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Per le agenzie di rating la Turchia è “spazzatura”, ma i mercati guardano altrove e vanno su

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Nel mese in cui la Grecia esce ufficialmente dal periodo più buio della sua storia, almeno dal punto di vista economico, la Turchia finisce nel vortice della crisi con il crollo della lira, che da inizio anno ha perso il 40% del suo valore nei confronti del dollaro, l’inflazione alle stelle e le relazioni diplomatiche e commerciali con gli Stati Uniti a dir poco tese. E pensare che solo qualche tempo fa il paese era stato preso in considerazione per entrare a far parte dell’Unione europea.

L’evoluzione della crisi turca rimane sotto i riflettori dei mercati, soprattutto dopo che nel fine settimana le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s hanno declassato il paese portandolo a livello “junk”, ossia “spazzatura” (rispettivamente a Ba3 e a B+). Moody’s ha inoltre peggiorato le previsioni, con un outlook che diventa “negativo” e che quindi non esclude nuove bocciature nei prossimi mesi. Non aiuta a distendere gli animi nemmeno il fatto che il tribunale turco abbia respinto la richiesta di rilascio del pastore americano Andrew Brunson, tenuto agli arresti domiciliari. Anche se ad allentare le tensioni sulla lira turca è arrivato l’accordo di sostegno da 15 miliardi di dollari raggiunto con l’emirato del Qatar.

La crisi della Turchia fa paura non solo ai mercati finanziari ma anche ai paesi dell’Europa. Italia e Germania sono i principali esportatori verso la Turchia, con le esportazioni tedesche che ammontano a quasi 25 miliardi di euro. L’Olanda, invece, conta 18 miliardi di euro in termini di investimenti diretti esteri, mentre le banche spagnole risultano essere quelle più esposte, con circa 65 miliardi di euro. Proprio oggi il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha avvertito che la crisi in Turchia rappresenta “un rischio ulteriore per l’economia della Germania”, in un contesto già teso per via delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e l’incertezza per una Brexit senza accordo.

Ma i mercati oggi guardano altrove, complice il fatto che la Borsa di Istanbul questa settimana resterà chiusa per festività nazionale. Le piazze europee si muovono in territorio positivo nell’attesa dell’avvio di un nuovo ciclo di negoziati tra Stati Uniti e Cina già domani per discutere delle loro relazioni commerciali in vista della data del 23 agosto, quando scatteranno nuovi dazi tra le due maggiori economie mondiali. Le trattative potrebbero essere seguite da un incontro tra il presidente americano Donald Trump e quello cinese Xi Jinping a novembre.

A guidare i rialzi in Europa è Francoforte che avanza di oltre 1 punto percentuale. Fanalino di coda è invece Milano dove l’indice Ftse Mib segna un progresso dello 0,40% in area 20.493,89 punti dopo che venerdì ha chiuso sui nuovi minimi dal aprile 2017. In Italia continua a pesare la diffidenza del mercato in vista dell’avvio delle discussioni per l’approvazione della legge di bilancio 2019 con lo spread che è tornato ad allargarsi a ridosso di quota 290 punti base. Negli ultimi giorni sono infatti aumentati i timori che la manovra 2019 vada a sforare i vincoli Ue considerando anche il crollo del ponte di Genova che con ogni probabilità indurrà a inserire maggiori spese per infrastrutture.