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Mps e quello che la Bce non ha mai detto: banca in condizioni terribili nel 2015, non era solvibile

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Sono ormai passati due anni da quando i contribuenti italiani hanno salvato la banca più antica del mondo. Era il 2017 e dal Tesoro arrivò un cospicuo assegno che sancì la nazionalizzazione della banca senese. La Banca Monte dei Paschi di Siena, tra enormi perdite e uno scandalo contabile, aveva infatti bisogno di 5,4 miliardi di euro per evitare il fallimento. Si trattò del terzo aiuto da parte dello Stato in meno di un decennio al fine di evitare che la crisi in quel di Siena innescasse una crisi a catena per tutto il settore bancario italiano.
I primi due salvataggi furono nel 2009 per € 1,9 miliardi e nel 2013 per € 4,1 miliardi, per un totale di 11,4 miliardi. 

Conti ancora non tornano

Mps è tornata ad essere redditizia nell’ultimo anno, ma non tutti i conti tornano. Come sottolinea un articolo di Bloomberg. Le azioni  Mps sono crollate di quasi l’80% da quando sono tornate in Borsa  a ottobre 2017 e ancora oggi il 17% dei suoi crediti è ancora classificato come sofferenza, quasi il doppio della media delle prime nove banche italiane.
E la pulizia di questi crediti “cattivi” continua. Mps è in trattative finali per vendere un pacchetto di crediti non deteriorati per un valore nominale di circa 1,1 miliardi di euro a Cerberus e Bank of America.

Il rapporto Bce che dava per spacciata Mps

Le autorità di regolamentazione dell’UE nel 2017 hanno avallato il piano di salvataggio di Mps, ma hanno detto veramente tutto sul caso Mps? Non proprio. Lo sostiene Elisa Martinuzzi, columnist di Bloomberg, che riferisce di un rapporto di 85 pagine, precedentemente sconosciuto, preparato da un gruppo di ispettori della BCE nel 2017 e che mette in dubbio la solvibilità della banca italiana già nel 2015; pertanto veniva messa in dubbio la possibilità che la banca rimanesse in vita ancora prima che valutare la possibilità di un piano di salvataggio sotto le regole dell’Unione europea. “La BCE considerava Monte Paschi in condizioni così terribili da preoccuparsi che uno sforzo di salvataggio non potesse riuscire”, scrive la Martinuzzi in un articolo pubblicato ieri da Bloomberg. Sulla base di una stima che la banca ha presentato alla BCE il 13 dicembre 2016 – mentre stava ancora cercando di raccogliere denaro dagli investitori – il Tier 1 ratio azionario 2015 della banca sarebbe stato dello 0,58%.
Pertanto, la Bce ha appoggiato pubblicamente il salvataggio. In privato, invece, la principale autorità di vigilanza bancaria dell’area euro nutriva profondi timori riguardo alla redditività della banca. Nel minimizzare la miriade di problemi del Monte dei Paschi, la BCE sembra essersi messa in conflitto con la propria esigenza di mettere i prestatori su un percorso che può finire nella liquidazione.  In pratica, il piano di salvataggio è stato pensato per mettere al sicuro Mps contro i tempi avversi che ci attendono piuttosto che per coprire perdite passate. La commissione europea dichiarò che le probabili perdite della banca, pari a 4,4 miliardi di euro, potrebbero essere coperte con mezzi privati, dando la certezza che gli aiuti di Stato non saranno utilizzati per compensare le perdite precedenti. Questo ragionamento trascura il fatto che non è possibile dimostrare esattamente a quale scopo sono stati utilizzati i fondi.
Da parte sua, la banca senese ha continuato a dare un’immagine positiva delle sue comunicazioni al pubblico. Nella sua relazione annuale 2017, Mps ha dichiarato di aver effettuato ulteriori accantonamenti di capitale derivanti dall’ispezione della Bce, senza offrire agli investitori e agli analisti dati specifici. Tutto questo non possiamo definirlo piena trasparenza, dato che le autorità erano preoccupate per la solvibilità della banca e che era stato concesso un salvataggio, con perdite per gli azionisti e per alcuni obbligazionisti.

L’operazione Antonveneta e il silenzio di Draghi quando era a capo di Bankitalia

Il primo grande passo falso di Mps ebbe luogo nel novembre 2007, quando presentò l’offerta di 9 miliardi per la rivale Banca Antonveneta prosciugando le sue riserve di liquidità. Questo accordo avrebbe dovuto allarmare, ma è stato approvato dalla Banca d’Italia, guidata da Mario Draghi all’epoca.
Poi le onde d’urto finanziarie scatenate dal fallimento di Lehman Brothers, nel settembre 2008, hanno messo ulteriore pressione sul Monte Paschi. L’articolo di Bloomberg sottolinea poi la deriva della banca senese che iniziò a mascherare le sue crescenti perdite con una serie di accordi complessi sui derivati. Quelle transazioni erano nascoste. Una volta divulgati, Monte Paschi ha dovuto rideterminare i suoi conti per due volte. Mentre l’economia italiana pagò la crisi globale prima e del debito sovrano europeo dopo, Monte Paschi ha visto accumularsi crediti inesigibili ed è stata costretta a sfruttare i fondi statali nel 2009 e di nuovo nel 2013. Nel 2014 e 2015, gli azionisti hanno iniettato 8 miliardi di euro e per rimborsare i contribuenti per i salvataggi precedenti. Ma questo finanziamento si rivelò presto insufficiente.

Oggi titolo esulta dopo revisione accordi con Juliet su Npl

Oggi intanto è arrivata un notizia in ambito Npl che sta spingendo il titolo in Borsa, arrivato a guadagnare il 7%. Il cda di Mps ha deliberato di esercitare il diritto di recesso previsto dal contratto di servicing decennale stipulato con Juliet, avente ad oggetto l’attività di recupero di una quota significativa degli Npl di gruppo. L’esercizio del recesso comporta l’obbligo per Mps di pagare un indennizzo omni-comprensivo per un importo di 40 milioni di euro. Tale decisione, spiega la società in una nota, si è resa necessaria per disporre della massima flessibilità nel processo di accelerazione della riduzione dell’esposizione della Banca nei crediti deteriorati.
La banca ha già manifestato la propria disponibilità ad avviare un costruttivo processo negoziale con Juliet e i suoi azionisti, “al fine di mitigare nel comune interesse le conseguenze dello scioglimento anticipato del contratto di servicing”. Nell’ambito dell’accordo è previsto il coinvolgimento di Juliet, a termini e condizioni di mercato, quale advisor della Banca nella perimetrazione di uno o più portafogli oggetto di cessione per un ammontare complessivo di euro 3 mld di GBV.