Notizie Asset Class I fondamentali delle Big Oil corrono, la Borsa ignora il rally: perché Eni è forte secondo Barclays

I fondamentali delle Big Oil corrono, la Borsa ignora il rally: perché Eni è forte secondo Barclays

29 Giugno 2026 16:33

Un secondo trimestre da record per i bilanci industriali, ma paradossalmente opaco sui listini azionari. È questa la fotografia scattata da Barclays nell’ultimo report dedicato al comparto energetico integrato europeo. Nonostante il ripiegamento delle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz abbia parzialmente raffreddato i picchi di prezzo primaverili, il settore si appresta ad archiviare la miglior generazione di cassa degli ultimi tre anni, sostenuta da una media del Brent a 97,5 dollari nel trimestre e da margini di raffinazione d’acciaio. Eppure, a fronte di stime di utile riviste al rialzo del 33%, le quotazioni delle Big Oil hanno ceduto in media il 17% negli ultimi tre mesi.

Questo evidente scollamento tra la solidità dei fondamentali e la compressione dei multipli azionari apre, secondo gli analisti britannici, una straordinaria finestra di valore. In questo scenario, il candidato ideale per capitalizzare la discrepanza del mercato è Eni: forte di una crescita dell’upstream superiore ai concorrenti e di una forte accelerazione nel business dei biocarburanti, il Cane a Sei Zampe si candida a guidare la riscossa del settore, giustificando la raccomandazione Overweight e un target price che promette ampi margini di guadagno.

Eni sotto la lente di Barclays: utili in forte accelerazione nel Q2

Barclays conferma la propria visione fortemente ottimistica su Eni, ribadendo la raccomandazione Overweight all’interno dell’ultimo report dedicato al comparto energetico integrato europeo. A fronte di una quotazione di 20,22 euro (rilevata il 26 giugno 2026), gli analisti britannici mantengono fermo il prezzo obiettivo a 28,50 euro, delineando uno scenario rialzista (bull case) che si spinge fino a 35 euro, contro un potenziale ribassista (bear case) limitato a 15 euro.

Per il secondo trimestre del 2026, gli analisti stimano un utile netto di circa 2,2 miliardi di euro (in crescita del 70% su base trimestrale e del 94% su base annua, in linea con il consensus Bloomberg), trainato dall’ottima performance dell’Exploration & Production (+7% di produzione) e della raffinazione, che compensano la flessione dei volumi in Iraq. Il solido modello operativo è confermato da un cash flow from operations di 3,36 miliardi di euro e da un breakeven organico a 50 dollari al barile, preannunciando un intero esercizio 2026 da 7,06 miliardi di utile netto adjusted (EPS a 2,38 euro) e un dividendo per azione di 1,10 euro.

La tesi rialzista della banca d’affari si fonda su tre pilastri: crescita dell’upstream superiore ai competitor, ottimizzazione della divisione gas e scalabilità dei biocarburanti grazie al vantaggioso approvvigionamento di materie prime dall’Africa. Questa solida impostazione industriale guiderà l’Equity Free Cash Flow dai 3,96 miliardi di euro del 2026 (yield del 6,6%) fino agli 8,13 miliardi del 2028 (yield del 14,7%), con un dividend yield ordinario stimato in crescita dal 5,4% al 6,0% nel triennio. Il target price di 28,50 euro è frutto di una valutazione sum-of-the-parts che valorizza l’upstream tramite un modello DCF (con Brent a 80 dollari fino al 2030 e tasso di sconto all’8,5%) e applica multipli prudenziali sull’EBITDA 2026 per il downstream (6x) e per il business globale del gas (8x).

La spinta delle commodity blinda utili e cassa delle Big Oil nel secondo trimestre

Nonostante il recente ripiegamento delle quotazioni petrolifere sui livelli precedenti al conflitto – guidato dall’attenuarsi dei rischi geopolitici e delle tensioni sullo Stretto di Hormuz –, il bilancio del secondo trimestre si preannuncia solido per il comparto energetico europeo. Barclays stima che il settore beneficerà dell’effetto combinato del rally del greggio e della tenuta dei margini di raffinazione registrati a partire da marzo, fattori che sosterranno in modo decisivo sia la redditività sia la generazione di cassa. Nel dettaglio, nel corso del trimestre il prezzo del greggio ha viaggiato a una media di 97,5 dollari al barile, segnando un incremento di quasi 20 dollari rispetto al primo trimestre, nonostante una flessione del 40% dal picco di aprile. A questo scenario si aggiunge il rialzo del 15% su base trimestrale del gas naturale europeo (TTF), che ha ampiamente compensato il calo del 30% dell’Henry Hub statunitense, mentre i margini di raffinazione si sono mantenuti robusti sia su base annua che congiunturale, confermando l’ottimo momento di forma per gli utili delle Big Oil.

Big Oil: la generazione di cassa tocca i massimi da tre anni, ma la borsa ignora il rally degli utili

Il comparto energetico europeo si appresta ad archiviare il miglior trimestre degli ultimi tre anni sul fronte della generazione di cassa. Barclays stima per il secondo trimestre 2026 un RoCE settoriale al 16% (+2,5 punti percentuali), grazie a una solida performance sia nell’upstream sia nel downstream in grado di azzerare l’impatto dei minori volumi in Medio Oriente. La banca d’affari prevede un balzo congiunturale degli utili del 21% e un incremento del free cash flow del 20%, trainati da commodity forti, margini di raffinazione robusti e dal supporto del trading. Il free cash flow sottostante supererà i 30 miliardi di dollari (massimo dal Q1 2023), con un potenziale ulteriore slancio derivante dal rilascio di capitale circolante, utile a limare il debito netto. A spingere i conti è anche la redditività unitaria: il Brent è salito di oltre il 25% su base trimestrale e le tensioni geopolitiche di aprile hanno ampliato i differenziali a favore del Dated Brent, favorendo prezzi realizzati superiori ai benchmark. Di conseguenza, la redditività dell’upstream è vista a 19,6 dollari al barile (+6 dollari sul trimestre, +8 dollari sull’anno).

Le nuove stime di Barclays, riviste al rialzo, risultano oggi sostanzialmente allineate al consensus Bloomberg, con lievi posizioni di sovraperformance su Galp (+1%) e Repsol (+1%). Il dato più sorprendente evidenziato dagli analisti britannici resta tuttavia il netto scollamento tra l’andamento industriale e le performance borsistiche: negli ultimi tre mesi, le quotazioni delle società energetiche integrate hanno registrato una flessione media del 17%, muovendosi in aperta controtendenza rispetto a un consensus che, nello stesso arco temporale, ha rivisto al rialzo le stime di utile di ben 33 punti percentuali. Questa asimmetria tra fondamentali in crescita e multipli compressi configura, secondo il report, una potenziale opportunità di valore per gli investitori.