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Fineco, torna la domanda: è contendibile? Prezzo ancora alto, ecco in Italia chi potrebbe permettersela

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Il problema sarebbe, anzi è, il prezzo: alla domanda se Fineco sia scalabile, diversi analisti fanno notare come il prezzo sia troppo alto. Della questione, di cui si era parlato già lo scorso luglio, in concomitanza con l’addio di UniCredit , si torna parlare oggi, con l’articolo pubblicato su A&F: “Fineco, la magnifica preda piace a tutti, ma il prezzo è troppo alto”.
Così caro che “i primi a essere interessati potrebbero essere soggetti esteri che vogliono entrare qui”. Mentre “a livello italiano, gli unici che potrebbero permettersi di acquistare Fineco (che capitalizza 6 miliardi) sono Intesa SanPaolo, per un’eventuale fusione con Fideuram, e Generali, per fare la stessa cosa con Banca Generali”.

Intanto, vale la pena fare qualche passo indietro, e ripercorrere le ultime notizie relative alla perla del risparmio gestito. Nel mese di luglio si è completato il sodalizio UniCredit-Fineco, con la banca gestita da Jean-Pierre Mustier che ha dato l’addio ufficiale a Fineco, vendendo la quota residua detenuta nel gruppo, pari al 18,3%.
La vendita ha visto come controparte i 140 soci della banca multicanale. Già allora, alla domanda se Fineco fosse contendibile o meno, il Sole 24 Ore scriveva che il gruppo avrebbe potuto finire nel radar di concorrenti, italiani e stranieri, e anche di fondi di private equity. Si leggeva però anche che il prezzo del titolo, per l’appunto, era troppo caro.

“Non è tuttavia così facilmente scalabile Fineco. Ha infatti una capitalizzazione di oltre 6 miliardi e il titolo è abbastanza caro: oggi quota 10,11 euro, pari a circa 25 volte gli utili. Inoltre la banca multicanale ruota attorno alla forte personalità dell’amministratore delegato Alessandro Foti e del resto del management e soprattutto un ruolo centrale è quello della rete di private banker con propri portafogli milionari”, si leggeva a luglio in un articolo del Sole 24 Ore.
Negli ultimi mesi, tra le notizie più rilevanti, ci sono state: 1) la decisione di BlackRock di salire oltre la soglia del 10% con tanto di precisazione di non volere puntare al controllo. 2) i risultati di bilancio in crescita, con tanto di presentazione di iniziative future, tra cui il lancio di nuove piattaforme.
Agli inizi di settembre sono arrivati poi i dati sulla raccolta di agosto, che si è confermata “molto solida”, come ha detto Alessandro Foti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Fineco.
Non c’è da stupirsi, dunque, se Fineco venga definita dall’articolo di A&F “una magnifica preda”. C’è da dire, tuttavia, che negli ultimi sei mesi,  questa preda è stata “l’unica società italiana del comparto (del risparmio gestito) ad aver perso (in Borsa): meno 12,6 per cento“.
La flessione viene spiegata dall’articolo di A&F con “la repentina uscita dall’azionariato di UniCredit in due tranche tra maggio e luglio”.
A questo punto, la discesa delle quotazioni rende “la società più appetibile per i possibili acquirenti”.
E tuttavia, a dispetto della discesa del titolo, le valutazioni sono ancora elevate. A&F si chiede: “Ce la farà a restare quello che ormai è già diventata, cioè una public company i cui principali azionisti sono dei fondi di investimento? Oppure qualcuno prima o poi metterà gli occhi su questo dossier?”.
La risposta, per ora, è la seguente:
“C’è comunque da pagare un premio che, nonostante i recenti ribassi, è già incorporato nel prezzo, perchè i multipli di Fineco sono i più alti del settore, e questo fa della società, appunto, la stella del risparmio gestito – si legge nell’articolo scritto da Adriano Bonafede – il rapporto tra il prezzo e gli utili è di 21,8, contro l’8,7 di Azimut, il 10,8 di Banca Mediolanum e il 14,3 di Banca Generali, secondo le stime di Bloomberg sui risultati del 2019″.