Eni: Edison e Kazakistan temi chiave, effetto Libia non si sente in Borsa. Ubs dice 21,5 euro

Inviato da Alberto Bolis il Ven, 25/03/2011 - 12:21

Il vento di guerra che soffia dalla Libia non sembra influire più di tanto sull'andamento di Eni a Piazza Affari. "La Libia è sicuramente un fattore di disturbo per Eni nel breve termine - commentano gli analisti di Ubs - ma la produzione di elettricità per il mercato domestico sta continuando e il management confida di riprendere la produzione appena saranno terminati i problemi attuali". Di conseguenza il broker svizzero ha confermato la raccomandazione d'acquisto sul titolo del colosso petrolifero italiano e un prezzo obiettivo di 21,50 euro. Un target ben al di sopra degli attuali prezzi di Borsa, dove Eni mostra un progresso dello 0,23% a 17,34 euro.

Nonostante l'ottimismo dei vertici del Cane a sei zampe e delle case d'affari, ieri l'Unione Europea ha deciso di congelare anche i beni della National Oil Company (Noc), la compagnia petrolifera controllata dal governo di Tripoli. In sostanza, la Noc è il partner di Eni e degli altri gruppi energetici internazionali che sfruttano i giacimenti libici. Il congelamento, in questo caso, significa bloccare ogni esportazione di petrolio e gas e quindi ogni attività che potrebbe portare soldi e benefici nelle casse della Noc. C'è da dire che il gruppo di San Donato Milanese ha già interrotto la produzione di petrolio nel Paese nordafricano e chiuso il gasdotto GreenStream, che collega la costa libica a Gela. L'Eni, quindi, al momento fornisce solamente gas alle centrali elettriche locali.

Dalla Libia alle nuove indiscrezioni che questa mattina avvolgono l'Eni riguardo al futuro di Edison. Secondo il Sole 24 Ore, se saltasse definitivamente il tavolo tra A2A e Edf si potrebbe concretizzare un "piano B" con un intervento coordinato Eni-Enel per rilevare gli asset di Foro Buonaparte, salvaguardando così l'interesse nazionale. Un tema molto seguito ai piani alti del Governo, soprattutto dopo il blitz della francese Lactalis per conquistare il 29% di Parmalat. Nel dettaglio, il gruppo guidato da Fulvio Conti rileverebbe i contratti gas, mentre Eni gli asset di generazione elettrica. Sempre secondo il quotidiano di Confindustria, nel caso di mancato accordo tra A2A e Edf la multi utility lombarda potrebbe cedere a Eni 2 centrali da 800 MW inizialmente destinati ai francesi. "Crediamo che un intervento dei due incumbent nazionali sia un'ipotesi al momento remota, che in ogni caso andrebbe incontro a problemi di natura antitrust", segnalano gli analisti di Intermonte.

Uscendo dai confini nazionali Eni potrebbe rafforzarsi nel North Caspian Sea Psa, il consorzio per la gestione e sviluppo del giacimento kazako Kashagan. Il motivo? Tra gli asset che ConocoPhillips starebbe valutando di cedere, nell'ambito del suo piano di dismissioni da 20 miliardi di dollari recentemente annunciato, ci potrebbe essere appunto anche la quota dell'8,4% in Kashagan. Nel caso di uscita, gli altri soci avrebbero diritto di prelazione con un incremento pro quota delle rispettive partecipazioni. Eni ha attualmente il 16,8% e attende gli sviluppi della vicenda, visto che Kashagan è un giacimento da record con riserve stimate in 30 miliardi di barili.

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