerso dal comunicato della CFTC – a seguito dell’elevata e insolita volatilità e ai prezzi negativi che sono stati sperimentati dal contratto WTI con consegna fisica a maggio e dai contratti collegati”.
I trader sembrano scommettere, praticamente, non solo sul calo della domanda ma anche sulla normalizzazione del mercato, e dunque anche sul calo della produzione. Calo della produzione che si sta verificando, non solo perché L’Opec ha dato il via lo scorso 1° maggio ai tagli all’offerta mai varati prima nella sua storia, che inizialmente sono stati reputati insufficienti a causa del crollo della domanda scatenato dal lockdown, ovvero dallo stop alle attività produttive deciso in gran parte del mondo a causa della pandemia coronavirus COVID-19, ma anche perché diverse sono le aziende energetiche americabe che stanno riducendo l’output, al punto che le trivelle per l’estrazione di gas naturale e di petrolio sono precipitate al minimo per la seconda settimana consecutiva. Il continuo calo sta aiutando a smorzare i timori sul rischio che si possano ripresentare problemi di stoccaggio nel delivery hub di Cushing, Oklahoma, dopo il recente caso dei depositi stracolmi di petrolio.
Focus intanto sul commento arrivato da Shawn Driscoll, gestore del fondo T. Rowe Price Funds Sicav – Global Natural Resources Equity, che ricorda come il “crollo senza precedenti della domanda di petrolio – finora equivalente a circa un terzo del consumo globale”, abbia “fatto sprofondare il prezzo dell’oro nero, spingendo il future in scadenza ad aprile addirittura in territorio negativo”. A questo punto, “l’interrogativo che si pone chi investe nei mercati è se ciò possa creare opportunità di investimento nel settore energetico o se si tratta di un arresto ciclico che impone di stare alla larga da questo comparto”.
Driscoll risponde così:
“A nostro avviso, c’è il potenziale per un potente rialzo anticiclico dei prezzi del petrolio e delle azioni del settore energia, che potrebbe durare dai 12 ai 24 mesi. Tuttavia, il nostro outlook a lungo termine per il greggio e il settore energetico è meno positivo. I continui miglioramenti della produttività, grazie all’automazione e alle migliori tecniche di gestione dei giacimenti di ‘scisto’ negli USA, dovrebbero rendere gli idrocarburi sempre più facili da estrarre e meno costosi, lasciando probabilmente il petrolio intrappolato in un mercato ‘orso'”.
Certo, “i prezzi del petrolio negativi indicano la necessità per l’industria di intraprendere azioni incisive per allineare l’offerta alla domanda. Alcuni produttori potrebbero tagliare in eccesso la produzione, arrestando così il riempimento dei serbatoi di stoccaggio e favorendo lo smaltimento dell’accumulo. La fine della quarantena dettata dall’emergenza da coronavirus dovrebbe poi contribuire a ridurre le scorte di petrolio, aumentandone la domanda. La mancanza di spese in conto capitale nell’industria petrolifera e del gas farà accelerare il calo della produzione, specialmente nello scisto americano, dove i pozzi tendono a mostrare tassi di declino più ripidi, spingendo al rialzo i prezzi del greggio finché non saranno raggiunti livelli che giustificheranno investimenti in nuovi pozzi. A nostro avviso, il West Texas Intermediate Crude Oil potrebbe raggiungere i 45-50 dollari al barile entro il prossimo anno”.
La nota rileva la presenza di “opportunità selettive”; con l’esperto che definisce l’outlook per il settore energetico “‘ciclicamente ottimistico’ per i prossimi 12-24 mesi, ma ‘strutturalmente ribassista’ nel lungo termine”.
“Vi sono comunque diverse opportunità nelle principali compagnie petrolifere integrate, così come nel settore E&P e nelle società di servizi petroliferi, laddove valutazioni basse e il potenziale di un rialzo anticiclico dei prezzi del petrolio creano un profilo di rischio/rendimento attraente nelle aziende di alta qualità. Nel segmento E&P, continuiamo a concentrarci su operatori a basso costo e con bilanci solidi, mentre abbiamo un approccio più selettivo alle ‘oil major’, evitando quelle realtà in cui i cambiamenti strategici potrebbero provocare crisi di identità e far diluire i rendimenti. Tra le società di servizi petroliferi, invece, una possibile ondata di fallimenti, unita alla fuga di manodopera dall’industria, potrebbe consentire ai sopravvissuti di aumentare i prezzi per la prima volta da molto tempo. Inoltre, con le società di E&P che hanno ridotto le spese di capitale in risposta al crollo dei prezzi, la spesa per i servizi dovrebbe cominciare a riprendersi in concomitanza a una risalita dei prezzi. In conclusione, investire con successo nel settore energetico richiede un bilanciamento tra prospettive a breve e a lungo termine e un focus sui nomi che dovrebbero garantire una leva significativa alla ripresa, senza rinunciare alla qualità. La selezione dei titoli sarà quindi fondamentale: infatti, alcune società energetiche non riusciranno a superare la crisi o si troveranno troppo indebolite per competere efficacemente”.