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Elezioni Usa: Repubblicani e Democratici alla prova di PIL e S&P 500, il responso è sorprendente

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Novembre si avvicina e con esso le elezioni per il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. La settimana scorsa Joe Biden ha accettato ufficialmente la candidatura a leader democratico. In questi giorni è stato il turno della convention repubblicana con l’attuale presidente Donald Trump che ha accettato di ricandidarsi.

I mercati in questi mesi hanno guardato in maniera disinteressata alla corsa alla Casa Bianca. Ma per Wall Street qual è lo scenario migliore? Una conferma di Trump o l’arrivo di Biden? È opinione diffusa che i presidenti repubblicani siano migliori per l’economia e per il mercato azionario rispetto ai presidenti democratici in virtù della loro spinta a tagliare le tasse e ridurre la spesa pubblica. Ma i dati dicono il contrario.

PIL e S&P 500 dal 1947 a oggi, meglio democratici o repubblicani?

Secondo Liberum, una banca d’investimento UK, i rendimenti storici del mercato azionario e i dati del prodotto interno lordo indicano un’espansione economica più forte sotto i presidenti democratici che sotto i presidenti repubblicani. Liberum ha esaminato i dati risalenti al 1947, quando sono stati introdotti i calcoli ufficiali del PIL, per analizzare chi ha fatto meglio (Liberum ha accreditato un nuovo presidente con la performance economica del primo trimestre del suo primo anno in carica). Risultato: il tasso di crescita medio annuo del PIL degli Stati Uniti sotto un presidente democratico era del 3,6%, rispetto al 2,6% di un presidente repubblicano.

Sul fronte mercato azionario, rappresentato dall’S&P 500, il rendimento totale medio annuo è del 10,8% sotto un presidente democratico, rispetto al solo 5,6% per un presidente repubblicano, dal 1947.

Dati molto netti che però risultano in parte distorti a favore dei democratici perché includono la Grande Recessione del 2008 e il tonfo da COVID-19 di quest’anno, entrambe avvenute sotto i presidenti repubblicani.

Match tutto da giocare tra Trump e Biden

La partita tra Biden e Trump  si preannuncia molto combattuta, si legge nel report a cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm: nonostante i sondaggi vedano Joe Biden condurre con un sostanziale vantaggio, ci sono molto motivi per ritenere che sia tutt’altro che chiusa. Su alcuni temi, prevalentemente economici, Trump gode ancora di un vantaggio di percezione sul suo rivale. Anche la tensione con la Cina, scrive Rossignoli, potrebbe aiutare il candidato repubblicano, che nell’immaginario collettivo è percepito come uomo forte e grande negoziatore.

Negli ultimi dieci anni i sondaggi sono stati tutt’altro che infallibili, puntualizza il manager di Moneyfarm. Soprattutto negli Stati più in forse (Arizona, Wisconsin, Florida), e quindi decisivi per la vittoria, il vantaggio dei democratici è molto inferiore a quello nazionale indicato dai sondaggi, senza contare che, storicamente, a livello nazionale, i sondaggi hanno avuto un margine di errore superiore.

La base repubblicana dei votanti è stata forse meno colpita sia dal punto di vista sanitario che economico dalla recente pandemia di Covid-19 e quindi risulta meno ricettiva rispetto a certe tematiche. È indubbio, si legge nel report, che la recessione in corso, la crisi sanitaria e il movimento #blacklivesmatter abbiano comunque riaperto una partita che fino a pochi mesi fa sembrava definitivamente chiusa. Secondo Rossignoli, se confrontiamo i sondaggi attuali con quelli dello stesso periodo relativi alle elezioni 2016, il vantaggio del candidato democratico appare decisamente più ampio. Se su temi di politica interna (sanità, lotta alla disuguaglianza) la differenza tra i due candidati appare netta, per quanto riguarda gli investimenti le divergenze tra le posizioni non sono ancora chiare. Il manager di Moneyfarm sottolinea che politica estera, tassazione alle imprese e politica antitrust sono ancora un rebus.

Democratici vs Repubblicani sull’S&P 500

Moneyfarm ha rappresentato la performance dell’azionario americano sotto presidenti di stampo democratico (linea blu) e sotto presidenti di stampo repubblicano (linea rossa). I risultati sono sorprendenti: la linea rossa sembra un errore, ma non lo è. Ipotizzando solo presidenze democratiche, chi fosse partito con un euro nel 1929 (rimanendo sempre investito), ad oggi avrebbe 500 euro; facendo lo stesso ma ipotizzando esclusivamente presidenze repubblicane, ne avrebbe 6. Questo anche in presenza di una sostanziale parità di periodo a presidenza di uno o dell’altro schieramento.

Ebbene, se il futuro appare incerto, la storia sembra chiara, o no? La risposta di Rossignoli è “dipende”: la scelta del campione storico è decisiva. Tracciando su un grafico la distribuzione dei rendimenti durante le due presidenze, la media (grosso modo dove c’è un picco) non appare così diversa. Un test statistico lo conferma: il livello di significatività della differenza è basso. E, per stressare ulteriormente l’importanza del campione temporale, di come questo impatti in maniera significativa sul grafico iniziale, partendo dai dati storici Moneyfarm ha generato migliaia di campioni casuali e analizzato la differenza di rendimento tra quei periodi in cui la presidenza era in mano ai democratici e quelli in cui era in mano ai repubblicani. La tecnica rende giustizia ai repubblicani: la differenza tra le performance dei due schieramenti rimane significativa solo nell’8% dei campioni.

Per quanto riguarda, infine, le scelte d’investimento, Moneyfarm afferma che statisticamente affidarsi solo all’appartenenza politica del presidente degli Stati Uniti per decidere come investire potrebbe essere estremamente azzardato. Secondo Rossignoli, l’analisi della politica (e del suo impatto sui mercati) non deve fermarsi alla bandiera che la Casa Bianca rappresenta ma deve andare oltre, cercando non solo di capire, ma anche di interpretare nella maniera corretta l’andamento dei mercati.