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Tassi di interesse negativi ci dicono che il futuro vale più del presente in un mondo dove sovrabbonda il risparmio

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Cosa si nasconde dietro questa grossa ondata di tassi d’interesse negativi? Da Francoforte  a Zurigo passando per Tokio, più di un terzo dei bond presenti sul mercato offrono ormai ritorni nulli o negativi ai quali i piccoli risparmiatori non sono abituati e si disperano. Il perdurare di questa fase ribassista dei tassi ha però indotto a pensare che sia “normale” in un contesto di stagnazione economica, di rischio recessione, di bassa inflazione, ecc. per cui si accettano supinamente i prezzi offerti dal mercato fino a riconoscerne il beneficio.
Vi sono però importanti riflessioni da fare sul significato dei tassi d’interesse negativi e sul perdurare nel tempo di questa situazione finanziaria inversa rispetto alla crescita economica.  A spiegarlo bene è Luca Tobagi, Investment Strategist di Invesco prendendo in esame, non solo il rischio capitale dato in prestito, ma anche quello umano nel tempo.

Tassi d’interesse negativi: il futuro vale più del presente

Secondo Tobagi, i tassi di interesse sono usati per calcolare, scontandolo, il valore ad oggi del futuro, in un processo chiamato attualizzazione. L’idea è che un euro in futuro valga meno di un euro oggi. Il significato di un tasso di interesse positivo, riduce il valore degli euro futuri, si può

collegare a due tipi di incertezza che conducono a rischi.

  • Se investiamo in uno strumento finanziario, per semplicità supponiamo un’obbligazione, con la quale prestiamo del denaro a qualcuno, corriamo il rischio che il nostro debitore non ci rimborsi alla scadenza. Perciò vorremo essere ricompensati, fra altre cose, per questo rischio. Questo è esattamente ciò che l’interesse deve fare per tutta la durata dell’obbligazione. Si tratta di un aspetto del più generale rischio di investimento.
  • Esiste poi un rischio generico legato alla natura umana. Il debitore può avere i mezzi e la volontà per rimborsarci alla scadenza, ma noi potremmo non esserci più. Sfortunatamente, nessuno di noi può essere certo di quanto vivrà: è la condizione umana. Ha senso, quindi, cercare una remunerazione per questo tipo di rischio: per rinunciare alla possibilità di un consumo sicuro oggi, vogliamo ricevere un compenso, perché potremmo non esserci. Possiamo chiamare questo rischio “rischio umano”.

L’incertezza del presente e le aspettative di vita

Riflettiamo su questi due punti per un momento – dice Tobagi -. Il primo è influenzato da considerazioni  economiche, ma anche da circostanze eccezionali. Benché si possa sostenere che rappresentino la “nuova normalità”, le politiche monetarie ultra accomodanti non convenzionali delle banche centrali possono essere considerate un esempio di queste ultime, almeno nei loro primi anni.
I programmi di allentamento quantitativo (Quantitative Easing, o QE) hanno compresso i rendimenti obbligazionari al punto che in molti casi il privilegio di poter prestare denaro a chi
lo chiede si deve pagare, sotto forma di tasso di interesse negativo.
Il secondo è influenzato da considerazioni demografiche. Nel tempo, il progresso ha consentito a una larga parte dell’umanità di vivere più a lungo e con una salute migliore. Si può quindi ipotizzare che molte persone siano più fiduciose nel fatto che, se decidono di posticipare i propri consumi, abbiano buone probabilità essere presenti a trarne beneficio nel futuro. Questo riduce anche significativamente il secondo tipo di incertezza e non è azzardato pensare che sia uno dei
messaggi che i bassi rendimenti obbligazionari ci inviano.

Il rischio umano alla base dei tassi negativi

Ma il significato di tassi di interesse negativi, da questo punto di vista – prosegue Tobagi – è molto forte e probabilmente spinge il ragionamento troppo oltre. Tassi di interesse negativi ci dicono che il futuro vale più del presente, perché (nella prospettiva del rischio umano) è ritenuto più sicuro. Ovviamente questo non ha senso. Chiunque può capire, anche intuitivamente, senza bisogno di fare calcoli, che il futuro sia intrinsecamente incerto, e lo sia più del presente. Una delle reazioni a tale incertezza percepita può essere quella di mettere da parte risorse per un futuro incerto. Solo che, invece di farlo attraverso obbligazioni dai rendimenti negativi, si può accumulare liquidità – cosa che, in effetti, sta accadendo da più parti.
C’è un altro significato dei rendimenti negativi, visti attraverso la lente della scelta intertemporale. È molto pessimista. In base a questa interpretazione, gli investitori accetterebbero rendimenti negativi – cioè sarebbero disposti a pagare per separarsi dal proprio denaro oggi – perché ritengono che il futuro sarà così fosco da giustificare la corresponsione di un premio non trascurabile affinché una controparte auspicabilmente affidabile (il debitore) conceda loro il privilegio di conservare le risorse prestate fino al momento di rimborsargliele. E questa opzione risulterebbe per loro attraente rispetto alle altre.

La sovrabbondanza di risparmio

Queste considerazioni di Tobagi non giustificano tassi d’interesse bassi o negativi, ma fanno riflettere sul come si riesca a mantenere in equilibrio (finanziariamente parlando) il sistema dei prestiti di denaro. L’allungamento della vita media delle economia avanzate suggerisce che il “rischio umano” si sia notevolmente ridotto. In altre parole, gli investitori si preoccupano oggi di preservare il proprio tenore di vita in età matura, poiché percepiscono questo rischio più che quello legato alla sopravvivenza. La gente vuole risparmiare qualcosa, invece di spendere tutto nel presente.  Ciò porta inevitabilmente  a una sovrabbondanza di risparmio che deprime ulteriormente i rendimenti. In questa prospettiva, tassi di interesse negativi possono essere un’indicazione che, non solo le persone sono disposte ad accettare rendimenti sempre più bassi sui loro investimenti ritenuti a basso rischio perché sono più fiduciosi di poterne godere i benefici futuri, ma che rivelino la propria preferenza per pagare un prezzo per avere minori risorse in futuro (almeno in termini nominali).