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Ue dice no a Varoufakis e blinda Bce. Documentazione stop finanziamenti a Grecia rimane off-limits

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La Corte di Giustizia europea blinda la Bce, rigettando l’istanza presentata dall’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal parlamentare tedesco Fabio De Masi. I due avevano chiesto di poter accedere alla documentazione che contiene le motivazioni con cui la Bce decise di congelare, nel 2015, i suoi finanziamenti a favore delle banche elleniche.

L’opinione legale presente nella documentazione, secondo Varoufakis e De Masi, oltre a essere illegittima, sarebbe stata formulata per costringere Atene ad arrendersi nelle trattative sul bailout avviate con i suoi creditori (leggi troika).Ma la Corte Ue ha risposto affermando che la decisione della Bce di negare l’accesso alla documentazione è stata giusta, in quanto adottata al fine di proteggere il “la sua libertà di pensiero”.

“Contrariamente alla richiesta presentata, la Bce ha valutato in modo legittimo gli effetti ipotetici che la pubblicazione del documento contestato avrebbe potuto avere sulla sua libertà di pensiero nel 2015 e anche dopo il 2015″, hanno scritto i tre giudici della Corte nella sentenza.

A questo punto, Varoufakis e De Masi hanno due mesi per ricorrere in appello.

Tornano in mente gli anni drammatici, non proprio tanto lontani, contrassegnati dall’austerità e dai timori di una Grexit (uscita della Grecia da Ue ed euro).

In quell’anno terribile del 2015, le foto dei pensionati greci in fila di fronte alle loro banche nella speranza di poter prelevare quello a cui avevano diritto fecero il giro del mondo.

Ostaggio della troika, la Grecia era stata colpita dal cosiddetto fenomeno della corsa agli sportelli. Fenomeno che aveva messo in allerta la Bce, che decise di far rientrare la minaccia tagliando la testa al toro, ovvero chiudendo direttamente le banche.

La Bce congelò praticamente i finanziamenti di emergenza che aveva fino a quel momento erogato a favore delle banche elleniche. La mossa ebbe un effetto immediato: il governo Tsipras fu costretto a chiudere le banche e a imporre i controlli sui capitali, bloccando così la circolazione della moneta stessa e paralizzando l’economia. Di conseguenza, la posizione contrattuale di Atene nelle trattative con la troika fu chiaramente indebolita.

Alla fine, Varoufakis rassegnò le proprie dimissioni e Tsipras raggiunse un accordo con l’Unione europea, che permise alla Grecia assetata di liquidità di ricevere cash in cambio di misure di austerity e di riforme lacrime e sangue.

Francoforte chiuse i rubinetti della liquidità alle banche greche assediate dalla fuga dei depositi a inizio 2015. Successivamente, con la sua decisione di non aumentare il limite di 89 miliardi di euro dei prestiti di emergenza (Ela) a favore delle banche, la Bce mise il governo di Tsipras con le spalle al muro. Atene fu costretta a quel punto a varare un decreto sulla «chiusura delle banche” per ben sei giorni, da fine giugno fino a lunedì 6 luglio (il giorno dopo il referendum sulla proposta dei creditori).