Lavoro Usa: le stime sui nonfarm payrolls di gennaio. Wall Street macina ancora da record, focus su Dow
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L’economia statunitense sta creando nuovi posti di lavoro? L’inflazione sta davvero rallentando? Gli investitori attendono con questi interrogativi sul tavolo la pubblicazione in settimana di due dati chiave: domani verrà pubblicato il rapporto sul mercato del lavoro per il mese di gennaio, mentre venerdì è atteso il dato sull’indice dei prezzi al consumo che potrebbero preparare il terreno per i futuri tagli dei tassi di interesse della Fed.
Alla vigilia dell’atteso employment report, arrivano alcune anticipazioni dal consigliere economico della Casa bianca, Kevin Hassett, che ha dichiarato che nei prossimi mesi la crescita dell’occupazione potrebbe essere inferiore alle attese a causa di un mix di maggiore produttività e rallentamento della crescita della forza lavoro. “Hassett ha suggerito al mercato di ‘non farsi prendere dal panico’, con gli investitori hanno interpretato questa affermazione come un segnale che i dati sull’occupazione di gennaio negli Stati Uniti potrebbero essere deludenti”, sottolineano da ING.
Le stime su nonfarm payrolls, disoccupazione e salari
Le previsioni degli analisti indicano un incremento mensile delle buste paga nel settore non agricolo pari a 68mila unità a gennaio, in rialzo rispetto ai 50mila impieghi del mese precedente (pur restando sotto la soglia chiave di 100mila).
Il tasso di disoccupazione è atteso stabile al 4,4%, mentre i salari medi orari sono previsti in crescita dello 0,3% su base mensile (in linea con la lettura di dicembre) e del 3,7% su base annua dal 3,8% del mese precedente.
Al di sotto del consensus Bloomberg la stima di Goldman Sachs sui nonfarm payrolls di gennaio che dovrebbero aumentare di 45.000 unità. “Sul fronte negativo, stimiamo che il modello birth-death – che verrà aggiornato con questo report – potrebbe contribuire alla crescita degli occupati con 30.000-50.000 posti di lavoro in meno, su base destagionalizzata, rispetto ai mesi recenti”, osservano gli economisti della banca d’affari Usa che si attendono un tasso di disoccupazione invariato al 4,4% a gennaio, ma vedono rischi orientati al ribasso per le prossime letture.
“C’è molta attesa per la pubblicazione di nuovi dati relativi a mercato del lavoro e inflazione CPI americani, particolarmente rilevanti per capire quale potrebbe essere l’orientamento della Fed nelle prossime riunioni di politica monetaria, soprattutto alla luce del rallentamento rilevato con i dati ADP e JOLTS della scorsa settimana”, commenta il team Advisory & Gestione di Intermonte. Di recente, il mercato del lavoro statunitense ha mostrato segnali di rallentamento: i nuovi occupati rilevati dall’ADP si sono attestati a 22.000 unità (in calo rispetto ai 37.000 precedenti e inferiori alle attese di 45.000), mentre il dato JOLTS ha rilevato solo 22.000 unità contro le 46.000 previste.
Attesa anche per la pubblicazione del Cpi previsto per venerdì. Secondo le attese l‘inflazione di gennaio dovrebbe, invece, rallentare al 2,5% sia nella versione core sia in quella headline.
Dow Jones e le cifre monstre di Trump
Intanto, ieri nuovi record per per il Dow Jones e rialzi per S&P 500 e Nasdaq, in scia al nuovo scatto dei titoli del comparto tech. Occhi puntati su Wall Street anche dopo le recenti dichiarazioni dell presidente Donald Trump che si attende di vedere il Dow Jones Industrial Average raggiunge quota 100.000 entro la fine del suo mandato alla Casa Bianca (gennaio 2029). Una cifra monstre che arriva dopo che venerdì scorso il Dow Jones ha chiuso per la prima volta oltre quota 50.000. Per Yardeni il Dow Jones raggiungerà quota 70.000 entro il 2029.
Nel commento odierno dal titolo “Trump e la scommessa sul Dow Jones a 100.000: Analisi e strategia Dogs of the Dow“, Gabriel Debach di eToro analizza lo scenario, con una prima riflessione sul numero messo sul tavolo fa Trump: “una soglia simbolica, capace di riportare l’indice più antico e iconico di Wall Street al centro del dibattito, molto prima che al centro dei modelli”.
E chiarisce: “Tradotto in numeri, per raddoppiare dai livelli attuali, entro la fine del suo mandato, servirebbe un CAGR di poco superiore al 26%. Non il 14% medio degli ultimi tre anni, né il 7% storico su orizzonti di 10 o 20 anni. Un ritmo quasi quattro volte superiore alla norma, compatibile solo con fasi eccezionali di mercato. Ed è proprio sull’idea di “eccezionalità” che vale la pena fermarsi”.
Secondo Debach, la domanda chiave non è se il Dow possa salire ancora. È perché, in un contesto simile, Trump scelga di esporsi proprio sul Dow Jones e non sull’S&P 500 o sul Nasdaq. Celebrarne un record è prassi. Mettere nero su bianco una previsione, molto meno. La risposta non è solo simbolica, legata alla storia dell’indice. È soprattutto strutturale.
“Il Dow Jones è un indice price-weighted, non ponderato per capitalizzazione come l’S&P 500 – spiega l’esperto -. Questo lo rende profondamente diverso sia nella costruzione sia nel messaggio che trasmette. È fortemente esposto ai settori finanziari e industriali tradizionali, il cui peso combinato supera il 44%, più del doppio rispetto all’S&P 500, fermo intorno al 21%. Una struttura che lo rende intrinsecamente più sensibile a deregolamentazione bancaria, stimolo fiscale e ciclo industriale, e molto meno dipendente dall’espansione dei multipli del settore tecnologico. Ed è qui che spesso si cade in errore. Si potrebbe pensare che Nvidia, Apple o Microsoft siano i veri driver dell’indice. Non è così”.