Dazi, il 9 luglio finisce la pausa voluta da Trump. Ecco cosa potrebbe succedere
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Sarà un mese caldo per l’economia mondiale. Il 9 luglio 2025 scadrà, infatti, la pausa sui dazi annunciata da Trump, con tariffe dall’11% al 50% che saranno ripristinate su vari Paesi, salvo accordi commerciali formali (come con UK o Cina). Trump aveva promesso proposte commerciali, ma non è chiaro quando arriveranno né se ci saranno proroghe per negoziati in corso.
La situazione potrebbe evolversi rapidamente entro la scadenza: un’analisi curata dal team di macroeconomisti di ING fa il punto, prevedendo gli effetti del ripristino dei dazi da parte del presidente americano.
Minacce e trattative
Con la scadenza del 9 luglio per la tregua sui dazi dietro l’angolo, i Paesi coinvolti stanno accelerando i negoziati, anche se potrebbero essere necessarie delle proroghe per evitare il ripristino dei dazi.
Un accordo significativo è stato raggiunto con la Cina, in cui agli Stati Uniti viene garantito l’accesso a minerali di terre rare in cambio della rimozione di alcune contromisure applicate da Pechino. Tuttavia, i dettagli dell’intesa non sono pubblici, probabilmente per la sua natura strategica e le tensioni geopolitiche. Nonostante questa parziale de-escalation, le tariffe americane sulle merci cinesi restano al 55%, con contromisure antidumping ancora in vigore. La tensione con il Dragone è ancora piuttosto evidente, in quanto – osservano gli analisti- “Pechino esprime forte malcontento per la stipula di accordi commerciali con gli Stati Uniti da parte di altri paesi, che ritiene indeboliscano i propri interessi”.
Per quanto riguarda il Vecchio continente, Trump ha minacciato dazi al 50% (invece del 20%) dal 9 luglio se non si raggiungerà un accordo con l’Ue, che a sua volta si dice pronta ad applicare ritorsioni dal 14 luglio. Diversamente, i negoziati tra Canada e Usa, interrotti a causa di una proposta canadese di tassa del 3% sui servizi digitali (vista come ostile alle aziende americane), sono ripresi dopo che il primo ministro canadese Mark Carney ha fatto un passo indietro sulla misura. Oggi, entrambi i paesi puntano a un nuovo accordo commerciale da definire entro il 21 luglio.
ING: “Non prevediamo che i negoziati in corso si concluderano entro il 9 luglio”
Per il team di macroeconomisti di ING, i negoziati in corso non riusciranno a concludersi entro il 9 luglio. Motivo per cui è probabile che vengano previste proroghe per continuare a negoziare. “Sono possibili tensioni temporanee, ad esempio tra Stati Uniti e Giappone, in particolare per quanto riguarda i dazi sulle auto, o tra Stati Uniti e Ue”, osservano gli analisti.
Nel frattempo, il 4 luglio – il giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti- il presidente Trump ha firmato il cosìddetto “Big beautiful bill”, un vasto pacchetto legislativo che punta a ottenere un taglio di 1,5 miliardi di dollari alla spesa pubblica aumentando al contempo la spesa per la sicurezza dei confini, per la difesa e per la produzione energetica. Una misura enorme e costosa, che Washington intende finanziare anche attraverso i ricavi dei dazi.
Ecco dunque che il protezionismo rimane centrale negli Stati Uniti, rendendo “improbabile che l’attuale aliquota tariffaria media del 13% cambi entro la fine dell’anno”. La tariffa di base del 10% è destinata a rimanere, ma da ING si prevede ancora un aumento dei dazi settoriali nel terzo e quarto trimestre, in seguito alla conclusione delle indagini della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 ( consente al presidente di adeguare le importazioni qualora il Dipartimento del Commercio rilevi che alcuni prodotti siano importati in quantità tali o in circostanze tali da minacciare di compromettere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti) e Sezione 301(che permette invece di sospendere concessioni commerciali o imporre restrizioni alle importazioni in caso di violazioni di accordi commerciali o pratiche scorrette a danno degli Usa).
Nel complesso, i settori interessati vanno dal rame al legname, passando per i farmaci, semiconduttori, camion e aerei. Mentre sono già in vigore tariffe su automobili e parti di automobili, alluminio e acciaio. Ciò significa che l’aliquota tariffaria media degli Stati Uniti rimarrà intorno al livello attuale, ad esempio tra il 12-15%, mentre l’Ue dovrà ancora fronteggiare dazi di circa il 10-15% e la Cina di circa il 50%.
La guerra dei dazi e la riorganizzazione dei flussi commerciali continuano, nonostante possibili accordi. Il Canada ha introdotto dal 27 giugno un contingente tariffario (TRQ) sui prodotti siderurgici provenienti da paesi non firmatari di accordi di libero scambio, complicando il reindirizzamento delle merci. La Cina ha criticato gli accordi commerciali tra altri paesi e gli Usa, definendoli dannosi per i suoi interessi e accusando gli Stati Uniti di “bullismo unilaterale”.
Gli Usa, vedendo la Cina come minaccia geopolitica, potrebbero puntare su ostacoli commerciali indiretti (es. social media e cooperazione tecnologica), spingendo le aziende a ridurre i loro affari con la Cina se desiderano investire negli Stati Uniti. Tuttavia, il mercato cinese resta cruciale per i paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN) i paesi africani, latinoamericani e persino per la Germania, e la dipendenza da materie prime cinesi, come le terre rare, rende complessa una netta presa di posizione tra Washington e Pechino.
La battaglia legale
Nel frattempo, sul nodo dazi pesa anche il tema giudiziario. Il 31 luglio rimane la data chiave da seguire nella battaglia legale sulle misure commerciali imposte da Trump. Qualche settimana fa la Corte per il Commercio Internazionale (CIT) ha stabilito che il presidente americano è andato oltre i limiti imposti dalla IEEPA (la International Emergency Economic Powers Act), vale a dire quella legge che fornisce al presidente ampia autorità per regolamentare una varietà di transazioni economiche a seguito di una dichiarazione di emergenza nazionale.
La Corte d’Appello per il Circuito Federale (CAFC) ha sospeso la sentenza, mantenendo i dazi su Cina, Canada, Messico e altri paesi. Si attende dunque la decisione, prevista ad agosto, e nel caso in cui la CAFC confermasse la sentenza della CIT, il caso potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema. La partita dei dazi, quindi, è ancora decisamente aperta.