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La Mifid 2 ha fallito (per ora): trasparenza sui costi è ancora un miraggio

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Banche ancora poco trasparenti nei confronti dei propri clienti riguardo i costi della consulenza e della gestione patrimoniale. Nonostante la Mifid II, che per la prima volta quest’anno ha imposto al settore di comunicare costi e oneri effettivamente sostenuti dal cliente sugli investimenti, la comunicazione è ancora poco chiara e comprensibile. E’ ciò che emerge dalla ricerca commissionata da Moneyfarm, società di gestione del risparmio con approccio digitale, alla School of Management del Politecnico di Milano. Secondo lo studio, che tiene conto delle informazioni inviate a milioni di investitori questa estate, la normativa sarebbe stata rispettata da soli 5 intermediari sui 18 esaminati, praticamente meno di un terzo.
Spesso la voce costi viene trascurata o camuffata

Riguardo all’indicazione dell’effetto dei costi sulla redditività dell’investimento, un parametro importante per aiutare l’investitore a visualizzare la relazione tra costi ed effettivo rendimento, il 44% delle banche lo ha indicato in modo parziale e addirittura nel 6% dei casi l’informazione è stata del tutto assente. Relativamente agli oneri fiscali da riportare obbligatoriamente (imposta di bollo e Iva), nel 22% dei rendiconti la voce è presente solo parzialmente e nell’11% dei casi questi oneri non sono stati illustrati per nulla.
Documenti in ritardo, troppo lunghi e poco comprensibili

Nessun intermediario si è distinto per tempestività nell’invio dell’informativa ai propri clienti, nonostante le indicazioni normative fossero quelle di provvedere “il prima possibile”.
Solo il 28% dei documenti ha riportato informazioni focalizzate esclusivamente sui costi, come prescritto dalla normativa. Nel restante 72% dei casi, vale a dire la stragrande maggioranza, le informazioni sono diluite in documenti più dispersivi, in media di circa 15 pagine, che contengono altri messaggi, anche di tipo pubblicitario. Solo il 44% dei rendiconti contiene la parola “costi” o “oneri” nell’intestazione. Il 56% di questi non è stato quindi chiamato con il proprio nome. Ben il 94% degli intermediari utilizza termini di non immediata comprensione, come “inducements” o “incentivi”, per comunicare i “pagamenti ricevuti da terze parti”.
“Per quanto riguarda l’Italia, l’industria del risparmio, in questo suo primo test imposto dal legislatore, non è sempre riuscita a cogliere a pieno le potenzialità derivanti dalla Mifid II a beneficio di tutti”, ha commentato Giancarlo Giudici, professore associato della School of Management del Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca. Lo scopo principale della direttiva è quello di definire uno standard virtuoso nella comunicazione dei costi per aiutare l’investitore a prendere decisioni di investimento consapevoli.
In Italia i costi associati alla gestione sono tra i più alti al mondo
Secondo la “Global Investor Experience Study: Fees and Expenses” di Morningstar, che ha confrontato l’incidenza dei costi dei fondi di investimento aperti che gravano sui clienti retail in 26 nazioni, l’Italia è fanalino di coda insieme a Taiwan. E anche rispetto ad altri paesi europei, si posiziona molto male, con costi per la gestione di fondi azionari e obbligazionari superiori a quelli di Francia, Germania e Regno Unito. Un aspetto che mette in evidenza ancora di più la necessità di rendere trasparenti le informazioni sui costi complessivi, che gravano sui rendimenti dei risparmi degli italiani sotto consulenza o sotto gestione.