Petrolio, tra rialzi e raccomandazioni. L’analisi di Goldman Sachs
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Negli ultimi tre mesi (dunque dall’annuncio di Trump dei dazi reciproci), il prezzo del petrolio Brent è aumentato di oltre il 10%, raggiungendo i 70 dollari. A rilevarlo è un’analisi di Goldman Sachs interamente dedicata all’oro nero, che isola ben tre motivazioni dietro il rialzo. Primo fra tutti, il fatto che il mercato si sia concentrato maggiormente sui rischi di interruzione dell’offerta piuttosto che sulla recessione. Seguono le basse scorte OCSE e infine la rapida riduzione della capacità produttiva inutilizzata, con crescenti preoccupazioni sui limiti di produzione in Russia.
Previsioni sul petrolio per il 2025…
La banca d’affari rivede al rialzo le stime sui prezzi del petrolio per l’anno in corso. Le scorte globali aumentano come previsto (+1,0 mb/g), mentre le scorte OCSE, più rilevanti per i prezzi a breve termine, sono inferiori alle attese a causa di maggiori accumuli non OCSE e su acqua. Sale a 68 dollari, poi, la stima del fair value dei prezzi del Brent (usato come benchmark globale per i prezzi del petrolio) a 3 anni, calcolato considerando le dinamiche di domanda e offerta, le scorte e altri fattori macroeconomici.
Per il periodo tra luglio e dicembre 2025, gli analisti hanno rivisto al rialzo le loro stime sui prezzi futuri sia del Brent, portate a 66 dollari al barile, che del WTI (West Texas Intermediate, un altro benchmark usato principalmente negli Stati Uniti) alzate a 63 dollari al barile, rispetto a una previsione precedente di 57 dollari.
…e per il 2026, in cui il surplus più ampio fa calare i prezzi
Per l’anno prossimo, le previsioni di prezzo per il petrolio Brent e WTI rimangono invariate, rispettivamente a 56 e 52 dollari al barile. Questa stabilità riflette un equilibrio tra prezzi a lungo termine più alti, dovuti a fattori come la riduzione della capacità produttiva inutilizzata e prospettive economiche positive, e un surplus più ampio, previsto a 1,7 milioni di barili al giorno (mb/g) nel 2026 (rispetto a 1,5 mb/g precedenti), a causa della revoca dei tagli produttivi di 2,2 mb/g da parte dell’OPEC+ (il gruppo dei principali paesi esportatori di petrolio), con un incremento finale di 0,55 mb/g a settembre 2025.
I principali rischi, secondo gli analisti oil
Il report indica che una potenziale diminuzione dell’offerta di petrolio dall’Iran potrebbe spingere il prezzo del Brent fino a un picco di 90 dollari al barile. Inoltre, un aumento delle scorte accumulate al di fuori dei paesi OCSE, ad esempio attraverso riserve strategiche cinesi o il reindirizzamento delle petroliere, potrebbe mantenere il Brent intorno ai 60 dollari nel 2026.
Al contrario, ci sono anche rischi al ribasso: se l’OPEC dovesse revocare completamente i tagli alla produzione di 1,65 milioni di barili al giorno annunciati nell’aprile 2023, il prezzo del Brent potrebbe scendere leggermente sotto le previsioni attuali. Ancora più drastico sarebbe l’impatto di una recessione globale, che potrebbe far precipitare il Brent fino a circa 40 dollari nel 2026.
Guardando alla fine del decennio, invece, si prevedono prezzi più elevati. “La riduzione della capacità inutilizzata accresce la nostra fiducia nella ripresa dei prezzi dopo il 2026”, si legge nell’analisi. Tale visione riflette un forte calo della durata delle riserve di petrolio, una riduzione delle spese in conto capitale e una mancanza di nuovi progetti non-OPEC dopo il 2026. A ciò si aggiunge l’aspettativa di una crescita costante della domanda globale di petrolio nei prossimi anni, che dovrebbe sostenere un aumento dei prezzi a lungo termine.
Le raccomandazioni di Goldman Sachs sul petrolio
Oltre al calo significativo entro il 2026, come citato prima, gli analisti riconoscono che il recente aumento dei prezzi offre un’opportunità “per assumere posizioni caute” per quell’anno. Tuttavia, permangono rischi al rialzo per i prezzi nel secondo semestre del 2025, il che porta a concentrare le strategie di trading sul 2026.
Di conseguenza, a fronte di un potenziale ribasso dei prezzi nel 2026, la banca statunitense raccomanda ai produttori di petrolio di adottare una strategia di copertura. Vale a dire acquistare opzioni put sul petrolio – che consentono di vendere l’asset a un prezzo prefissato, in modo da proteggersi da un calo dei prezzi – e parallelamente vendere opzioni call. In quest’ultimo caso, lo strumento (venduto dietro pagamento) dà al detentore il diritto di acquistare un asset a un prezzo prefissato entro o alla scadenza di una data specifica, obbligando il venditore a fornire l’asset a quel prezzo se l’opzione viene esercitata.