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Carrellata bilanci dal colossi di Wall Street: JP Morgan vince prima battaglia contro virata dovish Fed

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Il margine di interesse netto di JP Morgan ce la fa, e cresce a dispetto della virata dovish della Federal Reserve: è in questo parametro (sigla NNI: net interest income) che si mette in luce una delle sorprese che arrivano oggi da Wall Street. Oggi, martedì 15 ottobre, la stagione delle trimestrali Usa entra nel vivo con la pubblicazione dei bilanci dei grandi colossi del settore bancario-finanziario. Alzano il velo sui loro conti JP Morgan, per l’appunto; BlackRock; Goldman Sachs e Citigroup. E questo via alle trimestrali delle banche Usa fa sperare che il quadro del comparto stia reggendo ancora. D’altronde, la Federal Reserve di Jerome Powell ha iniziato sì a tagliare i tassi, ma di certo non ai livelli della Bce di Mario Draghi. Con i tassi Usa più bassi, anche le banche americane iniziano a temere conseguenze negative sulla loro redditività. Ma, come dimostra il caso di JP Morgan, la solidità dei loro fondamentali fa sì che non si debba paventare il peggio come in Eurozona. Prendiamo per esempio il caso di JP Morgan, che è riuscita a battere le attese degli analisti sia sul fronte degli utili che su quello del fatturato.

Ciò che salta all’occhio è però soprattutto il suo NNI, ovvero il margine di interesse netto, variabile considerata tra l’altro chiave nei momenti di inversione delle curve dei rendimenti – e il fenomeno ha interessato sicuramente i mercati Usa – ; questa variabile è salita nel terzo trimestre del 2019 del 2,3%, attestandosi a $14,23 miliardi, rispetto ai precedenti $14,17 miliardi, confermandosi anche superiore alle stime degli analisti, che erano per un margine di interesse di $14,20 miliardi.

Su base annua, calcola Bloomberg, il rialzo dell’NNI è stato pari a +2%. La prima battaglia contro i tassi di interesse Usa più bassi, JP Morgan l’ha vinta. E questa vittoria è stata citata anche dal numero uno del colosso bancario americano, il ceo Jamie Dimon: “JP Morgan ha riportato un fatturato record nel corso del trimestre, dimostrando una solidità diffusa e la resilienza del nostro modello di business, nonostante il contesto di tassi di interesse più sfidante”. Per il settore bancario Usa l’impatto0 Fed è inequivocabile, se si considerano i numeri, che certificano che, nel terzo trimestre, il rendimento netto degli asset che generano interessi è sceso al 2,41%, rispetto al 2,51% su base annua e contro il 2,49% del trimestre precedente. La flessione, magra consolazione, è stata comunque in linea con il 2,41% atteso dal consensus.

Ma perchè JP Morgan ce l’ha fatta? La spiegazione è stata data da Dimon: “il business dei prestiti al consumo ha beneficiato dei nostri continui investimenti e del contesto favorevole per i debitori, elementi che hanno contribuito a generare volumi positivi nell’erogazione di mutui, di prestiti per l’acquisto di auto e che si sono tradotti in una forte crescita dei prestiti attraverso le carte”. A contribuire al bilancio positivo della banca sono state anche le commissioni record della divisione di investment banking.

L’altra grande sorpresa di JP Morgan è arrivata dalla divisione, per l’appunto, Corporate and Investment Bank, in particolare dal fatturato impressionante FICC, che è balzato di ben +25% su base annua, a $3,56 miliardi, salendo di $713 milioni rispetto al terzo trimestre del 2018.

Dimon ha spiegato la solidità dei conti del gigante americano anche con la solidità dei consumi in Usa, “in buone condizioni di salute -per usare le sue parole – grazie alla crescita dei salari e delle spese” e anche per “i bassi livelli di disoccupazione”. Le sfide non mancano, visto che (tali fattori positivi) sono compensati dal deterioramento del sentiment delle aziende e dall’indebolimento delle spese in conto capitale che sono condizionati sempre di più da rischi geopolitici complessi, che includono anche il commercio globale”.

Una ventata di cauto ottimismo è arrivata, in occasione della pubblicazione del bilancio, anche dal colosso del risparmio gestito BlackRock. Focus sulle dichiarazioni del ceo Larry Fink che, nel commentare il sentiment dei mercati ha detto: “Non è incredibile, ma non è neanche negativo come temevamo”.

Le notizie no non sono comunque mancate. Goldman Sachs ha infatti riportato un bilancio che non ha convinto il mercato, deludendo le attese. In particolare l’attivo per azione si è attestato a $4,79, al di sotto dei $4,81 per azione stimati dagli analisti, secondo Refinitiv. Gli utili netti sono scesi a $1,79 miliardi, rispetto ai $2,45 miliardi, o 6,28 dollari per azione, del terzo trimestre del 2018. Il fatturato è stato pari a $8,323 miliardi, in calo del 6% su base annua, ma lievemente al di sopra degli $8,31 miliardi attesi. Tra le voci di bilancio, occhio al calo del fatturato della divisione di investment banking, sceso del 15% a $1,69 miliardi, valore inferiore agli $1,71 miliardi stimati dal consensus di FactSet.

Bene Citigroup, che ha riportato nel terzo trimestre un utile netto in crescita del 6% a 4,9 miliardi di dollari, grazie alla buona performance delle attività di investment banking e a una minore pressione fiscale. L’utile per azione si è attestato a 2,07 dollari contro i 1,73 dollari dell’anno prima. Battute le aspettative degli analisti che si aspettavano un utile per azione di 1,95 dollari. I ricavi sono saliti dell’1% a 18,6 miliardi, centrando le attese pari a 18,55 miliardi.