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Lehman Brothers: 10 anni fa il crac che fece a pezzi il mondo. Rimasto nella storia insieme a bailout, banksters e Too Big to Fail

La fuga impazzita degli investitori lasciò la banca, alla fine di quella tragica settimana di dieci anni fa, con soltanto 1 miliardo di dollari di cash: le campane a morte …

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Sono passati esattamente dieci anni da quei giorni concitati di settembre del 2008 che decretarono il crac di Lehman Brothers e che tuttora vengono considerati lo spartiacque tra due momenti storici della finanza ben definiti: quello degli anni precedenti quando, a dispetto della bolla speculativa esplosa neanche molti anni prima – quella dot-com del 2000 – , l’euforia era tornata – prima gradualmente, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre – poi in modo sempre più dirompente, nel mondo della finanza, e soprattutto a Wall Street, tra le banche, che si erano buttate a capofitto nel business degli ABS, le asset-backed securities, sfornando prodotti finanziari che si sarebbero rimpallati poi tra di loro come per togliersi di torno quella che era diventata solo una patata bollente, travestita da carta ormai straccia. Quel momento finì con lo shock per il crac di Lehman Brothers, che cambiò tutto il mondo, decretando la fine di un periodo in cui il mondo dell’alta finanza aveva osato troppo, sfidando i suoi limiti.

Arrivò il periodo successivo, quello della paura che attanagliò il mondo intero, quello dei governi che iniziarono ad attraversare sempre di più il confine fino allora ben definito della finanza, per entrare in quel mondo e salvarlo. I bailout delle banche britanniche e americane sono un calzante esempio dell’avvento di un’era in cui sono stati i contribuenti, di tasca propria, con le tasse versate per assicurarsi un futuro e servizi migliori, a salvare le banche, i banchieri che, agli occhi della gente normale, erano diventati ormai “banksters”.

Tutta una nuova terminologia entrò a far parte del vocabolario della finanza: banksters, ma anche bailout per l’appunto, ovvero salvataggi delle banche, così come le “Too Big To Fail”, ovvero le banche che erano troppo grandi perchè fosse accettabile anche solo il pensiero di poterle lasciar fallire. E via, dunque, a spendere soldi pubblici per ripianare quelle situazioni che erano stati i meccanismi perversi in atto a Wall Street & Co a scatenare l’inferno, la crisi peggiore dalla Grande Depressione.

Tutto esplose in quella prima settimana di settembre del 2008, quando gli investitori di tutto il mondo, attoniti, assistettero al crollo del titolo Lehman, pari a ben -77%, con il fiato sospeso nell’attesa di capire se l’allora AD Richard Fuld sarebbe riuscito a garantire l’indipendenza della banca, smobilizzando parte della sua divisione di gestione di asset e procedendo a uno spin off dell’unità di immobili commerciali. Le speranze che la coreana Korea Development Bank sarebbe entrata nel capitale dell’ormai ex colosso si frantumarono il 9 settembre, quando l’istituto controllata da Seoul decise di sospendere le trattative.

La notizia diede il colpo di grazia alla banca: prima al titolo, che crollò del 45% a fronte di un balzo del 66% del valore dei credit default swap, i cds sui suoi bond. Il panico era ormai arrivato in una fase conclamata: gli hedge fund clienti di Lehman Brothers se la diedero a gambe levate, mentre i creditori di breve termine tagliarono i fondi.

Il 10 settembre del 2008, l’istituto anticipò la pubblicazione del bilancio relativo al suo terzo trimestre fiscale e tutti compresero la gravità della situazione: un buco di bilancio di $3,9 miliardi, incluse svalutazioni per $5,6 miliardi.

Lo stesso giorno, Moody’s Investor Service annunciò di aver messo sotto osservazione i rating di Lehamn, precisando che, al fine di evitare un downgrade, la banca avrebbe dovuto vendere una quota di maggioranza a un partner strategico. L’11 settembre del 2008 il titolo crollò del 42%.

La fuga impazzita degli investitori lasciò l’istituto, alla fine della settimana, con soltanto 1 miliardo di dollari di cash: le campane a morte stavano già suonando, e la fine divenne chiara quando le trattative volte a scongiurare il peggio, avviate tra Lehman Brothers da un lato e le potenziali salvatrici Barclays e Bank of America dall’altro durante il weekend del 13 settembre, si tradussero in un flop. Lunedì 15 settembre, Lehman Brothers dichiarò bancarotta, con il titolo che capitolò del 93% rispetto alla chiusura della sessione del 12 settembre.

La bancarotta di Lehman mandò in fumo più di $46 miliardi del suo valore di mercato. Il suo collasso velocizzò  il salvataggio tramite acquisizione di Merrill Lynch da parte di Bank of America, con un accordo che venne annunciato anch’esso il 15 settembre del 2008.

Il collasso di Lehman fu tuttavia l’evento che intensificò una crisi che era già iniziata: la crisi finanziaria dei mutui subprime, che aveva già provocato la caduta di Bear Stearns che in questo caso, tuttavia, non venne fatta fallire. Il governo aveva già dato il tacito supporto alla sua acquisizione da parte di JP Morgan nel marzo del 2008.

Al momento del suo collasso, Lehman era la quarta banca di investimento degli Stati Uniti, con 25.000 dipendenti in tutto il mondo. La sua bancarotta è la più grande mai avvenuta nella storia in termini di valore di asset, superiore a quello degli asset di altri giganti caduti in disgrazia, come WorldCom ed Enron.

Lehman è stata anche la vittima numero uno della crisi subprime americana  e, con il suo crac, contribuì a mandare in fumo nel solo mese di ottobre del 2008 $10 trilioni di valore di mercato dalla capitalizzazione dell’azionario globale.

Per dovere di cronaca, è bene comunque precisare che la crisi che mise in ginocchio prima gli Stati Uniti, per poi propagarsi nel mondo intero, iniziò in via ufficiale nell’agosto del 2007, con il fallimento di due hedge fund di Bear Stearns.

Sicuramente, dopo Lehman Brothers, il mondo non è stato più lo stesso. E, a dimostrarlo, è lo stesso vocabolario della finanza, che ha accolto nuovi termini, come il bailout delle banche, dei paesi, delle grandi istituzioni finanziarie. A tal proposito, riporta Investopedia, il bailout più grande della storia è stato quello di AIG, che venne salvata dall’amministrazione Usa con una iniezione superiore a $180 miliardi. In questo caso, le cose non sono andate male ai contribuenti, visto che, con l’acquisizione di una partecipazione di quasi l’80% di AIG, Washington è riuscita a recuperare le spese entro il 2012, ricavando un profitto netto.

C’è poi l’espressione Too Big To Fail, ovvero troppo grande per fallire, che si riferisce a una banca o un colosso finanziario il cui crac avrebbe effetti sistemici sul mondo intero. E’ sulla base di questo assunto che le diverse banche sono state salvate in tutto il mondo con i soldi dello Stato, ed è sempre questa espressione  cui si può fare riferimento, nel momento in cui si ricordano gli episodi e le manifestazioni in stile Occupy Wall Street, che hanno visto protagonisti i cittadini di tutto il mondo, costretti a pagare sulla propria pelle le conseguenze della grave crisi economica protrattesi per anni, e a essere ben consapevoli di aver pagato di tasca propria per salvare molte istituzioni finanziarie ormai date per spacciate.

E’ dunque facile a questo punto capire anche la genesi dell’altro termine sfornato negli anni successivi alla crisi: quello di banksters, termine coniato attingendo alla parola banchieri e gangsters.