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Abi: 12 miliardi in tre anni per crisi bancarie. Patuelli su Carige: spero che banche recuperino aiuti

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E’ chiaro che se lo spread aumenta o se si stabilizza per l’eternità a 300 punti base, ci saranno delle conseguenze”, ha avvertito il numero uno dell’Associazione.

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Quasi 12 miliardi in tre anni, per gestire le crisi bancarie che hanno caratterizzato l’Italia: è il costo che le banche italiane si sono dovute accollare, per puntellare un sistema finanziario che, prima con il caso di Banca Etruria & Co, poi con quello delle banche venete e di Mps, ha vacillato più volte.

Di tale costo ha parlato oggi l’Abi. A prendere la parola è stato sia il numero uno, il presidente Antonio Patuelli, che altri dirigenti come il direttore centrale dell’Abi Stefano Bottino e il vicedirettore generale dell’Associazione, Gianfranco Torriero.

L’argomento dei costi di gestione delle crisi bancarie è stato affrontato proprio da Torriero che, numeri alla mano, ha riferito che, nel periodo 2015-2018, il “costo di gestione delle crisi per le banche in Italia” è stato di 11,9 miliardi, escludendo l’ultima operazione per salvare Banca Carige, perchè è un prestito subordinato (attraverso il Fondo interbancario di tutela dei depositi- Fitd)”.

Del caso Carige ha parlato anche il numero uno dell’Abi Antonio Patuelli, auspicando il recupero dei soldi prestati dalle banche.

“I vertici di Carige dicono che la banca sarà risanata e che restituiranno i fondi alle banche”, che sono coinvolte, per l’appunto, attraverso l’Fitd:

“Cosa posso dire? – ha detto Patuelli, nel corso del seminario dell’Abi sul sistema bancario –  Auspico che la banca abbia successo nell’aumento di capitale e confido che ci riprenderemo l’integrità del prestito subordinato. Non possiamo omologare al peggio le nostre abitudini, spero che i soci principali di Carige decidano di sottoscrivere l’aumento”.

Patuelli ha voluto fare, poi, un’importante precisazione:

Non è un intervento di sistema. Magari fosse un intervento di sistema. Perchè significherebbe che il 100% delle banche in Italia siano state coinvolte nello schema volontario del Fondo. Invece non sono coinvolte tutte“.

Riguardo alle condizioni generali di salute del sistema bancario, il numero uno dell’Abi ha tenuto a precisare che non esiste alcuna contrazione del credito, ovvero nessun “credit crunch”.

“Non c’è nessuna stretta creditizia nell’economia italiana, perchè i prestiti alle imprese e i mutui alle famiglie continuano a crescere”, ha spiegato il dirigente, aggiungendo che il credit crunch “lo vedrò quando ci sarà”.

È bello dire che c’è il credit crunch – ha continuato il numero uno dell’Abi – ma se si guarda ai dati sui prestiti, ai bilanci delle banche, ai dati mensili della Banca d’Italia e dell’Abi, si osserva che c’è un aumento più incisivo dei mutui alle famiglie e che c’è un aumento del credito alle imprese“.

“È chiaro che se lo spread aumenta o se si stabilizza per l’eternità a 300 punti base, ci saranno delle conseguenze – ha detto sempre Patuelli – Ma il credit crunch è un evento che non c’è e non auspico: qualora ci fosse, mi rammaricherebbe molto, perchè significherebbe che il potenziale di lavoro delle banche non verrebbe espresso”.

In occasione del seminario, sono stati resi noti anche i dati che certificano i progressi che le banche italiane hanno fatto in termini di pulizia dei bilanci.

In tre anni le banche italiane hanno, di fatto,  più che dimezzato le sofferenze.

Merito delle cessioni degli NPL che, come ha sottolineato il vicedirettore generale Gianfranco Torriero stanno aumentando, “favorendo la riduzione dell’Npl ratio”. Il 2017, in particolare, “ha rappresentato un anno record” grazie alle Gacs, con un ammontare complessivo di 75 miliardi, mentre nei primi sei mesi del 2018 le cessioni sono arrivate a 24 miliardi.

L’Npl ratio, ha detto ancora Torriero, “è atteso tornare rapidamente su valori fisiologici: sotto il 10% nel 2019 e inferiori al 6,1% entro il 2021”. Il flusso di nuovi crediti deteriorati “è tornato al livello pre-crisi”, scendendo all’1,5% nel secondo trimestre del 2018.

Tutto bene, dunque? C’è un aspetto che rimane un neo. E’ l’occupazione del settore bancario, che continua a rimanere in calo. Bottino ha snocciolato i numeri, affermando che, nel 2017, l’occupazione è scesa del 3,5%. Il trend, ha spiegato, è stato condizionato dalla “combinazione di un flusso di assunzioni pari al 2,4% (circa 6.500) e di un volume di cessazioni che si è attestato al 6,6% (circa 17.600)”. Segnale che indica come ad accollarsi la gestione delle crisi bancarie, costate in tre anni quasi 12 miliardi di euro, sono stati alla fine anche i semplici dipendenti.