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Credit Suisse: Outlook 2013 sui mercati globali. Stati Uniti, Europa e Paesi emergenti a confronto

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Stati Uniti, Europa, Giappone e Paesi emergenti. Questi i protagonisti sui i quali si è incentrato il dibattito sugli scenari economici per il 2013 al Financial Forum organizzato da Credit Suisse presso la sede de Il Sole 24 Ore a Milano.

Stati Uniti
Gli Stati Uniti offrono una visione positiva nel breve periodo ma più incerta nel medio-lungo periodo. Questa la sintesi iniziale proposta da Alberto Alesina, economista e professore all’Università di Harvard di Boston. Per Alesina, gli Usa hanno avuto il vantaggio di non aver subìto la cosiddetta “double recession” a dispetto dell’Europa ed è riscontrabile un proseguimento della ripresa a stelle e strisce nell’ordine del 2% annuo. Certo, una ripresa lenta ma non inattesa, prosegue l’economista, in quanto trattasi di un’uscita da una recessione provocata da una crisi finanziaria e in quanto tale più ardua. Ripresa anche confermata dai recenti dati macroeconomici. Per Alesina, la politica monetaria statunitense rimane fortemente espansiva, forse troppo a suo dire viste le ancora basse attese inflazionistiche. Il professore denuncia anche aspetti ciclici negativi come la presenza di un tasso di disoccupazione più alto di quello naturale e con un tempi di ritorno all’occupazione ancora molto alti. Ma l’incertezza maggiore riguarda soprattutto il medio periodo: gli Stati Uniti, spiega Alesina, devono fare i conti con un forte problema fiscale e con un elevato debito pubblico e senza cambiamenti strutturali da questo punto di vista, il bilancio difficilmente sarà sostenibile. Sono due le strade che Washington ha a disposizione: seguire la strada europea attraverso un innalzamento delle imposte o attuare modifiche strutturali primo fra tutti il medical care.

Paesi emergenti, Giappone
I Paesi emergenti rappresentano il 39% del Pil mondiale e la loro previsione di crescita per quest’anno è del 5,5% all’anno. E’ Giles Keating, Head of Global Research Credit Suisse, a snocciolare i dati e per il quale saranno proprio questi Stati a rappresentare ancora la forza dominante globale. Il loro ciclo economico, prosegue Keating, è sì influenzato dall’economia statunitense ed europea ma è anche vero che queste realtà hanno avviato il loro processo di “indipendenza”. Un fattore di disturbo per questi Paesi, a  suo dire, potrebbe essere rappresentato dai prezzi del petrolio: la domanda di greggio in questi mercati ha mostrato una forte crescita e questa potrebbe condurre ad aumenti dei prezzi di petrolio e gas. In merito al Giappone, Keating  dà atto al neo premier Shinzo Abe di aver messo in campo una politica monetaria incentrata sulla crescita. Il rischio maggiore però per l’economia nipponica è rappresentato proprio dalla svalutazione monetaria che Il Sol Levante sta attuando: una discesa eccessiva dello yen provocherebbe, a detta di Keating, un crollo degli investimenti e della fiducia con il rischio di un aumento dei tassi d’interesse.

Europa
Pier Carlo Padoan, capo economista e vicesegretario generale dell’Ocse, ha riscontrato nei mercati del Vecchio Continente una riduzione del rischio di implosione monetaria rispetto all’estate scorsa e questo grazie alla politica. Indispensabili sono stati i contributi dati dalla Banca centrale europea attraverso le operazioni OMT e attraverso il meccanismo Esm e la struttura Efsf, il risollevamento della situazione greca e l’accelerazione verso l’unione monetaria tramite l’unione bancaria. D’altra parte, prosegue Padoan, il miglioramento dello stato dell’euro non si è tradotto in un cambiamento in positivo dell’economia reale e non solo per i Paesi periferici. Il dato più allarmante riguarda senza dubbio quello sulla disoccupazione che non fa altro che rimarcare il divario con gli Stati Uniti. In Europa quindi, sintetizza il capo economista dell’Ocse, c’è stato un miglioramento in termini finanziari ma non certo dal punto di vista reale. Il proseguimento della competitività degli Stati periferici e i segni di inversione di tendenza dati dagli indicatori costituiscono senza dubbio, a detta di Padoan delle buone notizie. Ma cinque anni di profonda recessione, avverte, non potranno non avere un impatto sulla crescita e sulla capacità di crescita futura in Europa.