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Per Wall Street il toro secolare di 20 anni è solo a metà cammino. E negli anni elettorali non delude (quasi) mai

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Dopo il 2019 da record e l’inizio di 2020 altrettanto scoppiettante, gli investitori si interrogano su quali siano le prospettive sui mercati per la parte restante dell’anno. L’appuntamento clou sarà quello di novembre con le elezioni presidenziali. Nei 12 mesi prima delle elezioni tradizionalmente l’indice americano S&P 500 ha registrato quasi sempre buoni risultati, indipendentemente dai candidati in gioco. Statistiche che fanno ben sperare come sottolinea Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments (affiliata Legg Mason), che allarga lo sguardo al lunghissimo periodo. L’analista evidenzia come potremmo essere solo a metà dell’attuale ciclo secolare. Ciò non esclude l’arrivo di una fase recessiva, e i prossimi mesi saranno decisivi per capire se il rallentamento in corso evolverà in una vera crisi, oppure in un soft landing.
Pur essendo ottimista sulle sorti del mercato azionario nel 2020, nel breve termine Schulze si aspetta una certa instabilità. Questo perché ritiene che nella prima metà dell’anno i mercati affronteranno lo spettro della recessione, a causa degli effetti ritardati della politica di restringimento della Fed. “Non saremmo sorpresi – afferma l’analista – se nel primo trimestre la crescita del Pil Usa si attestasse appena sopra l’1%, se non addirittura sotto. Ma, come vedremo, questo scenario appare meno preoccupante se visto in un’ottica di lunghissimo periodo, ossia quella dei cicli secolari”.

In arrivo un soft landing?

Molti investitori ritengono che la re-inversione della curva dei rendimenti significhi che la recessione è stata scongiurata. La storia, d’altra parte, insegna che questo tipo di scenario non rappresenta necessariamente un segnale di scampato pericolo. “L’attuale rally del mercato – spiega Schulze – è infatti in linea con quanto successo in passato, poiché dopo le inversioni della curva dell’89 e del 2006 lo S&P 500 era cresciuto a doppia cifra per oltre un anno, prima di terminare la corsa in una recessione”.

L’analisti ipotizza quindi in arrivo una soft landing (e non una recessione) che probabilmente avrà poco in comune con la netta ripresa del 2016-17. “In primo luogo – spiega Schulze – oggi c’è meno margine di manovra, visto che le principali economie sono in una situazione in cui la disoccupazione è ai minimi rispetto ai dati degli ultimi decenni. Questo fattore regola la velocità con cui l’economia può crescere.  In secondo luogo, la Cina non sembra propensa a misure di stimolo imponenti, preferendo oggi un approccio più mirato. Ciò è in netto contrasto con lo straordinario pacchetto di stimolo lanciato nel 2016, che ha contribuito a favorire la reflazione globale. La campagna di riduzione della leva finanziaria continua a essere al centro dei programmi cinesi, e continuerà ad esserlo fino a quando la crescita non rallenterà in modo molto più serio. In terzo luogo, in Europa continua a esserci scarsa propensione per manovre di espansione fiscale, e anche negli Stati Uniti l’attuazione di un importante pacchetto di misure fiscali sembra improbabile, vista la frammentazione all’interno del Congresso e il fatto che, a causa dell’imminente scadenza elettorale, nessuna delle parti vorrà scendere a compromessi e concedere una “vittoria” all’altra. Infine, l’incertezza creata dalle elezioni presidenziali e i persistenti timori di una guerra commerciale probabilmente rappresenteranno un freno agli investimenti delle imprese”.

Lo S&P 500 nei 12 mesi pre-elezioni USA (dati al 31 dicembre 2019; fonte: Jp Morgan)

Secondo Schulze, “sebbene le elezioni presidenziali possano danneggiare la fiducia delle aziende generando incertezza, in questo momento gli investitori non dovrebbero preoccuparsi di chi vincerà la corsa alla Casa Bianca. I mercati si focalizzano sull’economia, in genere ignorando la retorica politica fino a che non si è particolarmente a ridosso delle elezioni. Dal 1936, nei 12 mesi precedenti al giorno delle elezioni il mercato ha registrato un rendimento positivo nel 90% dei casi. In media, i ritorni nell’anno antecedente le elezioni sono stati del 9,7%”, come si può vedere dal grafico qui sopra. Nel corso degli ultimi 80 anni, ci sono stati molti candidati mal visti dai mercati, ma in genere sono stati ignorati fino al giorno delle elezioni.

Siamo solo a metà del mercato toro secolare

Dopo la grande crisi finanziaria, pochi avrebbero previsto che questo decennio sarebbe stato il primo nella storia degli Stati Uniti senza una recessione o addirittura che gli Stati Uniti sarebbero diventati i maggiori produttori di petrolio al mondo. Era difficile anche aspettarsi un decennio complicato per i titoli value, dopo 70 anni di sovraperformance. “Inevitabilmente – sottolinea l’analista – anche nella prossima decade assisteremo a diversi cambi di paradigma. Molti dubitano, ad esempio, che le performance dell’azionario Usa possano continuare ad essere positive, dopo la lunga corsa di questi anni. Ci sentiamo di dissentire, sulla base dei nostri modelli di più lungo termine, che guardano ai mercati orso e toro a livello secolare”.

I cicli di mercato secolari (dati al 31 dicembre 2019; fonte: Bloomberg)

“Dal 1930, ogni mercato orso secolare è stato seguito da un mercato toro secolare di 20 anni, il che suggerisce la possibilità ancora di una lunga salita per l’azionario” puntualizza Schulze riferendosi al grafico soprastante. Questo non vuol dire che non ci saranno degli scossoni lungo la strada. L’analista fa un esempio per chiarire: “lo scorso mercato toro secolare (1980-2000) ha visto diverse fasi di forte ribasso, come la crisi del 1987 avvenuta circa a metà ciclo. Tuttavia, le flessioni verificatesi nei mercati toro secolari sono state meno profonde rispetto ai mercati orso secolari, con una media del -25% contro il -46%. Riteniamo che gli Stati Uniti siano solo a metà dell’attuale mercato toro secolare, il che significa che – nonostante i potenziali ostacoli – gli investitori azionari dovrebbero guardare con fiducia al prossimo decennio. Anche se i venti contrari non mancheranno, i tassi di interesse così bassi e le politiche accomodanti delle banche centrali possono continuare a sospingere i mercati statunitensi”.