Renzi rottama Letta ma fondamentalmente sono due i nodi irrisolti del passaggio
Di seguito pubblichiamo un commento sull'ormai imminente passaggio di consegne da Enrico Letta a Matteo Renzi alla guida dal Governo italiano a cura di Giovanni Daprà, CEO di MoneyFarm. Daprà evidenzia come il mercato sembra aver preso bene la staffetta Letta- Renzi, tuttavia a suo avviso la modalità con cui sta avvenendo lascia aperti due nodi irrisolti: il primo legato al fatto che senza un formale passaggio parlamentare, la maggioranza a sostegno dell'esecutivo non è al momento definita; la seconda è che il cambio di guida del Governo avviene senza un ritorno al voto. Nonostante questo tuttavia, per il Ceo di MoneyFarm non è il momento di ridurre l'esposizione all'Italia data la forza relativa dei mercati. I prossimi mesi però potrebbero essere decisivi, in un senso o nell'altro.
La direzione del Partito Democratico di ieri pomeriggio ha sancito in maniera definitiva l'incompatibilità tra il governo Letta e il suo azionista di maggioranza. Con 136 favorevoli e 16 contrari, il partito a guida Renzi ha approvato il Documento che chiede un nuovo Governo di Legislatura, con il quale si ringrazia il presidente del Consiglio per il lavoro fatto e contestualmente si dichiara la fine del suo Esecutivo. Letta non si è presentato in direzione, ha presentato le dimissioni e stamattina rimetterà il suo mandato nelle mani del capo dello stato, che si incaricherà della formazione del nuovo governo (con ogni probabilità) Renzi.
Non c'è da essere ottimisti: il futuro esecutivo dovrà affrontare sfide titaniche.
Prima ancora di riuscire ad affrontare le annose criticità che zavorrano l'economia e l'apparato pubblico, il governo si troverà a sciogliere i problemi che nascono dal modo stesso in cui la staffetta di queste ore sta avvenendo.
Sono fondamentalmente due i nodi irrisolti del passaggio:
1. Il cambio di Governo gestito senza un formale passaggio parlamentare. Questo implica che la maggioranza a sostegno dell'esecutivo non è al momento definita e lo sforzo riformatore di Renzi si potrebbe infrangere sugli umori variabili dei partiti, specialmente a palazzo Madama.
2. Il cambio senza passare per il voto degli elettori.
Se la ratio è chiaramente il proseguimento delle riforme appena incardinate a larga maggioranza, (riforma della legge elettorale e l'abolizione del senato), la mancanza di legittimazione popolare rischia di insidiare il percorso riformista.
Rileva l'istituto Demopolis: gli italiani sono convinti della necessità di una svolta (78%) che per il 47% passa per l'approvazione immediata della legge elettorale ed un ritorno alle urne. Se la fiducia del governo Letta è calata al 24%, l'elettorato di centrosinistra rimane spaccato sulle modalità della staffetta (37% condivide il non andare a elezioni, il 38% non condivide). Tuttavia si rileva una scarsa fiducia nell'eventuale della capacità del nuovo esecutivo in campo economico: solo per il 24% Renzi può far meglio, mentre per il 65% porterebbe a risultati più o meno uguali.
Come prenderanno questa notizia i mercati? Per il momento sembra abbastanza bene; l'Italia ieri ha piazzato 3,5 miliardi di euro di titoli pubblici a 3 anni ai tassi più bassi di sempre, ed il FTSE MIB a ieri è il secondo miglior mercato azionario da inizio anno quindi la crisi politica non sembra aver intaccato la fiducia.
Quello che è certo, come sottolinea Deutsche Bank in una nota stamane, Renzi (e quindi l'Italia) si sta imbarcando in una strategia più rischiosa in cui la possibilità di rimanere in uno scenario di "muddle-through", ovvero di continuare con piccole riforme che tengano viva la fiducia, diminuisce in modo sensibile mentre aumenta la possibilità di tornare a vedere l'Italia sotto pressione dopo un eventuale fallimento politico del rottamatore.
Detto questo pensiamo che non sia per ora il momento di ridurre l'esposizione all'Italia data la forza relativa dei mercati ma i prossimi mesi potrebbero essere decisivi in un senso o nell'altro.
La direzione del Partito Democratico di ieri pomeriggio ha sancito in maniera definitiva l'incompatibilità tra il governo Letta e il suo azionista di maggioranza. Con 136 favorevoli e 16 contrari, il partito a guida Renzi ha approvato il Documento che chiede un nuovo Governo di Legislatura, con il quale si ringrazia il presidente del Consiglio per il lavoro fatto e contestualmente si dichiara la fine del suo Esecutivo. Letta non si è presentato in direzione, ha presentato le dimissioni e stamattina rimetterà il suo mandato nelle mani del capo dello stato, che si incaricherà della formazione del nuovo governo (con ogni probabilità) Renzi.
Non c'è da essere ottimisti: il futuro esecutivo dovrà affrontare sfide titaniche.
Prima ancora di riuscire ad affrontare le annose criticità che zavorrano l'economia e l'apparato pubblico, il governo si troverà a sciogliere i problemi che nascono dal modo stesso in cui la staffetta di queste ore sta avvenendo.
Sono fondamentalmente due i nodi irrisolti del passaggio:
1. Il cambio di Governo gestito senza un formale passaggio parlamentare. Questo implica che la maggioranza a sostegno dell'esecutivo non è al momento definita e lo sforzo riformatore di Renzi si potrebbe infrangere sugli umori variabili dei partiti, specialmente a palazzo Madama.
2. Il cambio senza passare per il voto degli elettori.
Se la ratio è chiaramente il proseguimento delle riforme appena incardinate a larga maggioranza, (riforma della legge elettorale e l'abolizione del senato), la mancanza di legittimazione popolare rischia di insidiare il percorso riformista.
Rileva l'istituto Demopolis: gli italiani sono convinti della necessità di una svolta (78%) che per il 47% passa per l'approvazione immediata della legge elettorale ed un ritorno alle urne. Se la fiducia del governo Letta è calata al 24%, l'elettorato di centrosinistra rimane spaccato sulle modalità della staffetta (37% condivide il non andare a elezioni, il 38% non condivide). Tuttavia si rileva una scarsa fiducia nell'eventuale della capacità del nuovo esecutivo in campo economico: solo per il 24% Renzi può far meglio, mentre per il 65% porterebbe a risultati più o meno uguali.
Come prenderanno questa notizia i mercati? Per il momento sembra abbastanza bene; l'Italia ieri ha piazzato 3,5 miliardi di euro di titoli pubblici a 3 anni ai tassi più bassi di sempre, ed il FTSE MIB a ieri è il secondo miglior mercato azionario da inizio anno quindi la crisi politica non sembra aver intaccato la fiducia.
Quello che è certo, come sottolinea Deutsche Bank in una nota stamane, Renzi (e quindi l'Italia) si sta imbarcando in una strategia più rischiosa in cui la possibilità di rimanere in uno scenario di "muddle-through", ovvero di continuare con piccole riforme che tengano viva la fiducia, diminuisce in modo sensibile mentre aumenta la possibilità di tornare a vedere l'Italia sotto pressione dopo un eventuale fallimento politico del rottamatore.
Detto questo pensiamo che non sia per ora il momento di ridurre l'esposizione all'Italia data la forza relativa dei mercati ma i prossimi mesi potrebbero essere decisivi in un senso o nell'altro.