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Asimmetria economia-mercati (con l’eccezione Cina). Fugnoli (Kairos): la risposta è nei tassi, sell-off futuri non devono far paura

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Guardando alle previsioni di crescita economica per questo e i prossimi anni la risalita verso i livelli pre-Covid sarà lunga per quasi tutti. La sola Cina ne pare uscire quasi immune con la stima di un +10% del PIL nei due anni dell’era pandemica, il 2020 e il 2021. Gli Usa dovranno attendere la fine del 2021 per tornare sui livelli di Pil di fine 2019. L’Europa ancora di più, nel 2022, se tutto va bene, e l’Italia solo nel 2023 secondo Banca d’Italia.
Ma se il Pil delle maggiori potenze mondiali, con l’eccezione della Cina, sarà a fine anno ancora indietro, sui livelli di due anni prima, perché le Borse sono già oggi sopra i livelli di inizio 2020? Questo si chiede Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, secondo cui a questa domanda  si risponde: “Perché i tassi sono molto più bassi di allora. E perché i tassi sono più bassi? Per Covid, naturalmente. Ma le stime scontano un’uscita imminente da Covid, giusto? Corretto. Ma se saremo presto fuori da Covid i tassi risaliranno ai livelli pre-Covid e a quel punto non dovremmo rivedere anche le borse su quei livelli? Sbagliato”.

Le ragioni dietro l’asimmetria tra economia e mercati

L’asimmetria con cui dovremo fare i conti ha due ragioni dice Fugnoli. La prima è che, a parità di Pil, gli utili saranno più alti, soprattutto in America. L’ottimo andamento della tecnologia e la crescita della produttività e dell’efficienza che ogni recessione porta con sé saranno più forti, almeno per qualche tempo, dell’aumento della pressione fiscale sulle imprese da parte della nuova amministrazione. La seconda, ancora più rilevante, è che per un lungo periodo i tassi non accompagneranno al rialzo la ripresa del Pil.
Come è successo nei primi anni seguiti alla recessione del 2008, i prossimi due -tre anni, continua Fugnoli, saremo bombardati da studi che prevedono inflazione e, questa volta, anche da qualche dato reale che convaliderà le previsioni. Le banche centrali alzeranno le spalle e lo stesso dovranno fare gli investitori, almeno nei primi  anni. Il tempo per preoccuparsi sul serio sarà più avanti.
La diversa risposta alla crisi (produzione di cose in Cina e produzione di liquidità in Occidente) ha portato a una rivalutazione importante del renminbi. il confronto tra Cina e Stati Uniti nel biennio pandemico è impietoso. L’America, alla fine del 2021, tornerà finalmente sui livelli di Pil di fine 2019. “Più dieci in Cina e zero in America tra 2020 e 2021 significa che l’apertura della guerra fredda con la Cina (dieci anni fa partner di crescita, poi concorrente e oggi ufficialmente avversario economico e strategico) non procede nel migliore dei modi – commenta l’esperto – . Il ritorno alla normalità che ci auguriamo nei prossimi mesi ridurrà la divergenza nei ritmi e nelle modalità di crescita, ma poiché l’Occidente continuerà a produrre liquidità abbondante almeno fino a metà decennio, continueremo anche a finanziare la crescita e l’occupazione del nostro supposto avversario geopolitico”.

Cosa attende per i mercati nelle prossime settimane 

Detto questo, i mercati non saranno privi di volatilità, soprattutto quando saremo usciti dall’emergenza. E anche nell’emergenza, come abbiamo visto in settembre, ci sarà spazio per qualche correzione. Non ci sarebbe da stupirsi troppo, continua l’esperto, se gli eccessi attuali di ottimismo si dovessero tradurre già nelle prossime settimane in una modesta discesa dei corsi.
Da marzo, tuttavia, sarà in dirittura d’arrivo il primo dei due pacchetti fiscali  della nuova amministrazione americana. Si tratta, nel loro insieme, di un 5% del Pil, meno di quello che è stato speso l’anno scorso, ma comunque una cifra imponente.
Per questa ragione le correzioni in questa fase non dovranno essere temute come segnali di inversione di tendenza, ma saranno invece occasioni di acquisto.