Notizie Notizie Mondo Mercato azionario Usa ai massimi, opportunità o rischio di correzione?

Mercato azionario Usa ai massimi, opportunità o rischio di correzione?

3 Settembre 2025 16:56

Il mercato azionario statunitense si trova in una fase complessa, caratterizzata da valutazioni elevate e da un contesto macroeconomico ancora in evoluzione. L’S&P 500 presenta un rapporto prezzo/valore contabile (price-to-book) superiore a 5, livelli paragonabili a quelli raggiunti durante la bolla dot-com del 2000. Nonostante ciò, gli investitori restano ottimisti e continuano a puntare su una crescita sostenuta delle aziende USA, con i titoli growth che mantengono un netto vantaggio rispetto ai value.

Come muoversi quindi in uno scenario del genere? Chris Iggo, Chief Investment Officer di Axa IM Core, fa il punto della situazione per quanto riguarda il mercato americano, tra azioni ed obbligazioni.

Come l’inflazione alta può aiutare i mercati

Un nodo centrale riguarda il tema inflazione. “Le pressioni del governo statunitense sulla Fed sono viste come un fattore che alimenta il premio per il rischio d’inflazione”, spiega Iggo. Gli spread dell’inflazione break-even sono in aumento e, oltre ai dazi, un rischio più profondo sarebbe quello di un’influenza politica duratura sul funzionamento della banca centrale, mettendo in discussione la sua credibilità sul target di inflazione.

Per i mercati azionari, uno scenario di inflazione più alta, accompagnato da tassi di interesse più bassi rispetto a un approccio puramente restrittivo, potrebbe persino risultare positivo, sostenendo ricavi e utili. Ma la storia insegna che, oltre una certa soglia, l’aumento dei prezzi erode i multipli azionari. Negli Stati Uniti, “i rapporti prezzo/utili più elevati si sono registrati con un’inflazione compresa tra 0% e 2%, mentre livelli oltre l’8% hanno sempre coinciso con multipli più bassi”, chiarisce Iggo.

Le azioni Usa oggi trattano a multipli storicamente alti, dopo cinque anni di crescita robusta degli utili e con un’inflazione ancora superiore all’obiettivo della Fed. “La storia suggerisce che a questi livelli è difficile mantenere rendimenti totali simili nel medio periodo”, avverte Iggo.

Stesso copione con il credito

Il discorso si estende anche al credito. Iggo evidenzia il legame tra spread creditizi ed earnings yield: “Un P/E più basso – quindi un earnings yield più alto – ha una correlazione positiva con spread più ampi”. Ma quale potrebbe essere il fattore scatenante di un’inversione di tendenza? Le possibilità non mancano: dazi, crisi obbligazionaria, problemi nel private credit, perdita di fiducia nelle istituzioni americane o indebolimento del dollaro.

Tuttavia, sottolinea Iggo, “nulla di tutto ciò è nuovo, e non c’è modo di sapere se e quando ciò scatenerà un panic selling. Il sentiment resta troppo forte per ora”.

Importante la diversificazione geografica

Guardando fuori dagli Stati Uniti, Iggo sottolinea come una combinazione di inflazione moderata e crescita reale degli utili, soprattutto nel settore tecnologico, non rappresenti un ostacolo per gli investitori. Tuttavia, la valutazione elevata del mercato Usa rende sensata una diversificazione.

Mercati come quelli europei ed asiatici, dove le valutazioni appaiono più contenute e le prospettive inflazionistiche più stabili, offrono condizioni ideali per chi cerca reddito da dividendo e ha un orizzonte di lungo termine.

Infine, diversi mercati emergenti possono offrire un notevole potenziale di crescita a valutazioni interessanti, circa 13 volte gli utili a termine. Paesi come India, Brasile, Indonesia e Messico, che hanno economie interne solide e valute sempre più stabili.

Obbligazioni: il motto è “Stay calm, e incassate la cedola”

Sul fronte obbligazionario, le preoccupazioni diffuse non si sono ancora tradotte in un vero e proprio contagio ai mercati azionari o al credito. In Francia e nel Regno Unito, le tensioni fiscali hanno spinto i rendimenti governativi, ma Iggo minimizza il rischio di una crisi.

“Continuo a sostenere che non esiste una crisi obbligazionaria”, afferma. Secondo l’esperto, le curve dei rendimenti riflettono una crescita nominale del PIL più forte del previsto e l’aspettativa di ulteriori tagli dei tassi da parte delle banche centrali. Nel frattempo, i rendimenti a lungo termine restano in linea con le tendenze di medio periodo.

I dati lo confermano: un investimento passivo in indici obbligazionari governativi avrebbe garantito rendimenti del 4,6% negli Stati Uniti, dell’1,2% nel Regno Unito e una sostanziale stabilità in Europa, con l’Italia in positivo di circa il 2%. Il consiglio finale di Iggo è chiaro: “Stay calm, e incassate la cedola”.