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Allarme Bce su esposizione banche europee verso Turchia. Sell attaccano UniCredit

QUOTAZIONI UnicreditBnp Paribas

Proprio questa settimana, gli analisti avevano chiesto a UniCredit se sarebbe stata costretta a svalutare l’investimento di 2,5 miliardi di euro nella quota del 40,9% che detiene nella banca turca …

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Le indiscrezioni dell’FT, secondo cui la Bce sarebbe preoccupata per l’esposizione verso la Turchia delle banche europee, gelano i mercati mondiali: la crisi turca torna protagonista nel mondo della finanza, che guarda impietrito al crollo della lira. L’effetto contagio è in atto: le vendite si abbattono non solo sulla lira turca, che in giornata perde fino a -13%, ma anche sui titoli bancari europei e dunque soprattutto su Piazza Affari i cui listini, si sa, vedono tra le presenze storiche numerose banche.

Gli smobilizzi si accaniscono contro UniCredit, e non a caso. Il nome della banca guidata da Jean-Pierre Mustier è stato espressamente citato dal Financial Times, e i rumor stanno zavorrando anche le quotazioni dell’euro, scivolato sotto la soglia di $1,15.

Insieme alla francese BNP Paribas e alla spagnola BBVA, l’FT fa notare che UniCredit è la banca europea più esposta alla Turchia, di conseguenza alla crisi che continua ad assillare il paese. Stando a quanto hanno riportato al Financial Times due fonti vicine alla banca centrale, il Single Supervisory Mechanism, ovvero l’ala della Bce che monitora l’attività delle banche principali dell’Eurozona, ha negli ultimi due mesi iniziato a osservare più attentamente i legami che esistono tra gli istituti di credito in Europa e il paese.

“La situazione non viene ancora considerata critica. Tuttavia – si legge nell’articolo dell’FT – (la Bce) considera la spagnola BBVA, l’italiana UniCredit e la francese BNP Paribas – che hanno tutte operazioni significative in Turchia – particolarmente esposte“.

La paura più grande è il rischio che diversi debitori – cittadini e aziende, ma anche banche-  non si siano protetti contro il rischio del continuo crollo della lira e che dunque inizino a fare default su quei prestiti che hanno ricevuto in valuta estera, che incidono tra l’altro sugli asset del settore bancario turco per il 40% circa.

Un alert in questo senso è arrivato già dagli analisti di Goldman Sachs, che in una nota di questa settimana, hanno scritto che un tonfo della lira fino a 7,1 nei confronti del dollaro “potrebbe ampiamente erodere il capitale in eccesso delle banche”.

La lira turca si conferma la valuta tra quelle dei mercati emergenti peggiore del 2018, con una perdita che, come mostra il grafico, è superiore a -35%.

La lira si appresta inoltre a concludere la settimana con la perdita peggiore dal 2001.

“Sembra un crash completo, bisogna fare qualcosa ora – ha commentato Morten Lund, strategist di Nordea Bank a Copenhagen – La lira continuerà a crollare se la banca centrale non alzerà i tassi nella giornata di oggi”.

Il collasso della lira ha messo KO anche il mercato dei titoli di stato del paese, con i tassi sui bond decennali volati di 93 punti base, al nuovo record del 20,67%.

Qual è esposizione banche italiane verso la Turchia?

Da un rapporto della Banca dei Regolamenti internazionali emerge che le banche spagnole vantano un credito nei confronti delLa Turchia pari a $83,3 miliardi, quelle francesi di $38,4 miliardi e quelle italiane di $17 miliardi.

Facendo gli opportuni calcoli in euro, l’esposizione delle banche italiane è calcolata in quasi 15 miliardi di euro, 16 miliardi se si considerano le garanzie. La Spagna è esposta per 71 miliardi, la Francia per 33 miliardi. Complessivamente, l’esposizione totale delle banche internazionali verso la Turchia è di 264,9 miliardi di dollari.

Non solo dunque manovra 2019, con tutte le ripercussioni che già le prime indiscrezioni stanno avendo sullo spread e sulle banche italiane, a causa dell’abbraccio mortale (o doom loop) che esiste tra gli istituti e i BTP. Ora gli istituti di credito italiani devono fare i conti anche con la crisi in cui è precipitata la Turchia.

Proprio questa settimana, gli analisti avevano chiesto a UniCredit se sarebbe stata costretta a svalutare l’investimento di 2,5 miliardi di euro nella quota del 40,9% che detiene nella banca turca Yapi Kredi, dopo che il deprezzamento della lira aveva fatto scivolare il valore di mercato della partecipazione a 1,15 miliardi di euro.

UniCredit aveva risposto – ricorda l’FT – che la performance di Yapi Kredi era positiva e che l’impatto del rapporto di cambio sarebbe stato assorbito dalle sue proprie riserve.

Ma gli analisti di Goldman Sachs  hanno detto questa settimana di considerare Yapi Kredi “la più debole tra le principali banche della Turchia”, in termini di capitalizzazione.

Interpellato lo scorso mese sull’esposizione di BBVA verso la Turchia, il ceo Carlos Torres Vila aveva dal canto suo che la banca spagnola detiene una quota di poco inferiore alla metà di Garanti Bank, aggiungendo che BBVA era in ogni caso “davvero molto, ma molto preparata a fronteggiare la situazione”.

In generale, la tensione esplosa in Turchia si spiega con la politica economica che il presidente Recep Tayyip Erdogan ha deciso di perseguire, in aperto contrasto con la banca centrale, ma anche con la crisi diplomatica venutasi a creare con gli Stati Uniti di Donald Trump a causa dell’ostinazione, da parte di Ankara, di non rilasciare il pastore protestante americano Andrew Brunson, accusato di legami con il leader religioso Fethullah Guelen che, secondo Erdogan, avrebbe orchestrato il colpo di stato, poi fallito, di due anni fa.

Ieri Erdogan ha parlato di diverse campagne condotte contro la Turchia, tuonando: “Non dimenticate, se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro Dio. Stiamo lavorando duramente. Guardate a che punto ci trovavamo 16 anni fa e guardateci ora”.

In realtà, i dati macro non rivelano un quadro che riesca ad avallare l’ottimismo presunto del presidente.

L’inflazione continua a galoppare, con l’indice dei prezzi al consumo che, soltanto nel mese di luglio, è balzato di quasi il 16%. In evidente difficoltà la banca centrale che dopo aver sfidato Erdogan alzando i tassi di interesse nell’intento di sostenere la lira turca e dunque smorzare il boom delle pressioni inflazionistiche, nell’ultima riunione di luglio ha lasciato il costo del denaro invariato al 17,75%. Erdogan ha piegato anche l’istituto? Possibile, visto che il presidente ha insistito diverse volte sulla necessità di non alzare i tassi a livelli troppo alti.

Tutto questo, mentre su Twitter campeggia l’hashtag lanciato dai sostenitori di Erdogan #Emperyalizmeköleolmayacağız, ovvero “Non saremo schiavi dell’imperialismo”.

All’inizio di agosto, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro due alti funzionari governativi della Turchia: esattamente, contro il ministro della giustizia Abdulhamit Gul e il ministro dell’Interno Suleyman Soylu, dopo che il presidente Usa aveva intimato ad Ankara di rilasciare immediatamente il pastore americano, senza successo.