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Declassamento rating una opportunità? Siete sicuri che i Bund siano meglio dei BTP?

Parla l’esperto, che si chiede e chiede: “Acquistare un decennale italiano, cioè di un paese che pur avendo subito un downgrade importante ha comunque ricevuto una conferma di outlook stabile, …

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Il declassamento di un rating potrebbe rivelarsi per caso una opportunità? Se lo chiede Giovanni Pesce, Presidente del Board di Fugen Sicav Raif, facendo riferimento al downgrade sul rating del debito sovrano italiano da parte di Moody’s (in attesa tra l’altro di conoscere il verdetto dell’altra agenzia di rating Standard & Poor’s, atteso per dopodomani, venerdì 26 ottobre). Una notizia, arrivata lo scorso venerdì, che continua a martellare gli operatori che guardano all’Italia, nel pieno della decisione di Bruxelles di bocciare la manovra del governo M5S-Lega.

Una doppia bocciatura dunque, nell’arco di pochi giorni: quella di Moody’s e quella della Commissione europea.

Ma, in termini di investimenti, cosa significa davvero declassamento?

La bocciatura del rating implica necessariamente che gli investitori facciano meglio a tenersi lontani da quel debito declassato, o può essere il preludio di una buona opportunità?

Così Pesce:

“Detenere bond pubblici ritenuti quasi titoli spazzatura potrebbe rivelarsi un’opportunità per avere risultati migliori rispetto ad altri bond con alto rating e bassissimo rendimento? Certo, i tecnici ci diranno che per prima cosa bisognerà eseguire una verifica empirica, per accertarsi che il premio al rischio con un rendimento del decennale oltre il 3,50% sia corretto, ma personalmente comincio a chiedermi se il premio al rischio sul Bund decennale allo 0,50% lo sia a sua volta”.

L’economia tedesca, infatti – continua il Presidente del Board di Fugen Sicav Raif – non sta viaggiando cosi bene quanto preventivato e la stabilità politica non è più cosi solida come in precedenza. Le banche tedesche, poi, non sono esenti da problemi di NPL e di crediti in sofferenza”.

In questo contesto, dimostrato anche dalla carrellata di dati macro che si sono rincorsi a partire da oggi – in generale dal trend dell’indice Pmi Composite dell’Eurozona e nello specifico dal forte calo dello stesso indice in Germania, crollato al minimo in oltre tre anni – alcune scelte di investimento possono apparire pianificate in modo troppo rigido.

Chi l’ha detto, infatti, che sia meglio continuare a smobilizzare i BTP e a fare incetta di Bund tedeschi?

“L’attività di flight to quality che gli investitori all’ingrosso hanno necessariamente fatto spostandosi dai BTP a i Bund – spiega l’esperto – potrebbe non essere infinita. Anzi, probabilmente lo è già, finita. Pertanto, chi pensa che un gestore di un fondo debba per forza, una volta venduti i BTP in suo possesso, investire in Bund, secondo me commette un errore. Anche perché, grazie a Dio, finalmente i mercati dopo le lezioni dei tassi bassi e a seguito dell’evidente aumento delle volatilità, hanno capito che stare liquidi non è un errore ma che la liquidità è un’asset class opportunistica quanto molte altre”.

“In più – continua Pesce – vorrei sottolineare che un titolo a 10 anni con rendimento tra il 0,4 e il 0,5% contiene un grosso rischio di prezzo. Infatti, se i tassi di riferimento monetario prima o poi dovessero effettivamente salire, magari a seguito del raggiungimento degli obiettivi di crescita dell’inflazione, quei Bund tedeschi che facciamo passare all’opinione pubblica come i titoli meno rischiosi d’Europa conoscerebbero una svalutazione del loro prezzo di carico, semplicemente a causa dal necessario adattamento ai nuovi rendimenti di mercato”.

Di conseguenza, “acquistare un decennale italiano, cioè di un paese che pur avendo subito un downgrade importante ha comunque ricevuto una conferma di outlook stabile, siamo cosi certi che non sia occasione da cogliere? Il downgrade è la fine di un processo passato, l’outlook è invece una valutazione per il futuro. E per un investitore la stabilità è elemento importante per pesare il rischio e rapportarlo ai rendimenti”..

Pesce afferma di essere “convinto di due cose”.

  1. I fondi internazionali che non possono per statuto mantenere in portafoglio strumenti emessi da un paese col nostro rating erano già abbondantemente leggeri sui nostri bond;
  2. Ci aspettiamo che l’atteggiamento dei nostri governanti sia improntato a fare il meglio possibile nella gestione della cosa pubblica.

La conclusione è la seguente:

“Non è detto, e personalmente credo in quello che scrivo, che da un downgrade in qualche modo prevedibile e atteso, e dalla conseguente fase di appesantimento dello spread e di rialzo dei rendimenti, non si possano originare le opportunità per rivedere le strategie. In questo modo, gli operatori attenti che già avevano agito in sell da mesi, potrebbero tornare in buy, ritenendo il premio al rischio accettabile e spendibile”.

Lo spread intanto rimane osservato speciale, ma in molti si aspettavano probabilmente una reazione – sia al declassamento di Moody’s che a quella della Commissione europea – più netta. Il differenziale oscilla infatti attorno a quota 320 punti, a fronte di rendimenti al 3,6%, in lieve rialzo oggi ma comunque in ribasso dai 340 punti base testati alla fine della scorsa settimana.