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Recessione da pandemia spazzerà via l’era dei tassi zero. La tesi dell’economista di Harward

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È troppo presto per prevedere quanto dureranno gli effetti sull’economia dell’epidemia di coronavirus, ma non è troppo presto per riconoscere che la prossima recessione globale potrebbe essere dietro l’angolo e che potrebbe apparire molto diversa da quelle del 2001 e del 2008.
Così Kenneth Rogoff, docente di Public Policy ad Harvard ed ex capo economista del Fmi, secondo cui è probabile che la prossima recessione potrebbe essere già in corso. “A differenza delle due precedenti recessioni globali di questo secolo, il nuovo coronavirus, COVID-19, implica uno shock dell’offerta e uno shock della domanda. Infatti, si deve tornare agli shock dell’offerta di petrolio della metà degli anni Settanta per trovarne uno altrettanto grande. Sì, la paura del contagio colpirà la domanda delle compagnie aeree e del turismo globale, e i risparmi precauzionali aumenteranno. Ma quando decine di milioni di persone non possono andare al lavoro, le catene del valore globale si spezzano, le frontiere sono bloccate e il commercio mondiale si riduce” afferma Rogoff.

La crisi petrolifera del 1973 vide i paesi arabi esportatori di greggio decidere l’embargo delle loro vendite ai paesi occidentali che appoggiavano Israele e, così facendo, causarono un aumento del 400 per cento del prezzo del petrolio in un contesto di inflazione già montante.

Verso iperinflazione?

Contrariamente alle recessioni trainate principalmente da un calo della domanda, la sfida posta da una recessione guidata dal lato dell’offerta è che può portare a forti cali di produzione e a strozzature diffuse. In tal caso, le carenze generalizzate potrebbero in ultima analisi spingere l’inflazione verso l’alto, non verso il basso.
Certamente, argomenta l’economista, le condizioni iniziali per contenere l’inflazione generalizzata oggi sono straordinariamente favorevoli. Ma, dato che quattro decenni di globalizzazione sono stati quasi certamente il principale fattore alla base della bassa inflazione, una ritirata sostenuta dietro i confini nazionali, a causa di una pandemia di COVID-19 (o persino di una paura persistente della pandemia), oltre a crescenti attriti commerciali, è una ricetta per il ritorno delle pressioni al rialzo dei prezzi. In questo scenario, l’inflazione in aumento potrebbe sostenere i tassi di interesse e sfidare i politici sia monetari che fiscali.

Aumentate le probabilità di una recessione globale

Le probabilità di una recessione globale sono aumentate drasticamente, molto più delle previsioni degli investitori e delle istituzioni internazionali. I responsabili politici devono riconoscere che, oltre ai tagli dei tassi di interesse e agli stimoli fiscali, è necessario affrontare anche l’enorme shock per le catene di fornitura globali. Il sollievo più immediato potrebbe venire dagli Stati Uniti, che potrebbero ridurre drasticamente le tariffe attuate con la guerra commerciale, calmando così i mercati, mostrando  la capacità di governare con la Cina e mettendo denaro nelle tasche dei consumatori statunitensi. Una recessione globale è un momento di cooperazione, non di isolamento.
Degno di nota, continua Rogoff, il fatto che la crisi di COVID-19 sta colpendo l’economia mondiale quando la crescita è già debole e molti Paesi hanno un eccesso di leva finanziaria. La crescita globale nel 2019 è stata solo del 2,9%, non così lontana dal livello del 2,5% che storicamente ha costituito una recessione globale. L’economia italiana stava iniziando  malapena a riprendersi prima dell’emergenza del coronavirus.

Per l’Italia esiste un problema in più

Proprio in riferimento al nostro paese, l’economista ricorda come circolano studi secondo cui se la Lombardia subisse un danno pari al 10% del suo Pil per un mese e il resto del nord del 5%, ciò equivarrebbe a uno 0,3 di crescita in meno per l’ Italia nell’ anno, cioè quasi tutta quella prevista.
“Secondo me sono valutazioni addirittura ottimistiche, afferma Rogoff. “Vista l’ imponenza delle misure di contenimento adottate, dalle quarantene alla chiusura delle attività, potrebbe andare a finire paradossalmente che si renda necessario allentarle prima ancora che l’ epidemia sia passata perché il danno apportato da queste misure è ancora peggiore”. Secondo l’economista di Harvard, per l’Italia c’ è un problema in più. “In tutto il mondo serviranno ingenti risorse, dal rafforzamento della sanità e della ricerca pubblica all’incentivo per la ripartenza delle attività economiche, e i Paesi che potranno attuarle saranno quelli con maggior spazio fiscale a partire dalla Germania che non a caso in queste ore sta mettendo in campo le prime risorse pubbliche per fronteggiare l’ emergenza. Il problema è che servirà nuovo debito, e vista la mole di quello esistente, questi nuovi fondi da reperire sul mercato non potranno che essere molto costosi” conclude.