Petrolio in calo, ma il vero effetto-Venezuela sui prezzi sarà a lungo termine
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L’effetto Venezuela sui corsi del petrolio è appena iniziato. A seguito del rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro nell’operazione militare statunitense e a fronte dell’intenzione di Washington di sfruttare le vaste riserve di greggio del Paese sudamericano, i prezzi del petrolio sono scesi di circa l’1% nelle prime contrattazioni asiatiche. Il West Texas Intermediate (Wti) è sceso a 56,56 dollari e quello del greggio Brent del Mare del Nord a 60 dollari.
Gli Stati Uniti hanno detto chiaramente di aver bisogno di accesso totale al petrolio e ad altre risorse in Venezuela e questo, secondo gli analisti, abbasserà i prezzi nel lungo periodo. Oltre il 2026.
In questo contesto di generale incertezza l’Opec intanto prende tempo.
La decisione Opec
Al momento l’Opec+ è rimasto indifferente al blitz degli Usa in Venezuela e in una rapida riunione online ha deciso di mantenere invariata la produzione di petrolio, evitando di discutere delle crisi politiche che stanno colpendo diversi Paesi produttori. La riunione degli otto membri del gruppo (Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Kuwait, Iraq, Algeria e Oman), che producono circa la metà del petrolio mondiale, ha dovuto fare i conti con il calo di oltre il 18% dei prezzi registrato nel 2025, il più ripido dal 2020. Un ribasso causato dalla abbondante offerta sul mercato, giudicata da molti anche eccessiva, tale da pregiudicare anche l’andamento delle quotazioni.
Ma di fronte al caso Venezuela e soprattutto alla frattura tra Arabia Saudita e Emirati per una fetta di territorio yemenita contesa, i produttori hanno preferito dare priorità alla stabilità rimandando ogni scelta alla prossime riunioni, dandosi quindi appuntamento al primo febbraio.
A tal proposito, secondo Ing, “la reazione dei prezzi del petrolio in seguito all’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti suggerisce che il mercato è più concentrato sul potenziale di aumento dell’offerta a lungo termine che su eventuali interruzioni a breve termine derivanti da una transizione energetica”.
Le ultime decisioni
Gli otto Paesi hanno aumentato gli obiettivi di produzione di petrolio di circa 2,9 milioni di barili al giorno da aprile a dicembre 2025, pari a quasi il 3% della domanda mondiale di petrolio. A novembre hanno concordato di sospendere gli aumenti della produzione per gennaio, febbraio e marzo. E oggi hanno confermato la stessa linea.
Le riserve del Venezuela
Secondo l’Energy Institute di Londra, il paese membro dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio detiene circa il 17% delle riserve petrolifere mondiali, ovvero 303 miliardi di barili, superando il leader dell’Opec, l’Arabia Saudita. Negli anni ’70, il Venezuela produceva fino a 3,5 milioni di barili al giorno di greggio, che all’epoca rappresentavano oltre il 7% della produzione mondiale di petrolio. La produzione è scesa sotto i 2 milioni di barili al giorno durante gli anni 2010, attestandosi in media a circa 1,1 milioni di barili al giorno lo scorso anno, pari ad appena l’1% della produzione globale.
Gli analisti di JPMorgan, guidati da Natasha Kaneva, hanno affermato in una nota che, con una transizione politica, il Venezuela potrebbe aumentare la produzione di petrolio a 1,3-1,4 milioni di barili al giorno entro due anni e potenzialmente raggiungere i 2,5 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio, rispetto agli attuali 800.000 barili al giorno.
Le stime degli analisti
Secondo gli analisti, la produzione di greggio in Venezuela è destinata ad aumentare nel tempo in seguito al drammatico attacco statunitense e alla cattura del suo presidente, aumentando probabilmente l’offerta globale e incidendo sui prezzi a lungo termine.
Gli analisti di Goldman Sachs, guidati da Daan Struyven, hanno affermato in una nota che qualsiasi ripresa della produzione sarebbe stata probabilmente graduale e avrebbe richiesto investimenti sostanziali. Gli analisti stimano un ribasso di 4 dollari al barile sui prezzi del petrolio nel 2030, in uno scenario in cui la produzione di greggio del Venezuela sale a 2 milioni di barili al giorno.
Nel breve termine, le prospettive di produzione petrolifera del Venezuela quest’anno dipenderanno dall’evoluzione della politica sanzionatoria degli Stati Uniti, hanno affermato gli analisti di Goldman. “Vediamo rischi ambigui ma modesti per i prezzi del petrolio nel breve termine provenienti dal Venezuela, a seconda di come evolverà la politica sanzionatoria degli Stati Uniti”, hanno aggiunto.
Le previsioni di Goldman sul prezzo del petrolio per il 2026 sono rimaste invariate, con la media del Brent a 56 dollari e del West Texas Intermediate a 52 dollari al barile, mentre si prevede che la produzione petrolifera del Venezuela nel 2026 rimarrà invariata a 900.000 barili al giorno.
In linea anche Ing: “Prevediamo ancora che un mercato ben fornito inciderà sui prezzi e continuiamo a prevedere una media del Brent di 57 dollari al barile nel 2026. Nel frattempo, per il 2027, ci sono rischi al ribasso per la nostra previsione di 62 dollari al barile se iniziamo a vedere aumenti significativi dell’offerta dal Venezuela”.
Oltre alle considerazioni sulla raffinazione, la geopolitica rimane un fattore chiave. Secondo Pepprstone, “,’interruzione delle esportazioni venezuelane potrebbe spingere la Cina a cercare forniture alternative, in particolare dall’Arabia Saudita, data la sua capacità inutilizzata, insieme ad altri produttori Opec. Ciò potrebbe riorganizzare i flussi globali di petrolio e aggiungere complessità a un equilibrio di mercato già fragile. Detto questo, la visione ribassista prevalente presuppone un ritorno relativamente rapido delle forniture venezuelane nel breve termine e miglioramenti nella produzione e nelle infrastrutture nel medio termine, ipotesi che appaiono ambiziose dato un contesto politico che probabilmente conoscerà ulteriore instabilità”.