Oro tra dazi e tassi Fed: pronto a un nuovo rally entro fine 2025
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Dopo aver registrato uno straordinario rally tra gennaio e aprile 2025, quando aveva toccato nuovi massimi storici sopra i 3.400 dollari l’oncia, l’oro ha rallentato la sua corsa, piazzandosi in un range piuttosto ristretto, compreso tra 3.300 e 3.400 dollari, senza riuscire a imprimere una direzione chiara.
Anche in questi giorni, le quotazioni del metallo giallo non si discostano dai recenti movimenti in attesa di Jackson Hole e del discorso di Jerome Powell. Le aspettative di un allentamento monetario rimangono elevate. I mercati dei futures continuano ad attribuire un’elevata probabilità a un taglio dei tassi di un quarto di punto a settembre. Tuttavia, spiegano alcuni operatori, le divisioni tra i membri della Fed potrebbero aumentare l’incertezza. E una posizione più dovish potrebbe contribuire a spingere l’oro al rialzo.
La sensazione diffusa tra analisti e operatori è che il mercato si trovi in una fase di attesa, con il bene rifugio per eccellenza pronto però a svegliarsi da un momento all’altro.
I dazi Usa e la corsa momentanea oltre 3.500 dollari
L’oro quindi vive oggi una fase di calma apparente, ma i fattori di rischio – dai dazi americani alla politica monetaria della Fed – restano ben presenti. Come sottolinea Claudio Wewel, FX Strategist di J. Safra Sarasin, uno dei fattori che ha generato maggiore volatilità nelle ultime settimane è stata proprio l’incertezza sulle intenzioni degli Stati Uniti di imporre dazi sull’oro importato.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, i lingotti d’oro da un chilo e da 100 once troy sarebbero stati inclusi in un codice doganale soggetto a tariffe, in base a una ruling letter dell’U.S. Customs and Border Protection datata 31 luglio. La questione è particolarmente delicata perché i lingotti da 400 once troy, scambiati a Londra presso la LBMA (London Bullion Market Association), vengono regolarmente rifusi in Svizzera per soddisfare gli standard del COMEX di New York.
La nuova classificazione avrebbe quindi rischiato di perturbare profondamente i flussi commerciali verso gli Stati Uniti. Il mercato ha reagito con prontezza: i futures sull’oro con scadenza dicembre al COMEX hanno superato momentaneamente i 3.500 dollari, generando un significativo premio rispetto al prezzo spot fissato a Londra. Tuttavia, l’impennata è durata poco, dopo che il presidente Trump ha chiarito che l’oro sarebbe stato esentato dai dazi. I timori immediati si sono così attenuati, ma l’episodio ha dimostrato quanto i mercati possano restare vulnerabili a scossoni politici e commerciali.
La vera incognita è la Fed
Ma non solo dazi. Dopo una pausa a metà luglio, anche gli afflussi verso gli ETF sull’oro fisico sono tornati positivi, soprattutto in Nord America. Gli investitori guardano al quadro macroeconomico statunitense, con particolare attenzione alla politica monetaria della Federal Reserve.
Secondo Chris Weston, Head of Research di Pepperstone, il mercato dell’oro riflette attualmente una condizione di “fair value”: gli scambi sono equilibrati, i flussi degli investitori bilanciati e la volatilità implicita resta vicina ai minimi degli ultimi 12 mesi. La vera incognita, sottolinea l’analista, è la credibilità e indipendenza della Fed.
Trump, infatti, esercita una crescente influenza su alcuni governatori. Waller, Bowman e Miran si sono già espressi pubblicamente a favore di un taglio dei tassi, e insieme a Jefferson sono in lizza per la presidenza della Fed, che diventerà vacante a maggio 2026. Questo scenario, osserva Weston, rischia di minare la fiducia degli investitori negli asset denominati in dollari.
Il mercato prezza una probabilità pari all’81% di un taglio dei tassi già a settembre. Un’eventuale mossa prematura potrebbe ricordare l’errore del 2021 sulla “transitorietà” dell’inflazione. In tal caso, il rischio di perdita di credibilità da parte della Fed sarebbe altissimo, rafforzando il ruolo dell’oro come bene rifugio.
Le prospettive per l’autunno e il target di fine anno
Ma dove andrà l’oro? Settembre è tradizionalmente un mese debole per i rendimenti del metallo giallo, ma molti osservatori ritengono che il mercato sia pronto a risvegliarsi dopo mesi di stallo. UBS Global Wealth Management, per voce del suo chief investment officer Mark Haefele, sottolinea come il metallo prezioso non sia riuscito a superare i 3.450 dollari, ma ritiene che le basi per una ripresa del rally nel 2026 siano ancora solide.
“L’oro ha fornito una valida copertura in uno scenario dominato da rischi economici, politico e geopolitici”, aggiunte ‘esperto ricordando che il metallo giallo ha registrato un rally del 26% quest’anno e ha sovraperformato tutti i principali indici azionari e obbligazionari. Secondo la view di Haefele, un’esposizione adeguata all’oro dovrebbe migliorare ulteriormente la diversificazione e la resilienza di un portafoglio.
“Sebbene il nostro target per giugno 2026 sia di 3.700 dollari l’oncia, non si può escludere un aumento a 4.000 dollari in uno scenario in cui le condizioni geopolitiche o economiche dovessero deteriorarsi”.