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USA: costo del denaro sale di 25 punti base allo 0,75-1%

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E alla fine il nuovo rialzo dei tassi è arrivato. Poco fa da Washington è giunta la notizia che il FedWatch Tool del CME Group (l’indicatore che misura le probabilità di un cambio del costo del denaro statunitense) oggi stimava al 90,8%: la Federal Reserve ha incrementato il costo del denaro della prima economia dallo 0,5-0,75 allo 0,75-1 per cento. La decisione è stata presa con una maggioranza di nove membri (solo Neel Kashkari della Fed di Minneapolis ha votato per una conferma).  

Nelle ultime due settimane le probabilità di una stretta sono sostanzialmente raddoppiate in scia dei nuovi miglioramenti evidenziati dall’economia reale, spicca in particolare l’incremento di 235 mila unità registrato a febbraio dalle non-farm payrolls, e dalle dichiarazioni rese da importanti esponenti della Banca centrale.

Già nel corso dell’audizione al Senato dello scorso 14 febbraio, la chairwoman aveva avvisato gli operatori che “nel corso dei prossimi meeting” sarà discusso un nuovo innalzamento dei tassi. Anche se non esiste un piano di incrementi già definito, ha rimarcato Janet Yellen, non è prudente attendere troppo a lungo per innalzare i tassi. Ad avallare le parole del n.1 ci hanno poi pensato importanti esponenti del calibro di John Williams (Federal Reserve di San Francisco) e di William Dudley (New York).

Dot Plot confermati: in arrivo altri due ritocchi
Indicazioni particolarmente importanti anche quelle che arrivano dai cosiddetti “dot plot”, le proiezioni sull’evoluzione dei tassi secondo ogni membro del Comitato di politica monetaria. In linea con la view di dicembre, i membri del FOMC (Federal Open Market Committee) si attendono 3 strette nel 2017, 3 nel 2018 e altrettante nel 2019. Rispetto a dicembre però, ora sono 9 (su 17) i membri che stimano altre due strette nell’anno corrente, contro i 6 precedenti.

Per quanto riguarda i prezzi, la Fed ha rilevato che l’inflazione si sta avvicinando al target del 2% e confermato la stima sull’indice PCE all’1,9%. Lieve rialzo per il dato “core”, quello calcolato al netto delle componenti più volatili, in aumento dall’1,8 all’1,9 per cento. “Il Comitato monitorerà con attenzione gli sviluppi, attuali ed attesi, dell’inflazione in relazione ai suoi obiettivi”.

La sensazione è che un’accelerazione dei prezzi o della crescita economica (Trump ha promesso un 3-4%) sia destinato ad innescare un maggiore attivismo da parte della Banca centrale. Nelle attuali condizioni, all’orizzonte si profila uno scontro con la Casa Bianca: Trump, fortemente critico della politica monetaria espansiva targata Fed nel corso della campagna elettorale, finirà per essere penalizzato da tassi di interesse più elevati.

A febbraio, nel corso di un’audizione al Congresso, alla domanda se un’accelerazione della crescita è destinata ad innescare una reazione della Fed, la Yellen ha risposto con un laconico “sì”.

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