Notizie Notizie Mondo Azioni, Btp, oro e bitcoin: sale tutto, ma chi vincerà sui 12 mesi?

Azioni, Btp, oro e bitcoin: sale tutto, ma chi vincerà sui 12 mesi?

9 Gennaio 2026 08:44

Archiviato il terzo anno consecutivo di rialzo per le Borse mondiali, anche il 2026 è iniziato a spron battuto. A correre non sono solo le azioni, con nuovi record per Wall Street e Piazza Affari che si è portata a soli 3 piccoli punti percentuali dai massimi storici, ma anche l’oro e l’argento hanno ripreso a ruggire dopo le prese di beneficio di fine 2025; anche il bitcoin, grande sconfitto dello scorso anno, ha ritrovato in parte vigore.

Oggi nuovo importante banco di prova con la sentenza della corte suprema sui dazi giustificati dal IEEPA (International Emergency Economic Powers Act), che potrebbero venire annullati. Secondo Bloomberg sono oltre 1.000 le aziende che stanno predisponendosi a denunciare l’amministrazione Trump e richiedere indietro i dazi. L’ammontare che l’amministrazione ha raccolto sotto IEEPA è di 133 miliardi, e una sentenza negativa costringerebbe a restituirlo, con impatto negativo su deficit e debito, e quindi sui treasury, e positivo sulle aziende che si vedrebbero restituire i fondi non so se come cash o più probabilmente come credito di imposta: in ogni caso, un erogazione assimilabile a stimolo fiscale. Secondo il bookmaker Polymarket Trump ha solo il 25% di probabilità di portare a casa un verdetto favorevole.

Oro e argento continuano a fare la voce grossa

Il blitz statunitense in Venezuela, con la rimozione del presidente Nicolas Maduro, ha rinnovato la domanda di oro come asset rifugio con le quotazioni del metallo giallo tornate non lontane dai massimi storici toccati il mese scorso. “La domanda di oro, che rimane sostenuta dagli acquisti da parte delle banche centrali e dai rendimenti reali limitati – argomentano gli esperti di Unicredit – ma il rischio geopolitico rimane per lo più un rumore di fondo anche nel mercato petrolifero, poiché la produzione venezuelana di greggio rimane strutturalmente limitata”.

Gli analisti di Hsbc ieri hanno stimato quotazioni del lingotto intorno ai 5.000 dollari l’oncia nel primo semestre del 2026 con le tensioni geopolitiche – dalla guerra in Ucraina ai cambiamenti nella politica estera statunitense, passando per la rivalità tra Stati Uniti e Cina e i conflitti in Medio Oriente – tra i fattori a sostegno della domanda insieme agli acquisti delle banche centrali. Hsbc allo stesso tempo fa presente che nel 2026 il rally potrebbe fisiologicamente rallentare dopo che l’oro ha archiviato il miglior anno dal lontano 1979.

Sotto i riflettori anche l’argento, aumentato del 138% nel 2025, registrando il maggiore rialzo annuo dal 1979, quando i fratelli Hunt tentarono notoriamente di monopolizzare il mercato dell’argento. Gli analisti mettono però in allerta dal rischio che la volatilità rimanga elevata, così come evidenziato nell’ultimo scorcio del 2025, con il metallo bianco che rischia di essere protagonista di forti oscillazioni sia al rialzo sia al ribasso, quindi meno adatto rispetto all’oro per gli investitori che sono più avversi al rischio.

Borse declassano il rischio geopolitico a rumore di fondo

Le tensioni geopolitiche non hanno affatto mitigato la voglia di risk asset, con l’azionario salito a sua volta nel corso di questa settimana. “Le aspettative di allentamento delle politiche da parte della Fed e l’entusiasmo incrollabile per l’IA stanno stimolando azioni e reddito fisso, mentre la rimozione del presidente Nicolás Maduro da parte di Washington ha acceso una nuova domanda di metalli preziosi. Tuttavia, per gli investitori, il rischio geopolitico rimane solo un rumore di fondo”, argomenta l’ultimo report pubblicato ieri da The Investment Institute di Unicredit che stimano guadagni di circa il 10% per l’azionario Europa e fino al 15% negli Stati Uniti, trainati principalmente dalla crescita economica e dalla solida crescita degli utili aziendali.

Wall Street, che risulta il mercato con quotazioni più elevate in termini di multipli, ha ancora spazio per solidi rialzi anche secondo Goldman Sachs che per l’S&P 500 indica un rendimento totale del 12% quest’anno, con l’indice a quota 7.600 a fine anno. “Una crescita economica e dei ricavi solida, il perdurare della forza degli utili tra i principali titoli statunitensi e un emergente incremento della produttività legato all’adozione dell’intelligenza artificiale dovrebbero sostenere una crescita dell’EPS dell’S&P 500 del 12% nel 2026 e del 10% nel 2027, fornendo la base fondamentale per la prosecuzione di un mercato rialzista”, argomenta la casa d’affari statunitense che allo stesso tempo fa presente che le attuali valutazioni risultano “relativamente elevate e i premi per il rischio compressi, una dinamica tipica delle fasi avanzate del ciclo economico”.

L’avvertimento di Goldman su Wall Street

La stessa Goldman Sachs lancia però un piccolo alert: le valutazioni elevati potrebbero mettere a rischio la tenuta delle azioni nel caso in cui aumentino le preoccupazioni sulla crescita economica. “Ciò potrebbe rappresentare una minaccia soprattutto per la fine dell’anno, qualora il rally alimentato dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale dovesse scontrarsi con le preoccupazioni relative a una recessione negli Stati Uniti”, rimarca il team azionario di Goldman Sachs guidato da Christian Mueller-Glissmann.

Lo scorso anno l’indice S&P 500 ha segnato un rialzo del 16%, sottoperformando l’MSCI World ex-Stati Uniti, che ha guadagnato il 29%, poiché gli investitori hanno cercato di disinvestire dagli asset americani in risposta alle turbolenze tariffarie e alle valutazioni elevate.

Il benchmark statunitense è scambiato a 22 volte gli utili futuri, con un premio del 36% rispetto ai competitor globali. “Date le valutazioni elevate e la concentrazione nei mercati azionari, raccomandiamo di aumentare la diversificazione tra regioni, settori e stili per migliorare i rendimenti aggiustati per il rischio”, aggiunge Goldman.

Voglia anche di reddito fisso

Volgendo lo sguardo all’obbligazionario, anche qui l’incipit del nuovo anno ha registrato una domanda solida, con rendimenti diminuiti leggermente nei primi giorni dell’anno, seppur solo marginalmente. Le aspettative di allentamento della Fed e di inflazione contenuta nell’area euro hanno continuato a sostenere i titoli di Stato obbligazionari, mentre l’offerta nell’area euro finora non ha esercitato pressioni significative. Un’eccezione è rappresentata dal Giappone, con rendimenti sotto pressione, specialmente all’estremità extra-lunga.

Il grande vincitore tra i titoli di Stato dell’area euro nel 2025 è stato il Btp, con le maggiori riduzioni di spread rispetto ai Bund e a tutte le altre curve governative europee, l’unico governativo a non registrare incrementi di rendimento in termini assoluti. In generale, rimarcano gli esperti dell’ufficio studi di Banca Finint, il 2025 ha sancito la fine di una distinzione tra i mercati “Semi-Core” e quelli dei paesi del sud Europa.

Btp su tutti, ma c’è un rischio…

“Le prospettive per il 2026 restano nel complesso positive per i paesi mediterranei, grazie ad aspettative di crescita in media abbastanza ottimistiche e politiche di bilancio che restano molto equilibrate (a differenza di Germania e Francia)”, è l’attesa di Banca Finint che allo stesso tempo indica come l’unico punto di attenzione potrebbe essere proprio sull’Italia, sia per l’ottima performance degli ultimi mesi, sia soprattutto per i cronici problemi di crescita economica, che nella seconda parte del 2026 potrebbero tornare ad acuirsi per la fine del Pnrr. “Per contro l’emissione dei Btp al netto dei titoli in scadenza, prevista con un valore negativo, dovrebbe continuare a sostenere il debito italiano. Nel complesso quindi, un po’ di attenzione sui dati di crescita in Italia, ma per il momento il quadro resta positivo”.

Bitcoin

Segnali di ripresa anche per il bitcoin, l’asset che ha più sofferto lo scorso anno con una brusca frenata negli ultimi mesi dell’anno. Nelle prime sedute l’asset digitale ha recuperato terreno e riportandosi ampiamente sopra i 90mila dollari. IL rimbalzo riflette un mix di sentiment più sereno e l’ingresso di allocazioni istituzionali che continuano a considerare il bitcoin come strumento di diversificazione in portafoglio.

Le prospettive per l’intero 2026 restano molto dibattute. Citigroup vede il Bitcoin potenzialmente salire verso area 143.000 $ entro fine anno, sostenute da flussi di ETF e progressi normativi negli Stati Uniti, con scenari bull che raggiungono anche 180-200.000 dollari.

Il venture capitalist Tim Draper ha rilanciato il suo target di 250.000 dollari per il 2026. Peccato che lo stesso Draper lo aveva pronosticato nel 2018 (quando il Bitcoin scambiava intorno agli 8.000 dollari) con orizzonte temporale al 2022.

Tra i rischi più citati c’è la possibilità di una pressione di vendita prolungata legata a condizioni monetarie meno accomodanti del previsto e una partecipazione retail tiepida.