1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Mondo ›› 

Tutti i numeri del fashion dai fatturati alla sostenibilità. L’Italia prima come gruppi presenti tra le big UE della moda ma non per dimensioni

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN

La pandemia impatta anche sul settore della moda. Secondo la terza edizione dell’Annual Fashion Talk di Mediobanca, nei primi nove mesi del 2020 i maggiori player mondiali del fashion scontano una riduzione del giro d’affari cinque volte maggiore di quella registrata dalla grande industria.

La classifica dei maggiori colossi mondiali

Il mercato europeo ha sofferto (-23,7%), fortemente penalizzato dal blocco dei flussi turistici, mentre quello asiatico ha visto un calo più contenuto (-10,1% escludendo il Giappone). Nel 2019 gli 80 maggiori player mondiali del fashion, con un giro d’affari superiore a 1 miliardo di euro  hanno fatturato 471mld (+26,5% sul 2015 e +4,9% sul 2018), di cui il 56% generato dai gruppi europei e il 34% dai nordamericani. Fra i 38 gruppi europei, l’Italia con le sue big 10 è il paese più rappresentato a livello numerico, ma è la Francia, con una quota del 36% del fatturato aggregato, ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari.
Al primo posto per giro d’affari tra i colossi mondiali c’è LVMH (€53,7mld). Molto distanti Nike (€33,3mld), Inditex (€28,3mld), che controlla Zara, la tedesca Adidas (€23,6mld), la svedese H&M (€22,3mld), la giapponese Fast Retailing (€18,8mld), che detiene il brand UNIQLO, ed EssilorLuxottica (€17,4mld). Prima tra gli italiani Prada (€3,2mld), al 34esimo posto in classifica.

In Italia giro d’affari in calo del 23%

Guardando proprio al settore moda italiano (società con un fatturato superiore a €100mln), la contrazione del giro d’affari per il 2020 dovrebbe attestarsi segnando una flessione del 23%. E per il futuro, si legge nel report di Mediobanca, ci sarà una ripresa a partire dal 2021 con un raggiungimento dei livelli pre-crisi previsto nel 2023. Importante la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana. Sono 71 su 177 le aziende che hanno una proprietà straniera e controllano il 37,2% del fatturato aggregato (il 17,3% è francese, fra cui Kering con il 7,3% e LVMH con il 6,5%).

La proiezione internazionale è una delle caratteristiche più rappresentative delle società manifatturiere della moda italiana: il 66,5% del fatturato complessivo proviene, infatti, dall’estero, con in testa il tessile (72,8%). Cresce anche l’occupazione, con più di 43.700 nuovi addetti (+16,9% sul 2015), per una forza lavoro totale di 303mila unità a fine 2019. Bene soprattutto la gioielleria (+45,0% sul 2015) e il comparto pelli, cuoio e calzature (+28,7%). Le aziende quotate con la quota di maggioranza in capo a una famiglia registrano l’ebit margin migliore (12,9%) e al contempo si mostrano più propense all’export (80,4%).

Donne ai vertici: più presenti nelle aziende francesi e statunitensi

Dall’analisi della varietà di genere nei board delle 80 multinazionali mondiali della moda emerge che la presenza femminile cala all’aumentare del livello di responsabilità in azienda:
la quota di donne sul totale della forza lavoro è mediamente pari al 65,9%, ma scende al 29,3% a livello di Cda. I gruppi statunitensi hanno più consiglieri donna (34,1%) rispetto a quelli
europei (27,9%). Ampiamente sopra la media europea si collocano i player francesi e britannici con una quota di donne presenti nei Cda pari rispettivamente al 43,1% e 36,9%. I gruppi italiani si fermano al 21,3%.

L’impegno Green della moda

Dall’analisi dei bilanci di sostenibilità 2019 emerge che le multinazionali mondiali della moda si sono impegnate per un futuro più sostenibile ponendo maggior attenzione alla salvaguardia dell’ambiente. Diminuiscono i consumi idrici (-3,4%), le emissioni di CO2 (-5,1%), i rifiuti prodotti (-3,1%) e aumenta il ricorso all’energia elettrica rinnovabile (dal 42,6% nel 2018
al 49,9% nel 2019). Mediamente più sostenibili i gruppi statunitensi rispetto a quelli europei: solo in un indicatore, quello dell’utilizzo di energia rinnovabile, i gruppi europei si posizionano
meglio degli statunitensi, attingendo da fonti green il 59% del proprio fabbisogno energetico rispetto al 38% degli americani.