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Donald Trump schizofrenico sul dollaro, ora lo vuole forte. Azzerati anni di attacchi anche contro Bce di Draghi

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“E’ un grande momento per avere un dollaro forte”. Il presidente americano Donald Trump spazza via con una frase anni di dichiarazioni a favore di un dollaro debole, nel corso di un’intervista rilasciata alla Casa Bianca a Maria Bartiromo, trasmessa ieri sulla Fox Business.
“Sa, noi ora paghiamo tassi di interesse a zero. Anche questo non è mai successo. Paghiamo davvero poco. E tutti vogliono investire sul dollaro perché lo abbiamo mantenuto forte. Io l’ho mantenuto forte“, ha precisato Trump.

Il riferimento è al taglio con cui la Federal Reserve di Jerome Powell ha portato i tassi allo zero, in risposta allo shock dei mercati provocato dal coronavirus. I tassi sono stati abbassati di un punto percentuale alla metà di marzo, ripiombando così nel range compreso tra lo zero e lo 0,25%.
A tal proposito, c’è da dire che non è vero che non è mai accaduto, come ha detto Trump, che i tassi Usa abbiano oscillato attorno allo zero. Tutt’altro. Il cosiddetto ZIRP – politica di tassi di interesse attorno allo zero – è stato adottato negli Stati Uniti nel periodo della crisi finanziaria globale e anche per diversi anni, tanto che il primo rialzo dei tassi Usa è avvenuto solo nel dicembre del 2015.
Detto questo, fino a oggi Trump si è accanito contro la Fed diverse volte, e contro lo stesso Jerome Powell che lui stesso ha scelto, proprio per una politica monetaria a suo avviso eccessivamente restrittiva che rendeva il dollaro Usa troppo forte e, di conseguenza, le esportazioni americane meno competitive.
Lo scorso 12 settembre del 2019 attaccò anche l’allora presidente della Bce Mario Draghi con un tweet infuocato:
“Con un intervento molto veloce, la Bce ha tagliato i tassi di 10 punti base. Così facendo, sta tentando, e ci sta riuscendo, a deprezzare l’euro verso un dollaro MOLTO forte, che danneggia le esportazioni Usa...e la Fed sta lì seduta, seduta, seduta. Loro (in Europa) vengono pagati per chiedere soldi in prestito, mentre noi paghiamo gli interessi!”
Fredda e precisa fu la reazione di Draghi: “Noi non puntiamo a un target del rapporto di cambio. Punto”. Non era certo la prima volta che Trump sbraitava contro Draghi.
In diverse occasioni negli ultimi anni, il presidente americano ha ossessionato Jerome Powell, ritenendolo colpevole di rendere il dollaro troppo forte.

Trump su dollaro forte: ha parlato senza pensare?

Ieri, la svolta: un dollaro forte è ok. Alcuni analisti spiegano la giravolta sottolineando che è probabile che Trump abbia capito che andare contro i mercati è inutile.
In particolare Kathy Lien, managing director della strategia sul forex presso BK Asset Management, ha commentato l’ultima uscita del presidente, affermando che “la verità è che la valuta sale per altre ragioni, visto che l’outlook di Trump sul dollaro non ha nessun vero impatto sulla sua direzione”.
C’è da dire che, come riporta anche un articolo di Reuters, è da parecchio che i trader fanno orecchie da mercante alle dichiarazioni di Trump che hanno per oggetto il forex.
I fatti parlano chiaro: dalle elezioni presidenziali che hanno incoronato il tycoon newyorchese presidente degli Stati Uniti, il dollaro è salito del 3% circa nei confronti di un paniere di altre valute. Motivo: la crescita economica degli Stati Uniti, superiore a quella europea e anche ad alcune economie asiatiche.
I recenti buy sul dollaro si spiegano invece con la corsa agli asset rifugio scatenata dallo shock coronavirus COVID-19 sui mercati finanziari. Di conseguenza anche John Doyle, vice direttore generale della divisione di dealing e trading presso Tempus, a Washington, ha così commentato:
O Trump ha parlato senza pensare, oppure ha capito che non può indebolire il dollaro, e dunque si sta adattando”. In ogni caso, in nessun modo “i commenti di Trump cambieranno il mondo in cui faccio trading sul dollaro o condizioneranno le mie previsioni”.
Riguardo al trend del dollaro, l’indice ICE US Dollar Indec (ticker DXY) – che misura il trend della valuta americana nei confronti di un paniere composto dalle sei principali valute al mondo – è scambiato a 100,412 punti, in rialzo dell’1,4% dall’inizio di maggio e del 4,2% dall’inizio del 2020.
L’indice ha ritracciato dal massimo in oltre tre anni testato a marzo a quota 103, in concomitanza con le turbolenze che hanno colpito i mercati quel mese, a causa dei timori sulla pandemia Covid-19. Dal canto suo l’euro, considerato ‘principale rivale’ del dollaro, continua ad arrancare, a causa “della risposta (che l’area euro ha dato) alla crisi del coronavirus. Risposta che farà impennare i deficit tra le economie più alle prese con il nodo del debito (leggi Italia), ma anche per gli interventi significativi di politica monetaria (che comunque ci sono stati anche in Usa) e al fatto che non ci siano sbocchi per la mutualizzazione dei debiti)”, ha spiegato Thierry Wizman, analista di Macquarie Futures.
L’euro è stato così colpito dalle vendite, scendendo il mese scorso al minimo in tre anni sul dollaro, al di sotto della soglia di $1,07. Al momento, rimane in calo del 4% dall’inizio dell’anno.