Cinque fattori da monitorare nel secondo semestre. Il punto di Ubs
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Dazi, rischi geopolitici, politica monetaria, indebolimento del dollaro e crescita. Cinque temi a cui servirà prestare attenzione da qui alla fine dell’anno, secondo il report Ubs House View – Monthly Letter.
Dopo mesi segnati da volatilità e incertezze soprattutto sul fronte geopolitico e delle politiche economiche statunitensi, il rapporto prevede una fase di relativa stabilizzazione, invitando tuttavia alla prudenza.
Ecco cosa tenere d’occhio nella seconda parte del 2025.
Politiche fiscali e dazi americani
Il primo semestre del 2025 è stato caratterizzato da incertezza legata alle politiche commerciali e fiscali degli Stati Uniti, che si stanno ora delineando con maggiore chiarezza. L’approvazione del pacchetto legislativo “One Big Beautiful Bill Act” (OBBBA) prolungherà i tagli alle imposte sul reddito delle persone fisiche del 2017, aumenterà le detrazioni fiscali a livello statale e locale, incrementerà la spesa per la difesa e ridurrà i finanziamenti all’assistenza sanitaria Medicaid.
La buona notizia, osserva il report, è che “l’elevato deficit di bilancio accresce la dipendenza degli Stati Uniti dall’adozione di politiche di sostegno alla crescita nominale e ai mercati”. Di conseguenza, la crescita economica diventa uno strumento essenziale per migliorare il rapporto debito/pil. Secondo Ubs, uno scenario di questo tipo incrementa le probabilità che i negoziati intervengano a mitigare le politiche commerciali più aggressive di Washington, che potrebbero finire per spingere l’economia in recessione.
La necessità di trattative, ovviamente, riguarda anche noi europei. Pochi giorni fa, il presidente americano Donald Trump ha postato su Truth, la sua piattaforma social, la lettera inviata alla Ue, dove annuncia dazi dal primo agosto al 30%, minacciando di raddoppiarli in caso di ritorsioni.
I deficit persistenti e gli elevati dazi potrebbero innervosire periodicamente i mercati azionari e obbligazionari, eppure – sostiene Ubs – “non innescheranno un ribasso prolungato, grazie alle misure specifiche tese a finanziare il disavanzo e alla maggiore enfasi sulle politiche orientate alla crescita”.
I rischi geopolitici
La recente escalation in Medio Oriente ha avuto finora un impatto limitato sui mercati finanziari. Rimane però qualche rischio sulla possibilità che le esportazioni di energia dalla regione (in particolare il trasporto di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz) possano subire interruzioni. Desta preoccupazione la possibilità che il coinvolgimento americano attiri nel conflitto anche altri paesi, in particolare la Russia, “che in caso di squilibri prolungati sui mercati petroliferi potrebbe sperare di rafforzare la propria posizione nei negoziati relativi all’Ucraina”.
Nello scenario peggiore, un’interruzione delle forniture energetiche dal Medio Oriente potrebbe far aumentare i prezzi del petrolio, rallentando la crescita economica e alimentando l’inflazione. Questo provocherebbe un calo marcato degli asset rischiosi. Tuttavia, data la limitata capacità militare dell’Iran, un’eventuale escalation sarebbe probabilmente breve, consentendo un rapido recupero dei mercati. In sostanza, si legge sul report dell’ istituto di credito svizzero, “ci aspettiamo che i mercati continuino a distinguere le notizie estemporanee dagli eventi con un impatto duraturo sull’economia”, pur consigliando di prendere in considerazione soluzioni mirate a gestire i rischi geopolitici in un contesto di portafoglio.
I prossimi passi delle banche centrali
Passando alla politica monetaria, va osservato che nella prima metà del 2025, la Banca centrale europea ha tagliato i tassi d’interesse più volte rispetto a quella nazionale svizzera (Bns) e alla Bank of England. Al contrario, la Fed è rimasta ferma, preoccupata dall’inflazione persistente e dall’incertezza sui dazi.
Una scelta che ha innervosito parecchio il presidente americano, particolarmente critico verso l’approccio utilizzato dal numero uno della banca centrale americana, Jerome Powell. Si prevede però che la Fed inizi a ridurre i tassi da settembre, con una serie di interventi espansivi per un totale di 100 punti base, mentre la Bce effettuerà un ultimo taglio e la Bns resterà invariata
Sebbene vi sia il rischio di un aumento dei rendimenti obbligazionari a lungo termine in alcuni paesi, Ubs prevede un calo dei rendimenti decennali grazie al rallentamento della crescita, al calo dell’inflazione e alla maggiore domanda di strumenti di alta qualità. In questo contesto, ci si attende una buona performance per obbligazioni sovrane e corporate e investment grade di qualità, puntando anche su strategie obbligazionarie diversificate.
La “dedollarizzazione”
Nella prima metà dell’anno il dollaro si è indebolito di circa il 6%. Il ritmo potrebbe rallentare, ma la tendenza dovrebbe comunque proseguire nei prossimi 12 mesi. L’economia statunitense sta perdendo slancio a causa del venir meno del sostegno fiscale e dell’effetto negativo dei dazi, spingendo la Fed a possibili tagli dei tassi più marcati rispetto ad altre banche centrali. In questo contesto, la tendenza alla “dedollarizzazione” – ovvero la diversificazione delle riserve globali lontano dal dollaro – è destinata a proseguire, sebbene non sia guidata da una fuga generalizzata dagli strumenti in dollari.
Gli Stati Uniti infatti restano centrali per l’esposizione a diversi settori trainanti, come ad esempio l’intelligenza artificiale. Secondo Ubs, dunque, il dollaro manterrà il suo ruolo dominante, ma consiglia di adottare un approccio proattivo per gestire l’esposizione in eccesso alla moneta americana, anche attraverso strumenti di copertura e diversificazione.
Dall’AI alla longevità: opportunità da tenere d’occhio
Ubs prevede che nel secondo semestre del 2025 e oltre, i temi di crescita strutturale legati alle innovazioni trasformative saranno determinanti per la performance dei portafogli.
Nel settore intelligenza artificiale, i titoli tecnologici hanno mostrato segnali di ripresa grazie a utili solidi e investimenti crescenti. Nonostante i rischi di nuove restrizioni o dazi (ad esempio sui semiconduttori), la domanda rimane forte e si stima che gli investimenti globali in IA raggiungeranno i 360 miliardi di dollari nel 2025, in crescita del 60% su base annua, per poi portarsi a 480 miliardi nel prossimo anno.
Per quanto riguarda il comparto delle elettricità e risorse, il fabbisogno energetico in aumento – spinto da data center, industria, mobilità e clima – richiederà investimenti annui fino a 3 mila miliardi di dollari entro il 2030 (il 50% in più rispetto ai livelli del 2023). Risultati che, secondo il report, andranno a favorire “in modo particolare un gruppo relativamente esiguo di società alla base dell’infrastruttura elettrica, dando sostegno alla crescita dei ricavi su base organica e alla performance azionaria”.
Il settore sanitario, centrale nel tema della longevità, resta volatile a causa dell’incertezza legata ai possibili dazi statunitensi sui farmaci e all’intento dell’amministrazione Trump di allineare i prezzi americani a quelli internazionali. Sebbene siano improbabili riduzioni di prezzo imposte per legge, le notizie in merito potrebbero generare instabilità nel breve termine. Tuttavia, per l’istituto svizzero le basse valutazioni nel settore farmaceutico, unite a solidi trend strutturali, offrono un’occasione favorevole per investire nel tema della longevità. Secondo le stime di Ubs, infatti, il mercato globale della sanità “potrebbe raggiungere i 2.200 miliardi di dollari entro il 2030”, trainato dalla crescente domanda di trattamenti contro obesità, tumori, Alzheimer e patologie cardiovascolari.