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Ultimatum a Malacalza su Carige, altrimenti piano B con Unicredit. Patuelli: nazionalizzazione dannosa

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Il destino di Carige dipende ancora da quello che deciderà di fare Vittorio Malacalza. L’azionista di riferimento dell’istituto ligure deve fare chiarezza sulle sue intenzioni in merito alla partecipazione all’aumento di capitale in attesa che i commissari formulino il nuovo piano e convochino una nuova assemblea per la ricapitalizzazione. Malacalza mantiene il massimo riserbo in questi giorni, ma ambienti vicini alla famiglia fanno capire che l’intenzione è quella di essere dialogante confermando quanto già ribadito più volte, ossia la richiesta di una maggiore chiarezza sulle intenzioni della banca con “piano e numeri credibili”. Piano a cui i commissari stanno lavorando alacremente, di pari passo con

 

Se Malacalza decidesse di non aderire pro quota all’aumento si profila una soluzione sulla falsariga di quanto fatto con le banche venete. Anche se alcuni esponenti del governo hanno fatto capire che l’ipotesi nazionalizzazione non è così remota, l’esecutivo sarebbe però al lavoro soprattutto su un piano B che prevede l’appoggio di una banca, individuata in Unicredit. Il nome dell’istituto di piazza Gae Aulenti è emerso più volte in queste settimane e ieri gli ultimi rumor sono tornati a concentrarsi su tale scenario.

Piano B, governo punta su Unicredit

 

UniCredit ha più volte respinto i solleciti a intervenire nel salvataggio della banca ligure. Ma stando alle indiscrezioni riportate ieri da Reuters, l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier difficilmente si sottrarrebbe se il governo si rendesse disponibile ad applicare condizioni analoghe a quelle offerte a Intesa Sanpaolo nell’ambito del salvataggio di Popolare Vicenza e Veneto Banca.

 

Nel giugno 2017 Intesa Sanpaolo prese il controllo di Popolare Vicenza e Veneto Banca a un prezzo simbolico di 1 euro nell’ambito di un più ampio piano di liquidazione ordinata delle banche venete sotto la regia statale con un contributo pubblico di circa 5 miliardi al fine di tenere il Cet1 del gruppo acquirente invariato.

 

Intanto i commissari di Banca Carige non intendono perdere tempo e già settimana prossima potrebbero avviare la raccolta di liquidità. In cantiere ci sarebbe una maxi emissione obbligazionaria per complessivamente un miliardo di euro coperta dalla garanzia statale.  Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener avrebbero dato il via già ieri all’iter che passa da Tesoro, Bankitalia e Bce. Stando a quanto riportato da Il Messaggero, in ultima istanza l’operazione sarà sottoposta all’esame della direzione generale Competitività della Commissione europea per la verifica della mancanza di elementi distorsivi della concorrenza.

 

Il lancio del bond potrebbe avvenire già la prossima settimana con Ubs responsabile del collocamento presso investitori istituzionali. Nel dettaglio l’emissione dovrebbe essere frazionata in tre tranche, differenti per condizioni, a partire dalla durata laddove il decreto del Governo prevede un periodo massimo di cinque anni. I commissari, al lavoro sul nuovo piano, vogliono inoltre accelerare sulla vendita di 1,5-2 miliardi di npl con il beauty contest per la gara che potrebbe partire entro due settimane.

 

Patuelli avverte: governo sbaglia se si concentra su estrema ratio nazionalizzazione

Sullo sfondo rimane l’ipotesi nazionalizzazione. Il governo si è detto pronto a questa eventualità se la banca non riuscirà a stare in piedi con le gambe proprie. Ma un’attenzione eccessiva a questa eventualità potrebbe essere controproducente rendendo da subito più difficile una soluzione di mercato. Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, rimarca in un’intervista su La Stampa che il Governo sbaglierebbe a concentrarsi prioritariamente sull’estrema ratio della nazionalizzazione. “In questo modo si rischierebbe di indebolire la soluzione principale, che è quella di un rilancio con eventuale garanzia onerosa sulle emissioni”, rimarca Patuelli che aggiunge: “Se non ci sono alternative, meglio una nazionalizzazione che una risoluzione. Ma non si pensi che statalizzare nel ventunesimo secolo sia la stessa cosa che farlo nel Novecento. Nella storia italiana ci sono state eccezioni di istituti pubblici ben gestiti, è il caso della Banca commerciale di Mattioli. Ma sono appunto eccezioni: nella gran parte dei casi gli interventi dello Stato hanno prodotto dissesti che lo Stato stesso cercava preventivamente di gestire nascondendosi dietro pudici eufemismi. Li chiamavano ‘fondi di dotazione’, in realtà si trattava di salvataggi ripetuti”.