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Mps-UniCredit, salasso e imbarazzo di Stato. Orcel lancia ultimatum e alza la posta: chiede al Mef più di 7 miliardi

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Dossier Mps: e ora da Andrea Orcel, numero uno di UniCredit, arriva anche un aut aut al governo Draghi, in particolare al Mef, maggiore azionista del Monte con una partecipazione del 64%. D’altronde le trattative tra Piazza Gae Aulenti e Via XX Settembre vanno avanti da settimane, se non mesi. E il ceo di UniCredit ha sempre tenuto a precisare che un eventuale accordo si sarebbe concluso in presenza di due condizioni: 1) neutralità sul capitale di UniCredit. 2) una operazione deve far crescere gli utili di UniCredit.

Andrea Orcel, AD di UniCredit, avrebbe lanciato un ultimatum al governo Draghi in merito al dossier MpsLa grande notizia che il mercato aveva fiutato da mesi – quella di un possibile asse tra UniCredit e Mps – è arrivata il 29 luglio, con un comunicato con cui la banca gestita da Orcel ha parlato fin da subito di definizione di un perimetro selezionato e di adeguate misure di mitigazione del rischio. 

Dalla nota, erano emersi già diversi paletti messi dal banchiere, per l’appunto:

“Tra i principali presupposti concordati con il MEF per verificare la fattibilità dell’operazione a livello patrimoniale ed economico – recitava il comunicato -si evidenziano: 1) la neutralità della stessa rispetto alla posizione di capitale del Gruppo su base pro forma. 2) un accrescimento significativo dell’utile per azione dopo aver considerato le possibili sinergie nette dell’operazione ed in ogni caso il mantenimento dei livelli attuali di utile per azione anche prima di tener conto delle possibili sinergie al 2023.

Non solo: UniCredit precisava come non intendesse assolutamente accollarsi i “contenziosi straordinari non attinenti all’attività di ordinaria gestione bancaria e tutti i relativi rischi legali, attuali o potenziali“, così come i crediti deteriorati. E si sottolineava l’importanza di un “accordo sulla gestione del personale in funzione del compendio inerente all’esercizio delle attività commerciali, al fine di assicurare un’integrazione agevole, rapida ed efficace del business nel Gruppo”.

Altro che cavaliere bianco pronto a intervenire accollandosi l’intera Mps. Fin da subito, era emerso il desiderio di Orcel di prendersi il meglio, e di lasciare i suoi non desiderata ad altri soggetti.

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Verso la fine di agosto, mentre proseguiva la due diligence di UniCredit, si iniziava a parlare della possibilità che  il Tesoro iniettasse nel Monte fino a 3 miliardi di euro.

Il motivo? Semplice: rendere la sposa Mps già poco attraente più appetibile agli occhi di UniCredit,  lanciare dunque un aumento di capitale per rafforzare la solidità patrimoniale della banca, assecondando così la richiesta di UniCredit di rendere l’acquisizione neutrale per i suoi ratio di capitale.

Nei giorni successivi Mps smentiva i rumor sulla ricapitalizzazione da parte del Tesoro, ma altri particolari confermavano come le trattative tra le controparti stessero proseguendo non in maniera fluida: si iniziava a capire, per esempio, che Orcel non voleva prendersi neanche il marchio.

Erano anche i giorni in cui, intervistato da Formiche.net Sandro Trento, economista, docente all’Università di Trento e membro di Base Italia rimarcava praticamente come Mps fosse vittima di quel peccato originale che porta il nome di politica.

“Esattamente – affermava Trento- Se guardiamo agli ultimi bilanci, possiamo tranquillamente accorgerci di come la banca negli anni è andata sempre più giù. Con il rosso di 1,6 miliardi del 2020, le perdite accumulate da Mps nell’ultimo decennio ammontano a circa 23,5 miliardi di euro. Ma non è tutto…Il rapporto tra costi e ricavi è esploso negli ultimi anni, senza considerare che Mps ha chiuso in rosso 8 degli ultimi 10 esercizi, segnati dall’acquisizione sopravvalutata di Antonveneta, dallo scandalo dei derivati e dall’esplosione dei crediti deteriorati. Poi è arrivata la nazionalizzazione, costata 5,4 miliardi”.

I negoziati tra il Mef e UniCredit andavano intanto avanti, tra news e indiscrezioni.

Mps-UniCredit: Orcel vuole chiudere, lancia aut aut al Mef

Gli ultimi mesi hanno visto protagonista lo sciopero da parte dei sindacati, le notizie sull’ingresso nel dossier di Mediocredito centrale e di Amco, entrambe stampelle pubbliche, l’una interessate alle filiali del Sud del Monte, l’altra ligia al suo dovere aspira-NPL, pronta a sobbarcarsi nel caso della banca senese anche i crediti in bonis a rischio.

Ci sono state poi le elezioni suppletive di Siena, che hanno certificato la vittoria del segretario del PD Enrico Letta: elezioni che, per evitare la commistione tra il dossier Mps-UniCredit e la politica (commistione in realtà già ben incisa nel DNA di questa eventuale operazione) hanno rimandato la decisione finale al post-ballottaggi.

Ora ci siamo, la parentesi politica si è chiusa: Orcel vuole andare dritto e, soprattutto, vuole concludere. Al punto che il Messaggero oggi parla addirittura di aut aut da lui lanciato: “Da fonti dirette del dossier si apprende che Andrea Orcel ha posto un aut aut alla controparte: term sheet (accordo quadro) entro il 27 ottobre“, ovvero giorno in cui si riunirà il cda di Piazza Gae Aulenti per l’approvazione della trimestrale, che sarà poi diramata ai mercati il giorno successivo, 28 ottobre.

O sarà soddisfatto questo termine, oppure UniCredit potrebbe mollare la presa, ha sottolineato il quotidiano rimano, aggiungendo che le trattative si sarebbero fatte più complicate negli ultimi giorni, per la posizione di Orcel, che non avrebbe alcuna intenzione di fare un passo indietro rispetto alle sue richieste:

Mps sì, ma senza le sue quattro partecipate, senza i suoi Npl e Utp. L’AD di UniCredit chiede anche “un adeguamento della copertura sui crediti, esuberi, Dta e 300 filiali in meno, quindi circa il 65% dell’attuale gruppo”. E ancoea prima Orcel vuole che il Tesoro versi di tasca sua 7 miliardi di euro per l’aumento di capitale, lanciando una sorta di operazione di make up del Monte. Viene da dire che già il fatto che Orcel lanci un ultimatum al Mef, è motivo di imbarazzo per il governo Draghi. Tanto che il Messaggero scrive che, “poiché il banchiere non è solito mollare facilmente, non è escluso che alla fine intervenga il premier Mario Draghi“.

Mps-UniCredit, Orcel chiede allo Stato intervento di 7,3 miliardi

Le condizioni sine qua imposte dall’AD si sono fatte decisamente più esose,  a discapito dello Stato (noi contribuenti), visto che nelle ultime ore diversi quotidiani riportano quello che era stato paventato qualche giorno fa: ovvero che Orcel vorrebbe che Mps lanciasse un aumento di capitale non di 3 miliardi, come era stato vociferato alla fine dell’estate, ma addirittura, fino a 7 miliardi.

La Repubblica riporta anche la cifra precisa: 7,3 miliardi, come scrive Andrea Greco nell’articolo: “Unicredit-Mps il conto giusto è 7,3 miliardi”:

“Orcel pare abbia chiesto 5 miliardi di dote al Tesoro per avere Mps, e 2,3 miliardi di benefici fiscali. Il doppio del deficit da 2,5 miliardi che i senesi da mesi ripetono”.

Nelle ultime ore indiscrezioni sono arrivate anche dal Financial Times, come riassume oggi una nota di Equita SIM:

“Secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times, la trattativa tra UniCredit e il MEF su Mps sarebbe giunta in una fase di stallo, che non solo potrebbe far dilatare i tempi di un’eventuale chiusura, ma anche portare ad un esito negativo delle negoziazioni. La distanza tra le parti si sarebbe materializzata sull’entità del rafforzamento patrimoniale di Mps per garantire ad UniCredit la capital neutrality dell’operazione, con il MEF che non vorrebbe discostarsi eccessivamente dai 2,5 miliardi di aumento di capitale previsto nello scenario standalone condiviso con la Bce, mentre UniCredit – secondo le indiscrezioni – riterrebbe necessari più di miliardi (secondo La Stampa, il MEF sarebbe pronto ad arrivare a 5 miliardi, ma UniCredit riterrebbe necessari fino a 7 miliardi). Fonti vicine al MEF avrebbero negato l’indiscrezione secondo cui il Tesoro avrebbe sondato BCE per negoziare una proroga dei termini di uscita dal capitale della banca”.

Il giudizio di Equita sull’effetto di un eventuale flop su UniCredit

In questa situazione, Equita SIM ha espresso il proprio giudizio, riassumendo gli ultimi rumor:

“Sebbene vediamo ancora UniCredit come il principale interlocutore per Mps (secondo Il Messaggero, Orcel avrebbe fissato il termine per un term- sheet entro il 27 ottobre), riteniamo che un’eventuale interruzione delle trattative con il Mef possa rappresentare una notizia negativa nel breve termine per UniCredit. Allo stesso tempo però valuteremmo positivamente la disciplina del management nel non dover perseguire la trattativa a tutti i costi (aumentando il rischio di execution del deal e riducendo il potenziale di value-creation). In caso di fallimento dell’operazione UniCredit-Mps vediamo un read-across positivo per Banco BPM, in quanto crediamo possa aumentare l’appeal speculativo in relazione ad un eventuale M&A con UniCredit”.

Il punto della situazione sulle trattative in fase di stallo lo fa anche La Stampa, nel suo articolo di oggi, riferendosi anche all'”impasse” di cui ha parlato l’FT:

“La trattativa sarà ancora relativamente lunga”, commenta a sera una fonte che conosce bene la situazione. È un matrimonio sofferto, quello sull’asse Milano-Siena, in cui le parti faticano a trovare un accordo. Più voci parlano di vicolo cieco, e forse esagerano. Ma alla fine anche il compassato Financial Times parla di «impasse» per il dossier. Una mazzata per i titoli obbligazionari subordinati che in Borsa perdono tra gli 11 e i 12 punti percentuali”.

E ancora il quotidiano:

“Il Tesoro mesi fa parlava di un aumento da 2,5-3 miliardi al massimo, ora sarebbe pronto ad arrivare fino a 5. Unicredit, a quanto risulta, dopo la due diligence riterrebbe che per sorreggere la banca servirebbe una iniezione maggiore, superiore ai 7 miliardi, secondo alcune fonti. 3 miliardi basterebbero infatti solo per riportare il capitale di miglior qualità (Cet1) a livelli consoni. Lo scivolo pluriennale per 7 mila esuberi costerebbe fino a 3,5 miliardi. Altre coperture, come quella dei crediti in bonis a rischio di deterioramento, potrebbero completare il quadro”.