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Mps e la fusione che verrà: UBI e Bper le spose ideali. Ma strada sarà in salita

QUOTAZIONI Bca Mps
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Il Tesoro pronto a mettere mano al dossier Mps in questi mesi e il neo ministro Roberto Gualtieri ha ben chiaro che i tempi per indicare una soluzione per l’uscita dal capitale della banca senese si stanno assottigliando. Ieri a riaccendere i fari sulla questione Siena è stato il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, rimarcando che in via XX Settembre si stanno studiando scenari di consolidamento per l’istituto in vista del suo programma di uscita dal capitale della banca entro fine anno. fossero allo studio scenari di consolidamento per la banca, Rivera ha risposto: “Lo dobbiamo fare per forza, lo stiamo facendo”, ha detto Rivera in riferimento al fatto che il Tesoro stia valutando vari scenari di consolidamento per la banca.

Il Tesoro è azionista di controllo di Banca MPS con una quota del 68% a seguito del salvataggio avvenuto nel 2016 con una ricapitalizzazione precauzionale. Gli accordi con Bruxelles sono per un’uscita dall’azionariato entro la fine del 2021, ma l’exit strategy – in base agli accordi fissati tre anni fa – dovrà essere definita entro la fine di quest’anno. Nei mesi scorsi si era parlato di una possibile proroga di sei mesi.

 

Le opzioni per il Tesoro

Dalle parole del dg del Tesoro sembra emergere l’intento di voler rispettare i tempi previsti. Stante le attuali condizioni di mercato e per evitare la cristalizzazione di una perdita in carico ai conti pubblici (ai prezzi attuali il MEF registra un mark-to-market negativo di 4,1 miliardi di euro), gli esperti di Equita ritengono che l’opzione preferibile per il MEF sarebbe quella di un’aggregazione con un’altra realtà domestica, in modo tale da diluire la partecipazione sotto il livello del controllo e mantenere una quota, con la speranza che nel lungo periodo la valutazione possa approcciare i livelli di break-even (circa 7 euro per azione MPS).

Escludendo dai possibili candidati ad un M&A Unicredit e Intesa SanPaolo, gli analisti ritengono che le uniche opzioni rimaste – per esclusione – sono rappresentate da Banco BPM, UBI Banca e Bper. Però da tre la short list potrebbe essere circoscritta a due. “Secondo noi anche Banco BPM non è candidabile ad un M&A dato che qualsiasi operazione straordinaria al momento non avrebbe un interlocutore fra gli azionisti – argomenta Equita – UBI e Bper invece possono contare rispettivamente su azionisti rilevanti con quote significative (patto di consultazione UBI al 17%, Unipol al 20% di Bper oltre alla Fondazione Banco di Sardegna al 10%) che possono rappresentare interlocutori almeno teorici per il MEF”.

 

Tanti ostacoli, alla fine sarà rinvio?

Un’eventuale aggregazione con MPS dovrebbe tuttavia scontare i costi legati alla ristrutturazione della combnied entity – che potrebbero far emergere un deficit di capitale – oltre ai rischi legali in capo a MPS: “Crediamo quindi che allo stato attuale le chances che si possa concretizzare una business combination fra MPS e una di queste realtà siano estremamente basse. E’ probabile secondo noi un posponimento – come già accaduto in Europa in altre circostanze simili – nel termine per la riduzione della quota del MEF”, conclude Equita.

 

Derisking va completato

Scetticismo anche da parte degli analisti di Mediobanca Securities: “MPS deve completare il suo derisking prima di pensare a una fusione con un altro player (specialmente nel caso di una banca italiana di medie dimensioni”. Nel primo semestre 2019 la banca senese ha riportato un rapporto NPE lordo del 14,6% comprese le cessioni in corso, un livello ben al di sopra di quello riportato da UBI (9,2%) o Banco BPM (9,7%). “Vediamo de-risking come a pre-requisito per qualsiasi azione e calcoliamo che MPS abbia bisogno di scaricare almeno 6 miliardi di esposizioni deteriorate per portare il rapporto NPE lordo al 9%, allineato a quello attuale mostrato da UBI e banco BPM.