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Petrolio KO, ETF Hong Kong -45%. Per Opec+ è l’ora ‘Whatever It Takes’. Anche per scongiurare crisi debiti sovrani

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E a questo punto, sarà l’Opec+, l’alleanza tra i paesi Opec e non Opec, a dover adottare il mantra “Whatever It Takes”, per risollevare le quotazioni stracciate dei futures sul petrolio? L’ecatombe sui mercati petroliferi continua, al di là dei motivi tecnici che potevano giustificare il collasso del contratto WTI di maggio, scaduto nella giornata di ieri.
E’ stato quel contratto a scioccare il mondo, crollando lunedì di oltre il 300% al di sotto dello zero, chiudendo la sessione del Nymex a -$37,63 al barile.

Non era mai successo, nel mercato dei futures sul petrolio, che i prezzi diventassero negativi, ovvero che si presentasse una situazione tale in cui i produttori di crude fossero costretti a pagare, pur di stoccare i loro barili. E invece sì, ora c’è un precedente storico, che rischia di replicarsi anche sui futures che hanno preso il posto del contratto di maggio.
Ieri a crollare è stato anche il contratto WTI di giugno, che ha chiuso la sessione sul Nymex di New York con un tonfo del 43,37%, a quota $11,57 al barile, dopo aver chiuso al di sopra di quota $20 nella sessione di lunedì. Nei minimi intraday, i futures sono crollati di oltre -60%, capitolando anche sotto la soglia dei 7 dollari al barile.

Sotto forte pressione anche il contratto WTI con consegna a luglio, sceso del 31% circa a $18,04 al barile.
Il sell off prosegue anche oggi, e vede vittima soprattutto il Brent, scivolato nelle contrattazioni asiatiche fino a oltre -15% a $16,35 al barile, dopo il tonfo della vigilia, pari a -24,4% a $19,33 al barile.
Anche questi contratti, così come quello di maggio scaduto ieri (alla fine è tornato positivo a $10,01 dopo lo shock dei prezzi negativi), scenderanno sotto zero? Intanto un ETF scambiato a Hong Kong riassume bene lo shock di queste ore: si tratta del Samsung S&P GSCI Crude Oil ER Futures ETF che, in una sola seduta – quella odierna – è crollato del 45%, un tonfo record, precipitando al livello minimo da quando le contrattazioni sono iniziate quattro anni fa, nel maggio del 2016. Samsung Asset Management, che gestisce il fondo, ha avvertire che, nel “worst case scenario”, il valore netto del fondo potrebbe scendere a zero, portando gli investitori a perdere “tutti i loro investimenti”.
In una nota ai clienti Michael Hsueh, analista di Deutsche Bank, ha avvertito di ritenere che “i fondamentali estremamente deboli (del mercato del petrolio) persisteranno almeno fino al prossimo mese”. Hsueh non esclude che i prezzi possano tornare negativi alla fine di maggio, sulla base della “traiettoria attuale”.
In questo contesto i paesi Opec e non Opec, nella loro alleanza Opec+, sono più che mai chiamati in causa dopo il recente intervento, verso cui più di un analista ha mostrato un certo scetticismo. I problemi che stanno affossando i futures sul petrolio si possono riassumere in una parola: stoccaggio.
I futures sono infatti contratti che hanno come sottostante un bene fisico, il petrolio per l’appunto che, da qualche parte, deve pur essere immagazzinato, stoccato.
Ma cosa succede se i depositi sono tutti pieni? Nel caso del contratto WTI, il riferimento da fare è all’hub di consegna di Cushing, nello stato americano dell’Oklahoma. E’ questa la destinazione per lo stoccaggio del petrolio sottostante i futures scambiati sul Nymex di New York. E’ qui, insomma, che il petrolio fisico viene consegnato. Ma i depositi sono praticamente vicini al limite della loro capacità. E il problema non riguarda certo solo l’hub di Cushing, visto che altri siti di stoccaggio di tutto il mondo sono intasati di scorte.
Scorte che non vengono liberate, in tempi di coronavirus, visto che il mondo in generale non consuma più energia come prima, bloccato nella quarantena, nel cosiddetto lockdown che ha decretato lo stop delle attività produttive in diversi settori.
Alla metà di aprile, quando la pandemia da coronavirus COVID-19 era ormai già conclamata da un pezzo, l’Opec + ha fatto la sua parte, raggiungendo  un accordo storico volto a tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili al giorno: il taglio si è confermato il più aggressivo della storia.
La riduzione dell’offerta prenderà il via il prossimo 1° maggio e proseguirà fino alla fine di giugno. L’intensità dei tagli diminuirà successivamente a -7,7 milioni di barili al giorno a partire da luglio fino alla fine del 2020, e a -5,8 milioni di barili al giorno a partire dal gennaio del 2021, fino all’aprile del 2022. Ma, a fronte di una domanda globale di petrolio che va a picco, i produttori di petrolio sono chiamati a intervenire con misure ancora più aggressive, in stile Whatever It Takes.
In una nota riportata da Marketwatch Helima Croft, responsabile della divisione globale di commodities presso RBC Capital Markets fa notare tuttavia che il taglio deciso dall’Opec+ lascia ai paesi produttori, Arabia Saudita in primis, poco spazio per agire ancora. Una soluzione Whatever It Takes potrebbe essere però quella di portare la produzione del paese a scendere al di sotto della soglia degli 8,5 milioni di barili al giorno, che Riyadh ha mostrato in precedenza di non voler bucare.
Anche la Russia, dove – viene fatto notare, l’AD di Rosneft Igor Sechin si è mostrato l’architetto della guerra dei prezzi contro i produttori Usa di gas di scisto – sarebbe secondo Croft maggiormente disposta -il forse è d’obbligo – a tagliare la propria produzione di 2,5 milioni di barili al giorno.
Sta di fatto che l’adozione di una logica Whatever It Takes (à la Mario Draghi, per intenderci) da parte dell’alleanza Opec+ viene considerata più che mai necessaria, soprattutto da alcuni paesi produttori che fanno parte del blocco delle economie emergenti e che hanno bisogno degli incassi delle vendite del loro petrolio per rimpinguare le loro finanze e, dunque, per tenere sotto controllo i livelli dei loro debiti pubblici.
Lo stop alla produzione di petrolio, unita al tonfo del 60-90% dei prezzi, “è una catastrofe” per questi paesi, come fa notare Carl Weinberg, responsabile economista presso High Frequency Economics, in una nota riportata da Marketwatch. A essere particolarmente in pericolo sono “il Venezuela, la Nigeria, e l’Iran…ma ache il Messico e il Brasile sono nei guai”.
Dunque, oltre alle crisi da coronavirus, esiste anche il rischio di una crisi dei debiti sovrani“.
Non per l’Arabia Saudita, però: nonostante, in questo caso, il prezzo del petrolio per garantire il pareggio di bilancio sia salito da $77 a $83 al barile, il paese non si trova in gravi difficoltà, grazie ai bassi livelli del debito pubblico, pari al 30% circa del Pil e agli elevati cuscinetti finanziari di cui dispone.