Notizie Notizie Mondo Banche Centrali Da minute Fed primi dissensi su inflazione ma i tassi non scenderanno come chiede Trump

Da minute Fed primi dissensi su inflazione ma i tassi non scenderanno come chiede Trump

10 Luglio 2025 13:59

Tra i membri del direttivo della Federal Reserve comincia a farsi strada una divergenza di vedute in merito alla miglior traiettoria da seguire per i tassi di interesse nei prossimi mesi e il tema dell’impatto dei dazi commerciali voluti da Donald Trump resta la preoccupazione principale.

È quanto emerge dai verbali dell’incontro dello scorso 18 giugno, in cui il FOMC, il braccio di politica monetaria della banca centrale americana, ha deciso all’unanimità di lasciare i tassi sui fed funds invariati ad un range tra il 4,25% e il 4,50%.

Il presidente americano ha ripetutamente attaccato il numero uno della Fed Jerome Powell, invocando uno stimolo all’economia con tagli di tassi rapidi e nell’ammontare di diversi punti percentuali ma, a giudicare dell’approccio dei membri del Fomc, questa prospettiva appare ben lontana dal verificarsi anche nello scenario più espansivo ipotizzabile.

Dazi preoccupano ma membri Fed non concordano su impatto

I verbali di giugno confermano quindi un elevato livello di supporto alle politiche della Fed fino a quel momento ma anche che, arrivati a metà anno, le strade stanno cominciando a dividersi su come meglio affrontare le sfide all’economia americana.

“Un paio” di membri del board, si legge, hanno segnalato un’apertura ad effettuare un tagli di tassi già entro il prossimo meeting del 29-30 luglio, mentre un alcuni altri si sono situati dal lato opposto dello spettro, ritenendo plausibile mantenere invariati i tassi per tutto il resto del 2025, notando come i rischi di una spinta inflattiva verso l’alto “rimangano significativi” ma l’economia sia allo stesso tempo resiliente.

La maggioranza dei membri tuttavia ritiene appropriata “una qualche riduzione” dei tassi, considerando che l’impatto sull’inflazione dei dazi “potrebbe essere temporaneo o modesto” e che “le aspettative di inflazione nel medio e lungo periodo sono ben ancorate” ma anche che possa verificarsi “un certo indebolimento dell’attività economica e delle condizioni del mercato del lavoro”.

La maggior parte dei partecipanti ha manifestato una preoccupazione sul fatto che i dazi di Trump possano avere “effetti più persistenti sull’inflazione”. L’impatto potrebbe essere mitigato se le aziende aspetteranno ad alzare i prezzi fino a quando non avranno esaurito le scorte accumulate all’inizio di quest’anno in previsione dei dazi. Un altro fattore potrebbe essere la decisione delle aziende di assorbire una parte dei costi in maniera più ampia del previsto e anche che il governo Trump raggiunga accordi che minimizzino le sofferenze.

Tassi vicini a livello “naturale” ma con rischio stagflazione

“Diversi” membri della Fed hanno detto di considerare il livello corrente dei tassi “non troppo sopra” il livello naturale, ossia quello per cui l’attività economica non viene né compressa né stimolata. Questo è coerente con le previsioni lette nel “dot plot” di giugno, in cui nel range di previsioni tra i 19 membri del board per il 2025 erano stati previsti tagli per un massimo di tre quarti di punto percentuale, mentre una maggioranza si era consolidata attorno ad un taglio dello 0,50% entro fine anno.

Sempre nelle previsioni di giugno erano stati segnalati un rischio di inflazione persistente e di indebolimento del mercato del lavoro, una situazione di stagflazione che complicherebbe il doppio mandato della Fed di mantenere stabilità dei prezzi e un mercato del lavoro in salute.

Nei verbali si conferma che i rischi di un’inflazione elevata e di un mercato del lavoro debole erano ancora “elevati” nonostante fossero “diminuiti” dal precedente incontro di maggio.

Per eToro Fed pronta a “difficili compromessi” tra crescita e stabilità prezzi

È interessante notare come in quest’ultima occasione i mercati sembrino in qualche modo aver “ignorato” i verbali della Fed, solitamente osservati come un evento oracolare. A fare la differenza sono stati le performance incredibili di Nvidia e Bitcoin. Il leader nella produzione di chip per l’AI ha varcato la soglia dei 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, mentre la moneta virtuale ha toccato il record di 112.000 dollari. “Due asset che da soli valgono più del PIL combinato di Italia e Spagna”, dice Gabriel Debach, market anayst di eToro.

Debach nota il cambio di linguaggio nei verbali del FOMC, che segnalerebbe un registro più ottimista: “L’incertezza è diminuita, ma rimane elevata.” Quel “diminuita” sarebbe “un cambio di passo” rispetto al linguaggio dei mesi precedenti e il motivo sarebbe quello che le tensioni sui dazi sono in discesa. “Ma i verbali, come spesso accade, raccontano un’altra storia: più articolata, più fragile, più reale.  Dietro l’ottimismo apparente, si nasconde una lista crescente di fragilità”, prosegue Debach.

In pratica i verbali del FOMC “ci riportano coi piedi per terra, a cominciare proprio dalle tariffe.” L’analista fa notare come gli effetti dei dazi devono ancora manifestarsi appieno ed è difficile prevedere tutte le possibili conseguenze inflattive mentre crescono segnali di rallentamento economico.

In questo contesto, dice Debach, “il punto comune che emerge dai verbali è chiaro: la Fed si prepara a “difficili compromessi”.  Se l’inflazione si rivelerà più persistente proprio mentre crescono i segnali di rallentamento economico, la Fed sarà chiamata a scegliere chi sacrificare per primo: la crescita o la stabilità dei prezzi.