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Trump straccia accordo nucleare Iran, petrolio schizza al rialzo. View analisti

Obiettivo dell’amministrazione Usa: isolare Teheran dal sistema finanziario e dal commercio mondiali.

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Si chiama Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA): è l’accordo sul nucleare siglato nel 2015, ai tempi dell’amministrazione di Barack Obama, con cui l’Iran si impegna a ridurre le sue attività nucleari e a consentire l’ingresso degli ispettori internazionali nei suoi impianti, in cambio dell’eliminazione delle sanzioni  precedentemente imposte da Onu, Stati Uniti e Unione europea.

Quell’accordo vale ora zero per gli Stati Uniti. Lo ha deciso il presidente americano Donald Trump, che ha fatto il grande annuncio nella giornata di ieri.

L’escalation delle tensioni geopolitiche viene scontata in primis dal petrolio, con le quotazioni del WTI e del Brent che schizzano al rialzo fin oltre +3%, attestandosi a valori record. In particolare, il Brent vola oltre $77 al barile, mentre il contratto WTI si avvicina a quota $71: prezzi che non si vedevano dal 2014.

Nel commentare l’impatto sui mercati petroliferi, la divisione di ricerca di ANZ Bank ha detto che la decisione di Trump “presenta uno scenario che vede l’offerta del petrolio contrarsi in modo significativo nel secondo semestre del 2018 e durante l’anno prossimo”.

E la contrazione dell’offerta, come si sa, è di per sé un elemento sufficiente a innescare il rialzo delle quotazioni petrolifere, stando almeno ai dettami dei fondamentali di mercato.

Una riduzione dell’offerta avverrà sicuramente, visto che alcune nazioni, pur di evitare le sanzioni di Washington, preferiranno optare per alternative piuttosto che importare petrolio iraniano.

Di conseguenza, è previsto un calo delle esportazioni dell’Iran verso l’Asia e l’Europa.

Allo stesso tempo, non è chiaro il modo in cui i mercati petroliferi globali reagiranno alla decisione Usa. Gli Stati Uniti non acquistano già, infatti, petrolio iraniano, mentre altri paesi firmatari dell’intesa come Russia, Regno Unito, Francia e Germania si oppongono alla fine dell’accordo, e potrebbero di conseguenza continuare ad acquistare petrolio da Teheran.

“Si teme che le esportazioni di petrolio dell’Iram possano scendere di circa 1 milione di barili al giorno, rispetto ai livelli attuali – ha commentato a Cnbc Tomomichi Akuta, economista senior presso Mitsubishi UFJ Research and Consulting, a Tokyo – Il rapporto tra la domanda e l’offerta è all’incirca in condizione di equilibrio in questo momento, ma potrebbe virare verso una condizione di calo dell’offerta, e ciò potrebbe portare i prezzi a salire di almeno 10 dollari, con il Brent che arriverebbe a $90“.

Ci sono poi altri analisti che prevedono che nei prossimi mesi una quantità compresa tra 300.000 e 500.000 barili sarà rimossa dal mercato: sufficiente per innescare un aumento dei prezzi ma non tale, a loro avviso, per garantire un rialzo sostenuto degli stessi.

Così Frank Verrastro e Kevin Book, del Center for Strategic and International Studies, in un report recente:

“La reazione iniziale del mercato sarà quella di reagire in modo eccessivo, sebbene l’attuale sentiment è che i prezzi abbiano in parte già scontato il rischio delle sanzioni. L’ampiezza e la durata dell’aumento, dunque, saranno determinate probabilmente da alcuni dettagli”.

Danien Courvalin di Goldman Sachs ritiene inoltre che una perdita di 250.000 barili al giorno dell’offerta iraniana possa far salire il target price fissato per questa estate per il Brent, pari a $82,50, di altri $3,50, fattore che implicherebbe un rialzo del 15% rispetto ai valori recenti.

L’annuncio di Trump, in arrivo sanzioni contro Iran

Come al solito l’America First di Donald Trump è andata dritta per la sua strada, sorda a ogni appello di agire in team e non da sola. E, oltre ad affondare l’intesa, ha reso noto che le sanzioni economiche contro il paese saranno ripristinate.

Ma le sanzioni andranno a colpire anche gli alleati, nel caso in cui dovessero lasciare intatti gli accordi commerciali che hanno siglato con Teheran.

“Imporremo sanzioni economiche al massimo livello – ha detto il presidente Trump – E qualsiasi nazione che aiutasse l’Iran nella sua ricerca di armi nucleari potrebbe essere soggetta anch’essa a forti sanzioni dagli Stati Uniti”.

Obiettivo: isolare Teheran dal sistema finanziario e dal commercio mondiali.

Il Tesoro Usa ha precisato nel suo sito che le sanzioni economiche non saranno reintrodotte in Iran immediatamente, ma ripristinate gradualmente in periodi di 90 e 180 giorni. In questo arco temporale, le compagnie estere che hanno siglato accordi con la controparte iraniana potranno o meglio dovranno ritirarsi dalle intese.

Il Tesoro ha aggiunto che le sanzioni colpiranno il settore petrolifero del paese, le esportazioni di aerei, il commercio di metalli preziosi, e anche i tentativi del governo di Teheran di acquistare banconote di dollari Usa.

Non è mancata la minaccia all’Europa, con il consigliere alla Sicurezza Nazionale, John Bolton, che avrebbe detto secondo fonti della BBC che le società europee che fanno business con l’Iran dovranno porre fine alle loro attività nel paese entro sei mesi, o essere colpite anch’esse dalle sanzioni Usa.

L’accordo nucleare è stato definito da Trump “marcio e corrotto”, “un imbarazzo” per me “come cittadino”.

Unanime è stata la condanna dei paesi europei. Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, ha detto che l’Ue è “determinata a preservare” l’accordo. Il ministero degli esteri della Russia, altro paese che aveva firmato l’intesa, ha riferito di essere “profondamente deluso”.

Un’altra condanna è arrivata dal presidente francese Emmanuel Macron.

La Francia, la Germania e il Regno Unito si rammaricano per la decisione Usa di lasciare il JCPOA. Il regime di non proliferazione nucleare è a rischio“.

Macron ha aggiunto che “lavoreremo insieme su un piano più ampio, che disciplini l’attività nucleare, il periodo successivo al 2025, l’attività balistica, e la stabilità in Medio Oriente, soprattutto in Siria, Yemen, e Iraq”.