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Arresti in Autostrade per Ponte Morandi, che succede ora tra Atlantia e CdP & Co? Intanto con rumor golden power si rischia fuga altri fondi stranieri interessati

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Il crollo del Ponte Morandi continua ad assediare Atlantia, mettendola in difficoltà nelle trattative in corso con il trio CdP-Blackstone-Macquarie per la vendita della sua quota di maggioranza in Autostrade. Oggi, la notizia dell’arresto di tre ex top manager e l’adozione di tre misure interdittive a carico di altrettanti top manager attuali di ASPI è stata scontata subito dal titolo della holding della famiglia Benetton, in relazione a un’inchiesta lanciata un anno fa, costola dell‘indagine sul crollo del ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018.
Gli arresti non sono avvenuti dunque in relazione al crollo del ponte di Genova, ma a seguito di una inchiesta costola, nata per l’appunto dall’inchiesta sul crollo del viadotto.

Atlantia cede in Borsa più del 4%, confermandosi maglia nera di Piazza Affari, nella sessione odierna. Per la precisione, la Guardia di Finanza di Genova ha arrestato ex tre top manager di Autostrade: si tratta dell’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, dell’ex capo area operazioni Paolo Berti e dell’ex capo area manutenzioni Michele Donferri.
Le misure interdittive sono state decise per tre attuali dirigenti di Autostrade.
In tutto, sei le misure cautelari predisposte dalla Guardia di Finanza, nell’ambito dell’indagine della Procura di Genova sulla sicurezza delle barriere fonoassorbenti montate sull’intera rete autostradale, del tipo integrate modello “INTEGAUTOS”.
L’inchiesta, lanciata un anno fa, coordinata dalla Procura locale, è scattata dopo che i finanzieri hanno analizzato alcuni documenti acquisiti durante l’indagine sul crollo del ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018.
Le accuse ipotizzate sono attentato alla sicurezza dei trasporti e frode in pubbliche forniture.
Attraverso l’analisi della documentazione informatica e cartacea acquisita, e grazie alle indagini tecniche effettuate e all’assunzione di varie testimonianze sono stati raccolti numerosi e gravi elementi indiziari e fonti di prova in capo alle persone colpite dalla misura. Gravi elementi indiziari e fonti di prova che riguardano la consapevolezza della difettosità delle barriere e del potenziale pericolo per la sicurezza stradale, con rischio cedimento nelle giornate di forte vento (fatti peraltro realmente avvenuti nel corso del 2016 e 2017 sulla rete autostradale genovese).
In particolare, è emersa la consapevolezza di difetti progettuali e di sottostima dell’azione del vento, nonché dell’utilizzo di alcuni materiali per l’ancoraggio a terra non conformi alle certificazioni europee e scarsamente performanti.
Secondo gli inquirenti, c’è stata una volontà di non procedere a lavori di sostituzione e messa in sicurezza adeguati, eludendo tale obbligo con alcuni accorgimenti temporanei non idonei e non risolutivi, e quindi una frode nei confronti dello Stato, per non aver adeguato la rete da un punto di vista acustico (così come previsto dalla Convenzione tra Autostrade e lo Stato) e di gestione in sicurezza della stessa, occultando l’inidoneità e pericolosità delle barriere, senza alcuna comunicazione – obbligatoria – all’organo di vigilanza (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti).

E lo Stato ora pensa a estendere golden power a reti stradali e autostradali

Per Atlantia, che ha rispedito la proposta di Cdp-Blackstone-Macquarie al mittente per ben due volte, si tratta di una notizia pessima. Alla fine di ottobre, e dopo il no all’offerta preliminare di qualche giorno prima, gli azionisti della holding della famiglia Benetton avevano reputato nuovamente non conforme e non idonea la nuova offerta dettagliata presentata dal trio.
Il cda aveva deciso, anche, di rinviare il piano di scissione di Autostrade, con l’assemblea straordinaria necessaria per esaminare il progetto di scissione di ASPI da riconvocare entro il prossimo 15 gennaio del 2021.
Per l’ennesima volta, i Benetton avevano sbattuto la porta in faccia alla cordata formata da Cdp e dai fondi, lasciando chiaramente intendere come il prezzo offerto non fosse stato, ancora, giusto
“Nell’offerta dunque mancano gli elementi necessari per concedere un periodo di esclusiva agli offerenti“, recitava la nota, che concedeva comunque al governo Conte, determinato a rivedere Autostrade sotto il controllo dello Stato, la possibilità di presentare una nuova offerta entro la fine di novembre.
Proprio ieri, il quotidiano La Stampa ha riportato indiscrezioni sulla decisione del governo, nel pieno della discussione sul futuro di Autostrade, di intervenire con un regolamento urgente per “formalizzare” l’inserimento delle concessioni autostradali nei settori strategici per i quali è possibile esercitare la golden power“.
La Stampa è venuta in possesso dell’atto in cui si legge che, “accanto alle infrastrutture già previste dalla legge 56 del 2012 che ha introdotto il golden power (porti e aeroporti d’interesse nazionale e rete ferroviaria), vengono inseriti anche gli interporti e “le reti stradali e autostradali di interesse nazionale“. Una mossa che rischia di far desistere altri fondi potenzialmente interessati ad Autostrade.
Come si è detto, il governo Conte ha tempo fino al 30 novembre a CdP e i due fondi Blackstone e Macquarie per presentare una nuova offerta per l’88% di Aspi detenuto da Atlantia.
“Ma rispetto alla prima puntata – ha ricordato La Stampa – CdP & Co non trattano più in esclusiva. Anche altri attori, tra cui diversi fondi, potrebbero presentare un’offerta concorrente”. Che però a questo punto, con un regolamento ad hoc che specifica il golden power anche per le strade e autostrade, potrebbero decidere di fare già dietrofront.
A tal proposito viene da pensare al fondo azionista di Atlantia, il fondo inglese che più di altri ha fatto parlare di sé da quando sono iniziate le trattative tra Atlantia e CdP. In un articolo scritto da Giovanni Pons su La Repubblica Christopher Hohn, uno dei più noti e influenti gestori anglosassoni che attraverso il fondo inglese TCI gestisce circa 35 miliardi di dollari di investimenti, aveva prospettato diverse opzioni per tutelare gli azionisti dal rischio di una distruzione del valore delle quote che detengono.
Sempre dal fondo inglese si era levata un’altra voce: quella del socio Jonathan Amouyal, che aveva commentato il dossier Autostrade con le seguenti parole: “Il governo italiano deve agire in maniera trasparente nel fissare il prezzo di Aspi. Il mondo sta guardando. Noi e altri investitori non metteremo più soldi in Italia se la fiducia dei mercati nell’ordinamento giuridico italiano non verrà ristabilita”.